Month: June 2010

Socialità 2.0

Socialità 2.0

Up or Down

Flickr è un utile strumento per condividere foto, sicuramente, ma mi sto rendendo conto sempre più che sottosta ad oscuri meccanismi che poco hanno a che vedere con la qualità dell’immagine o la ricerca della bellezza fotografica.

Come nel mondo reale, infatti, contano tanto di più i rapporti interpersonali che si riescono a stringere con gli altri utenti. Il meccanismo di Flickr è semplice: quando uploadiamo delle foto/immagini, esse vengono visualizzate come micro-thumbnail nella home page di ciascuno dei nostri contatti (più precisamente, di chi ci ha aggiunti come contatto), che si spera cliccheranno su di esse e le commenteranno, magari aggiungendole nelle loro collezioni o addirittura, come massima onorificenza, nei loro preferiti. Il problema, però, quando si sbarca in una nuova community, è cominciare ad avere dei contatti. In Flickr uno dei modi migliori per mostrare i propri lavori agli altri utenti è aggiungerle in gruppi tematici, di quelli che obblighino gli utenti a premiare enne foto per ognuna che aggiungono al pool. Sembra un gioco spietato quasi bambinesco, ma almeno così si evita il classico post-and-run a cui troppi soggetti sono dediti: essi infatti aggiungono le foto ai gruppi per aumentare la propria visibilità, ma non sfogliano le foto degli altri in un atteggiamento vagamente parassitario.

Tutto bene, quindi? Naturalmente no, perché tante volte si ha l’impressione di essere premiati soltanto in cambio del proprio commento favorevole, oppure da persone che distribuiscono a caso i premi e i commenti richiesti dagli admin del gruppo, per non perdere tempo a sfogliare decine di foto, tante volte senza neppure visualizzarle se non in formato microscopico nella home page per non perdere tempo, impedendosi di apprezzare i dettagli, i colori e il significato delle immagini altrui.

Sono queste persone appassionate di fotografia? Oppure sono appassionate di se stesse e cercano semplicemente di sfamare il proprio ego guardando crescere a dismisura i contatori dei commenti e delle visualizzazioni delle proprie opere? Magari aggiungendo e facendosi aggiungere da migliaia di persone come contatti in modo da promuoversi quanto più possibile?

Si trovano così, sul sito in questione – ma non solo, perché non è che su deviantart o su altre piattaforme le politiche siano poi tanto diverse – utenti che copiano e incollano commenti precompilati personalizzati, fin troppo lusinghieri per poter essere credibili, ma che la maggior parte delle persone percepisce come sinceri e scritti ad hoc, e ricambia volentieri con commenti gentili, favoriti e servizietti di varia natura.

Non bisogna stupirsi, quindi, se appaiono centinaia di entusiastici commenti sui classici banali tramonti sul mare con orizzonte storto, sgranati e mal esposti. Si badi bene che non sto denigrando i meravigliosi tramonti sul mare che madre Natura ci regala (anche se ne abbiamo visti davvero troppi in tutte le salse) bensì un incomprensibilmente esagerato apprezzamento del “pubblico” nei confronti di scatti eseguiti senza particolare ispirazione o, nel peggiore dei casi, semplicemente scadenti.

Insomma, nel Web 2.0 si fanno un po’ di inciuci e brogli, che ricordano molto quelli del mondo reale. Nulla di nuovo, ma che tristezza!

E in tutto questo mi terrorizza l’idea che qualcuno possa osannare una mia foto come un capolavoro, anche se in realtà provoca il medesimo effetto di un confetto Falqui.

