L’ignoranza del riccio

L’ignoranza del riccio

Oho ohi. Sentirsi un Extraterrestre.

Con riluttanza mi avvicino ai bestseller da banco, vittima di un elitarismo autoimposto originato da traumatiche esperienze passate. Il ricordo di “Va’ dove ti porta il cuore“, infatti, è ancora vividamente scolpito in me.

Ciononostante ho affrontato con coraggio la lettura de L’eleganza del riccio, acclamato romanzo della francese Muriel Barbery.

Non entusiasta sulle prime, anche a causa della – gesto sconsiderato, lo ammetto – già avvenuta visione del film liberamente tratto dal libro, ho deciso di tirare avanti e superare l’impatto poco entusiasmante delle prime pagine, che ho trovato forse pervase da un autocompiacimento letterario e culturale a tratti eccessivo, come ad esempio ho rilevato nello sproloquio sulla fenomenologia. A chi serve – mi sono chiesto con saccente arroganza – un ripasso della filosofia kantiana?

Poi affiorano riflessioni ormai quasi demodè sulla vita occidentale, che pare ogni giorno di più una prigione dalla quale non si può nè si vuole sfuggire, nella quale il sollievo può venire dagli incontri con le rare persone di valore e dalle piccole cose; perché L’eleganza del riccio è un libro sulle piccole cose e sulle Grandi cose come strumento per elevare lo spirito.

Da qui in poi le sorti della Barbery si risollevano nettamente, per quanto mi riguarda, traslando la mia attenzione sul rapporto con il prossimo: troppo spesso siamo troppo impegnati a viverlo come uno specchio deformante, guardando gli altri cercandovi noi stessi e quindi senza mai vederli davvero. Viviamo allo specchio cercando di costruire l’immagine di noi che vorremmo esporre agli altri, senza riuscire a capire chi e cosa in realtà siamo.

Il più delle volte sfioriamo il Bello, sia esso Arte o armonia in genere, vi passiamo davanti senza riuscire a coglierlo, ad afferrarne il senso intimo.

E – ahimè – quanto è più grave tale colpa quando a macchiarsene è una mente attiva, un’intelligenza di livello elevato che si sacrifica lambiccandosi in questioni di rilevanza pressoché nulla.

Perché l’intelligenza è un mezzo e non un fine, ci ricorda correttamente la Barbery, ammonendo tutti coloro che la utilizzano per stupire e ammaliare, invece che per aiutare (e aiutarsi).

E, infine, si può piangere di gioia quando finisce qualcosa e qualcos’altro comincia.

Adesso mi è venuta voglia di leggere la Critica della ragion pura di Kant. Allora, forse, quello sproloquio non era poi così inutile.

Touchè.

Quasi dimenticavo, a proposito del film: chi l’ha realizzato non deve aver capito molto del libro, perché la trasposizione cinematografica ha davvero poco da spartire con il testo scritto. A titolo d’esempio sia sufficiente notare come, nel film, si veda Paloma armeggiare spesso con le pillole della mamma, quando nel libro ciò non accade mai. Evidentemente, però, il regista ha deciso che l’impatto di quelle scene presso il grande pubblico sarebbe stato superiore e più “facile” rispetto a un doveroso approfondimento delle tematiche fondamentali del lavoro della Barbery.

P.S. Questa mattina, scrivendo il post, mi sono scappati un paio di lapsus, così l’eleganza è diventata ignoranza, cosa che doveva accadere solo nel titolo del post. Mai scrivere i post di prima mattina! 😀

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