“Scarrafoni” fotografici

“Scarrafoni” fotografici

Out Of Nowhere

Da quando frequento Flickr uno dei dilemmi che mi trovo ad affrontare costantemente è la scelta dello scatto da pubblicare. Per come utilizzo il famoso sito di photostream, infatti, ogni foto pubblicata deve essere il meglio – o il meno peggio – di ciò che il mio discretamente vasto archivio digitale su hard disk presenta. E qui sta il problema. Per chi sta dietro l’obiettivo ogni scatto ha il suo significato, cioè è ben chiaro il motivo per cui si è premuto il pulsante di scatto, quale fosse la bellezza che si voleva catturare. Concentrati su quella stessa bellezza, quindi, è difficile valutare l’immagine nella sua effettiva interessanza . So che questo termine non esiste, ma secondo me sostantivizza perfettamente l’aggettivo “interessante”. Chiusa parentesi.

Ricordo di ognuna delle mie migliaia di scatti il luogo, il tempo atmosferico, il profumo dell’erba e gli odori della strada, l’emozione provata in quell’istante. Ogni scatto, insomma, è uno scarrafone per me, e come ogni scarrafone è bello a mamma sua, per il significato intimo che esso racchiude molto più che per il suo intrinseco valore.

Forse sono ancora nella fase istintiva della fotografia, quella in cui gli scatti si ragionano e si pianificano ma solo fino a un certo punto e solo in termini di diaframma, composizione, esposizione e poco altro, mentre il più delle volte esprimono, per l’appunto, una sensazione o un sentimento, o meglio vorrebbero esprimerlo. Ho anche un po’ paura di scollinare oltre questa fase e arrivare al punto in cui le sensazioni vengono subordinate alla mera pianificazione, perdendo la spontaneità dell’attimo in cui il dito voleva essere spinto sul pulsante.

I file RAW sedimentano sull’hard disk come detriti portati da una piena fluviale, per giorni, settimane, mesi. FInché arriva il giorno in cui mi armo di elmetto da minatore e inizio a scavare, scavare, scavare finché qualcosa non mi torna all’occhio, ne intravedo una possibilità di salvezza, una speranza fioca di redenzione, e parte il processing in Photoshop fra squilli di trombe e rulli di tamburi – iperbolicamente esagerato, lo so.

Poi, dopo aver giocato per un po’ con livelli, curve, maschere, contrasti e filtri, parte l’upload su Flickr, nella speranza che qualcun altro possa ritrovare in quell’immagine qualcosa di ciò che ho visto, oppure trovarci qualcosa di nuovo che non avevo visto neppure io. L’importante, come sempre, sarebbe riuscire a trasmettere almeno una minima emozione. Sarebbe già un grande e soddisfacente risultato.

Il Grande Fratello è qui

Il Grande Fratello è qui

Divided

La televisione era accesa e dal suo schermo mandava spazzatura. Sporcizia interiore di ragazzi chiusi volontariamente in uno spazio comune, esaltazione del voyeurismo della popolazione che ne ostenta il ripudio; in realtà non solo lo pratica, ma lo fa con sadismo e autocompiacimento.
Orwell, nel suo ormai non più tanto famoso romanzo “1984”, parlava di un Partito il cui fine era quello di mantenere il potere addormentando le coscienze e il pensiero libero. L’ignoranza e l’inconsapevolezza di individui troppo occupati dalle attività del Partito per fermarsi a riflettere, avrebbero garantito al Grande Fratello un eterno controllo sul popolo.

Mi scrollo dalla mente il libro di Orwell e torno con la mente al Grande Fratello televisivo, e a tutta la spazzatura di cui ogni giorno la gente si nutre con avidità, mentre la loro mente si gongola in un comodo limbo dal quale non vuole uscire. Molte persone inizialmente attaccano questo sistema, ma poi ne diventano parte, allettati dal potere che esso promette.
Proporre spazzatura per evitare che le persone riflettano e pensino: gli individui più manipolabili sono quelli meno consapevoli.

Come nota conclusiva mi vengono in mente i piani della P2 sul controllo del popolo attraverso i mass media.
Poi mi sovviene che l’attuale nostro premier non possiede soltanto televisioni, quotidiani e periodici, ma anche la tessera di tale organizzazione, e inquieto mi chiedo: non è che stiamo già vivendo il futuro/passato di Orwell?

Solo. Bene.

Solo. Bene.

Just fine

Stendersi in un prato ad ascoltare il vento, senza pensare a quando ci si dovrà alzare per andare o tornare in qualche luogo.
Guardare il mondo girare, persi e immersi nei propri pensieri, senza dover misurare e spiegare.
Stare soli con il battito fra le tempie, sentirlo lentamente affondare e diventare sommesso sfondo.
Chiudere gli occhi senza sapere quando si riapriranno, senza sveglie a suonare e senza telefoni a squillare, senza voci a chiamare.
Il dire e il fare che diventano un tutto unico, inseparabili finalmente dopo millenni di divorzio forzato.

E sentirsi.

Solo. Bene.

Sesso andato a male

Sesso andato a male

Amore in bilico

“Quando fai l’amore, consumi energia. Dopo ti senti felice e te ne freghi di tutto il resto, e questo loro non possono permetterlo. Loro vogliono che tu stia sempre lì a scoppiare d’energia: tutte queste marce, queste grida d’acclamazione, questo sventolio di bandiere, non sono altro che sesso andato a male.
Se dentro di te ti senti felice, perché mai ti dovresti entusiasmare per il Grande Fratello […] e tutta quella merda?”
Verissimo, pensò Winston. Esisteva un rapporto intimo e diretto fra castità e ortodossia politica. E difatti, come poteva il Partito mantenere i suoi membri al giusto livello di paura, odio e credulità fanatica, se non tenendo a freno un qualche potente istinto e poi usandolo come forza propulsiva?

Questo scriveva George Orwell nel suo 1984 , romanzo inquietante sul Grande Fratello (che non è quello di Taricone e compagni, suvvia).

Leggendo questo passo ho pensato a un’altra organizzazione, realmente esistente, che prescrive la castità ai propri discepoli e richiede “credulità fanatica”.
Singolare, no?

Ricordiamoci di noi

Ricordiamoci di noi

Ricorda

Coscienza di se. Coscienza di sé. Coscienza del “se”.

“Se avessi fatto, se avessi detto.”

Bivii e incroci, intersezioni fra strade e vicoli buii e spianate battute da venti.

Facciamo del male, abbiamo paura, digrignamo i denti, tremiamo come ramoscelli percossi da raffiche di indifferenza.

Giudichiamo credendo di sapere chi o cosa siano gli altri, ma ignoriamo chi siamo.

Osserviamo il mondo che ci gira intorno ma non ci fermiamo quasi mai a guardare dentro di noi perché non c’è cosa più spaventosa che rivivere noi stessi, ripercorrerci nei nostri errori, tanti, e nei nostri successi, sempre troppo pochi.

Non possediamo il “cosa”. Ci sfugge il “come”. Ma, più d’ogni altra cosa, ci fa difetto il “perché”.

Il passato serve a ricordarci da dove veniamo, il futuro ci fa sperare nella nostra destinazione, e il presente ci sfugge continuamente fra le dita.

Vivendo nel passato possiamo morire nella convinzione del fallimento.

Vivendo nel futuro sacrifichiamo il piacere di oggi alla speranza del domani.

Vivendo nel presente dimentichiamo la partenza e i traguardi e diventiamo eterei e volubili come piume nella bufera.

Uno e tre.

Il treno del destino

Il treno del destino

Linea 7

Il paesaggio scorre veloce.

Non ero mai stato prima su un treno panoramico, così diverso dai treni convenzionali.

Sembra di essere in un incrocio fra un pullman panoramico e uno di quei cinema che millantavano tridimensionalità nei Luna Park di vent’anni fa: sono seduto in prima fila, subito alle spalle dei macchinisti che stanno comodamente seduti in poltroncine lussuose e non devono fare molto se non controllare qualche parametro sui computer di bordo. Il vagone è semideserto e i sedili, posti su un piano rialzato rispetto alla postazione del personale, sono larghissimi, tanto che posso sedere incrociando le gambe, i piedi scalzi mentre le ampie vetrate ai miei fianchi e soprattutto l’enorme parabrezza, che occupa tutta la parte frontale del vagone di testa, aprono su pendii innevati e montagne maestose.

Fuori dal treno deve fare freddo, a giudicare dal vento che spazza neve farinosa alzando sbuffi di bianco dai rami ammantati di bianco.

Ciò che amo di questa visuale è l’assenza totale di qualsiasi elemento umano. Non vi sono infatti strade, tralicci, abitazioni, c’è soltanto un lungo binario che si snoda pigro in un candido riverbero.

Dentro me imperversa una strana sensazione, una commozione che è la risultante della compresenza di sensazioni differenti per essenza, ma pari per intensità. La Natura ammaliante, maestosa e mozzafiato là fuori, imperiosa e insistente a ricordarmi che è lei che prende e che dà, si dimostra anche malinconicamente ed impietosamente solitaria, desolante, spiazzante e stordente nella sua vastità.Trattengo anche adesso le lacrime, ma avrei dovuto iniziare a piangerle molti anni or sono. Le ricaccio in gola con risoluta idiozia.

Non ricordo neppure dove io sia diretto, né da dove sia partito. Non so se qualcuno mi sta aspettando, o se qualcun altro sta piangendo la mia partenza.

D’un tratto il silenzioso e rapidissimo convoglio arriva al primo segno di intervento umano in questa valle algida: un breve ponte che sostiene il tuffo dei binari all’interno di una galleria che sembra claustrofobicamente lunga.

Finisce il bianco e inizia il nero, quando il treno si ferma con un lieve sibilo usando i potenti freni e i macchinisti iniziano a conversare concitatamente. Le poche persone alle mie spalle, distanti qualche fila di sedili, sono incuriosite dall’evento mentre io capto le parole dei due uomini davanti a me.

C’è stato un errore, dicono.

Sono sul binario sbagliato.

Non si capacitano di come possa essere successo, se sia un errore umano o del sistema.

Il problema è che altri treni ultrarapidi sono in viaggio e potrebbero travolgerci causando un disastro senza precedenti.

Non sanno se procedere o tornare indietro, forse non c’è neppure il tempo di comunicare con la centrale e chiedere istruzioni.

Il rischio cresce ogni secondo.

Nel buio, lontano nel tunnel, scorgo due luci e il respiro mi si blocca.

Le luci si stanno avvicinando a velocità vertiginosa, vorrei avere il tempo di reagire ma non so cosa fare, non saprei, non so, non posso, le luci, vicine, un tonfo sordo assordante mi spazza l’aria dai polmoni.

Buio.

Non vedo.

Non sento.

Non c’è dolore.

Non c’è odore.

C’è il nero, e basta.

Forse stavo sognando.

Forse sto morendo.

Forse sono morto.

No, mi resta la mente, sto pensando quindi non sono morto ma potrebbe accadere presto, molto prima di quanto creda.

Uso questo tempo di sospensione per pensare a cosa avrei potuto fare per evitare questa situazione.

Le luci si stanno avvicinando: cerco di rompere il finestrino, che non cede al primo colpo.

L’ho incrinato, cerco il martelletto rosso di emergenza e riprovo, sta per rompersi, inizia a rompersi ma non è abbastanza per farmi passare, un altro tonfo ed è tutto nero di nuovo.

Ci riprovo.

Il tunnel è ancora buio, nessuna luce si sta avvicinando, i macchinisti hanno appena fermato il treno e stanno discutendo sul da farsi. La galleria è molto ampia anche se ospita un solo binario.

Urlo ai macchinisti, ed è quasi un ordine disperato, di aprire le porte.

Per qualche motivo devo essere sembrato convincente perché lo stanno facendo mentre urlo ai passeggeri di seguirmi.

Riesco a scendere dal vagone insieme a qualcuno dei più veloci, ci allontaniamo di una decina di metri correndo in avanti e lateralmente verso una scala di servizio quando veniamo quasi spazzati da un fragore intollerabile. C’è chi inciampa, chi cade per terra e chi viene scaraventato contro un muro e chi, più lento, non riesce a scendere dal treno mentre viene travolto e polverizzato nell’impatto tremendo.

Continuiamo a correre verso la scala d’emergenza, siamo in salvo.

Un ragazzo più o meno mio coetaneo commenta, cupo, la nostra fortuna e ringrazia la prontezza di spirito che ci ha permesso di salvarci.

Annuisco, in parte sollevato e in parte sconvolto, quando i nostri occhi si soffermano su una figura che sta salendo le scale insieme a noi, poco dietro.

Non riusciamo a vederla sotto la cinta a causa del corrimano in cemento che la separa da noi, che ci troviamo sulla rampa successiva alla sua, ma è alta, esile, intabarrata di nero e porta un cappuccio sulla testa e si muove con misurata ed esasperante lentezza, quasi fosse immune alle nostre paure mortali.

Non sono superstizioso, eppure in questo momento si stanno raccogliendo in me timori ancestrali incontrollabili.

Stavolta sono riuscito a sfuggire alla morte, che stia venendo inesorabile a riprendersi ciò che le sarebbe spettato?

Aumento il passo e anche il ragazzo che mi aveva ringraziato fa lo stesso, ma la figura incappucciata continua, allo stesso ritmo, a poggiare i piedi gradino dopo gradino, senza accennare a cambiare la velocità.

Continuo a guardarmi indietro e alla seconda rampa di scale, ovviamente, mi sento uno stupido. E’ solo un ragazzo smunto e pallido che indossa una felpa nera con un cappuccio. Sta fissando il pavimento con occhi inespressivi e muove i piedi come se fossero sottoposti a una innaturale inerzia.

Finalmente mi sveglio, ma non saprò mai se ho avuto davvero tre possibilità oppure se i finali alternativi erano un parto della mia mente ormai morente.

P.S. Lo scatto che accompagna il racconto di questo strano sogno viene da New York, dalla linea 7 della metro. Niente di particolare, ma mi piaceva la luce del mattino contro i graffi del finestrino, così ho alzato la reflex e ho scattato fra una testa e l’altra. Per fortuna non sono uno dei sette amici di Biancaneve, altrimenti avrei ripreso solo cuoio capelluto!

L'ignoranza del riccio

L'ignoranza del riccio

Sentirsi un extraterrestre

Con riluttanza mi avvicino ai bestseller da banco, vittima di un elitarismo autoimposto originato da traumatiche esperienze passate. Il ricordo di “Va’ dove ti porta il cuore“, infatti, è ancora vividamente scolpito in me.

Ciononostante ho affrontato con coraggio la lettura de L’eleganza del riccio, acclamato romanzo della francese Muriel Barbery.

Non entusiasta sulle prime, anche a causa della – gesto sconsiderato, lo ammetto – già avvenuta visione del film liberamente tratto dal libro, ho deciso di tirare avanti e superare l’impatto poco entusiasmante delle prime pagine, che ho trovato forse pervase da un autocompiacimento letterario e culturale a tratti eccessivo, come ad esempio ho rilevato nello sproloquio sulla fenomenologia. A chi serve – mi sono chiesto con saccente arroganza – un ripasso della filosofia kantiana?

Poi affiorano riflessioni ormai quasi demodè sulla vita occidentale, che pare ogni giorno di più una prigione dalla quale non si può nè si vuole sfuggire, nella quale il sollievo può venire dagli incontri con le rare persone di valore e dalle piccole cose; perché L’eleganza del riccio è un libro sulle piccole cose e sulle Grandi cose come strumento per elevare lo spirito.

Da qui in poi le sorti della Barbery si risollevano nettamente, per quanto mi riguarda, traslando la mia attenzione sul rapporto con il prossimo: troppo spesso siamo troppo impegnati a viverlo come uno specchio deformante, guardando gli altri cercandovi noi stessi e quindi senza mai vederli davvero. Viviamo allo specchio cercando di costruire l’immagine di noi che vorremmo esporre agli altri, senza riuscire a capire chi e cosa in realtà siamo.

Il più delle volte sfioriamo il Bello, sia esso Arte o armonia in genere, vi passiamo davanti senza riuscire a coglierlo, ad afferrarne il senso intimo.

E – ahimè – quanto è più grave tale colpa quando a macchiarsene è una mente attiva, un’intelligenza di livello elevato che si sacrifica lambiccandosi in questioni di rilevanza pressoché nulla.

Perché l’intelligenza è un mezzo e non un fine, ci ricorda correttamente la Barbery, ammonendo tutti coloro che la utilizzano per stupire e ammaliare, invece che per aiutare (e aiutarsi).

E, infine, si può piangere di gioia quando finisce qualcosa e qualcos’altro comincia.

Adesso mi è venuta voglia di leggere la Critica della ragion pura di Kant. Allora, forse, quello sproloquio non era poi così inutile.

Touchè.

Quasi dimenticavo, a proposito del film: chi l’ha realizzato non deve aver capito molto del libro, perché la trasposizione cinematografica ha davvero poco da spartire con il testo scritto. A titolo d’esempio sia sufficiente notare come, nel film, si veda Paloma armeggiare spesso con le pillole della mamma, quando nel libro ciò non accade mai. Evidentemente, però, il regista ha deciso che l’impatto di quelle scene presso il grande pubblico sarebbe stato superiore e più “facile” rispetto a un doveroso approfondimento delle tematiche fondamentali del lavoro della Barbery.

P.S. Questa mattina, scrivendo il post, mi sono scappati un paio di lapsus, così l’eleganza è diventata ignoranza, cosa che doveva accadere solo nel titolo del post. Mai scrivere i post di prima mattina! 😀

L’ignoranza del riccio

L’ignoranza del riccio

Oho ohi. Sentirsi un Extraterrestre.

Con riluttanza mi avvicino ai bestseller da banco, vittima di un elitarismo autoimposto originato da traumatiche esperienze passate. Il ricordo di “Va’ dove ti porta il cuore“, infatti, è ancora vividamente scolpito in me.

Ciononostante ho affrontato con coraggio la lettura de L’eleganza del riccio, acclamato romanzo della francese Muriel Barbery.

Non entusiasta sulle prime, anche a causa della – gesto sconsiderato, lo ammetto – già avvenuta visione del film liberamente tratto dal libro, ho deciso di tirare avanti e superare l’impatto poco entusiasmante delle prime pagine, che ho trovato forse pervase da un autocompiacimento letterario e culturale a tratti eccessivo, come ad esempio ho rilevato nello sproloquio sulla fenomenologia. A chi serve – mi sono chiesto con saccente arroganza – un ripasso della filosofia kantiana?

Poi affiorano riflessioni ormai quasi demodè sulla vita occidentale, che pare ogni giorno di più una prigione dalla quale non si può nè si vuole sfuggire, nella quale il sollievo può venire dagli incontri con le rare persone di valore e dalle piccole cose; perché L’eleganza del riccio è un libro sulle piccole cose e sulle Grandi cose come strumento per elevare lo spirito.

Da qui in poi le sorti della Barbery si risollevano nettamente, per quanto mi riguarda, traslando la mia attenzione sul rapporto con il prossimo: troppo spesso siamo troppo impegnati a viverlo come uno specchio deformante, guardando gli altri cercandovi noi stessi e quindi senza mai vederli davvero. Viviamo allo specchio cercando di costruire l’immagine di noi che vorremmo esporre agli altri, senza riuscire a capire chi e cosa in realtà siamo.

Il più delle volte sfioriamo il Bello, sia esso Arte o armonia in genere, vi passiamo davanti senza riuscire a coglierlo, ad afferrarne il senso intimo.

E – ahimè – quanto è più grave tale colpa quando a macchiarsene è una mente attiva, un’intelligenza di livello elevato che si sacrifica lambiccandosi in questioni di rilevanza pressoché nulla.

Perché l’intelligenza è un mezzo e non un fine, ci ricorda correttamente la Barbery, ammonendo tutti coloro che la utilizzano per stupire e ammaliare, invece che per aiutare (e aiutarsi).

E, infine, si può piangere di gioia quando finisce qualcosa e qualcos’altro comincia.

Adesso mi è venuta voglia di leggere la Critica della ragion pura di Kant. Allora, forse, quello sproloquio non era poi così inutile.

Touchè.

Quasi dimenticavo, a proposito del film: chi l’ha realizzato non deve aver capito molto del libro, perché la trasposizione cinematografica ha davvero poco da spartire con il testo scritto. A titolo d’esempio sia sufficiente notare come, nel film, si veda Paloma armeggiare spesso con le pillole della mamma, quando nel libro ciò non accade mai. Evidentemente, però, il regista ha deciso che l’impatto di quelle scene presso il grande pubblico sarebbe stato superiore e più “facile” rispetto a un doveroso approfondimento delle tematiche fondamentali del lavoro della Barbery.

P.S. Questa mattina, scrivendo il post, mi sono scappati un paio di lapsus, così l’eleganza è diventata ignoranza, cosa che doveva accadere solo nel titolo del post. Mai scrivere i post di prima mattina! 😀

Quelli che ben pensano?

Quelli che ben pensano?

Il fiume delle conseguenze

Sono al fiume, sdraiato sotto raggi di sole intermittenti, e vorace mi nutro delle pagine del malcapitato libro di oggi.

Felici famigliole, ragazze, dolci coppiette si appiattiscono sui sassi come gechi alla ricerca dell’ultimo scampolo di calore.

Assorto come un monaco benedettino quasi non mi accorgo del sopraggiungere di una bicicletta alle mie spalle. Scosto di qualche millimetro gli occhiali da sole con un importante arricciamento di naso e vedo scendere dalla bici un uomo di mezz’età vestito di soli pantaloncini. Corpo asciutto e abbronzato, capello scuro, crespo e riccio raccolto a fatica da un elastico arancione. Piedi nudi, viso dai lineamenti grossolani – ho pensato.

Sceso di sella, si leva i pantaloncini e resta in boxer e si immerge fino alle cosce in acqua. Si guarda intorno, esce dall’acqua e si siede all’ombra per un po’ a… Guardare il fiume, oserei dire, finché non si è alzato e, prima di andarsene, mi ha chiesto con gentilezza una sigaretta, se l’è accesa, ha inforcato nuovamente il suo mezzo ed è ripartito.

Potrebbe sembrare una scena completamente naturale e indegna di essere riportata, ma ne sono rimasto coinvolto in quanto ha mosso qualcosa dentro me.

Che cosa, infatti, mi ha incuriosito di quel personaggio? Pensare che addirittura qualcuno lo guardava con timore, come se fosse uno svitato capace di qualunque follìa, una scheggia impazzita di potenziale nocivo nella folla di benpensanti.

E invece, in quel momento, la persona più a suo agio nel mondo era proprio lui. Lui che privo di orpelli e vestito solo di sé stesso è arrivato al fiume, ha deciso di rinfrescarvisi nel vano tentativo di scrollarsi di dosso l’afa, ha contemplato lo splendore della natura senza neppure calcolare gli umani che lo circondavano – fatto salvo il fugace contatto col sottoscritto, durante il quale tra l’altro ha allungato l’occhio per cercare di leggere il titolo del libro che avevo lasciato aperto sull’asciugamano – ed è ripartito.

Cosa che, raccontata così, sembra perfettamente normale e plausibile, ma nel mondo in cui viviamo è quanto di più distante dai comportamenti a cui siamo abituati, ragion per cui ne siamo colpiti e in parte spaventati.

Oh, uomo, quante cose hai dimenticato di te stesso e del mondo da quando ti sei evoluto

P.S. Spesso, sbagliando, comincio a scrivere un post spremendomi il cervello per trovare un titolo che possa riassumere quello che ancora non ho scritto. Questa volta ho deciso di rettificare i passi della genesi del post, conformandomi a quella che dovrebbe essere una logica più filante.

%d bloggers like this: