Month: April 2011

Ronzii

Ronzii

Dreams or nightmares

Carezze d’arpa o colpi rullanti di chitarra elettrica, sogni o incubi desti.
Vedi, afferra, rifiuta, rifuggi. Il cielo si completa lentamente, costellazione dopo costellazione, silenzio.
E il firmamento si ritira come onda mareale.
Fumi di caffé e profumi di stagioni da venire, ronzii di api che creano la vita dalla vita.
Lievi ondulazioni elettromagnetiche.
Scoprimi.
Stupidamente soli come numeri primi, impossibilitati a un incontro, fregandosene delle frasi fatte per effetti suggestivi sul grande pubblico che poco grande in fondo è.
Pietre miliari su un asse cartesiano, consapevoli della propria unicità e della propria distanza reciproca.
Certami fra certezze, poi certosini e fallaci tentativi di mantenimento di parvenze di salute mentale.
Apparenti sproloqui che acquisiscono senso in colui che li produce come porte chiavistellate a doppia mandata.
Sarai ladro sufficientemente abile da scardinare e poggiare l’occhio allo spioncino che porta all’ignoto?

Scontri e incontri

Scontri e incontri

Skies colliding

Ronzii rumori bianchi nel cervello perfettamente difettoso, come fotografie sbiadite e crepe nei vetri di variopinti rosoni.
Affascinanti imperfezioni.
Ondulazioni apparentemente caotiche, ma perfettamente ritmiche nella loro natura più intima e ineffabile.
Dove la materia e l’antimateria si scontrano, orizzonti degli eventi emettono fasci di energia.
Oltre, non ci è dato vedere.
Oltre, l’oscurità. Ma la coincidentia oppositorum suggerisce che il buio totale equivale a luce infinita.
E nell’oscurità impenetrabile, così come nella luce abbagliante, le leggi che conosciamo perdono di ogni loro senso.
Dove entità diverse come materia e antimateria si incontrano e si scontrano, là si forma una singolarità universale.
Un posto in cui il tempo e lo spazio seguono leggi differenti da quelle di tutti gli altri posti esistenti.
Servono soltanto densità estreme di rumori bianchi, apparentemente caotici.

Prospettive

Prospettive

Changing perspectives

Gli occhi si spalancano, mi rendo conto di essere sdraiato su un terreno sconnesso, metto a fuoco ed è deserto tutt’intorno. Tracce di vita, nessuna.
Tento di alzarmi in piedi ma le gambe non sono ancora pronte, tremano e cedono sotto il peso che mi porto appresso.
Striscio, quindi, raschiandomi le unghie sui sassi aguzzi, ferendo le ginocchia di profonde piaghe.
Non so dove io sia diretto, perché ogni direzione sembra portare nello stesso posto, cioè in nessun dove. Le aride distese che mi circondano si fanno sempre più buie.
Vago e nel mentre ricordo. Affanno pesanti respiri. Col vago ricordo di aver sentito dire che la strada più oscura è quella che si percorre a occhi chiusi.
A occhi chiusi si sogna, si immagina, si respira, ma non si vede veramente.
La mano escoriata incontra, fra pietre e polvere, un corpo morbido e delicato, che si muove carezzando le mie ferite.
Percepisco una lama di luce ferirmi la pupilla, e solo allora capisco che le mie palpebre non si erano mai separate, come patetiche amanti parossisticamente e morbosamente avvinghiate.
Allora lentamente le faccio allontanare l’una dall’altra e mi lascio inondare dal candore abbacinante.
Inizialmente non percepisco alcun colore, poi una figura familiare si delinea: è una mano, tesa, a indicare un punto che pare lontano, nella distesa deserta che però ora è chiazzata da una strana luce.
Strizzo gli occhi e vedo un germoglio, lontano, in pieno deserto. La vita dove non ce n’è mai stata.
Proprio là dove speranza e paura collidono.
Potrebbe trovarsi a una settimana di cammino. O a sette mesi. O a sette anni.
O potrebbe essere un miraggio.
Ma da questa nuova prospettiva non sembra esserlo.
Cè solo un modo per verificare: bisogna credere di poterci arrivare, e avere il coraggio di andare.
Durante il viaggio, pazientemente ardere nell’attesa di giungere a destinazione e scoprire la verità.

Agonia

Agonia

Le ultime luci

Morire come le allodole assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

“Agonia” – G. Ungaretti

Quanta verità in questi versi dell’Ermetico…
Meglio morire come le allodole perseguendo il proprio miraggio, oppure dopo aver volato sul mare per chilometri e chilometri, che vivere di lamento come un cardellino accecato.

Come non essere concordi?

A caccia della luce

A caccia della luce

A life all mine

Pasquetta alternativa quest’anno.
Sveglia presto per una suggestiva passeggiata attraverso la città ancora sonnecchiante, verso un cappuccino riconciliante in uno dei pochi bar-pasticcerie aperti.
Poi a casa, in attesa della pioggia che sarebbe arrivata nel tardo pomeriggio, immerso in uno dei miei passatempi più rilassanti e rari: sdraiato sul letto in compagnia di un ottimo libro, la finestra aperta per far filtrare l’aria tiepida di primavera.

Verso sera, quando la pioggia aveva già inumidito le campagne, ho caricato reflex e treppiede e sono partito per le vicine colline, sulle quali si appoggiava una tenue nebbiolina, per catturare l’ultima luce del tramonto accendere le gocce d’acqua che ricoprivano i prati.

Verso

Verso

Alone, abandoned, but still standing tall

Una fornace abbandonata. Un tempo il suo cuore ardeva rovente, ma oggi è solitaria, abbandonata al suo fiero silenzio.
Sta ancora là, ancora in piedi, nonostante le crepe che l’hanno segnata irriperabilmente, e si protende con disperazione verso il cielo.

Mentre converto questa foto in bianco e nero, questa è la canzone che mi suona in cuffia.

I’m waiting for your hands
to fold around my wrist
I’m mellowing in warm grass
and the scent of you I’ve missed

And blue is representing
the draft in my heart
I’m wandering through thin skies
and the transparent air I’ve missed

Pale is my face
you might want to colour
while I breathe

I’m following large drops of rain
with my eyes on the sight of you I’ve missed.

(The May Song – The Gathering)

Espiazione

Espiazione

Atonement

Suicida e omicida, vincitore e perdente, santo e peccatore, mi aggiro all’alba fra i campi di primavera dove il verde della vita rigogliosa contrasta con vecchi edifici morti.
Convivenza tra inizi e conclusioni, attrazioni fra opposte polarità, espiazioni, campi magnetici che si ribellano e si disassano rispetto al normale flusso.
La vita viene dalla morte, la morte non esiste senza vita.
Soli, ma mai soli fino a che si hanno dentro i propri sogni, unico bene del quale non si può essere derubati.
Viaggi senza ritorno, eterni ritorni al di là del bene e del male.

Automa alimentato dal flusso di pensieri mi accuccio, appoggio l’indice sul familiare pulsante e scatto, catturando la tiepida luce e i tenui colori del mattino.

Poi arriva la Voce.
Come velluto mi canta all’orecchio le sue amare ammissioni: la mia storia è troppo triste per essere raccontata, perché quasi tutto mi lascia indifferente.
Dice che non esistono droghe o alcool, ma solo tu davanti a me.
Allora mi giro e d’improvviso vedo il tuo volto meraviglioso, ed è l’unica cosa che mi scuote davvero.

Ma oggi tu non sei con me.

Sì, il cervello è la più rara delle droghe.

Anime smarrite

Anime smarrite

Non è più tempo

Il fascino del regno del Sogno è sempre troppo forte per essere ignorato. Quando un luogo poggia le proprie fondamenta sulla nostra intima essenza, è arduo mostrarsi indifferenti. Quando poi ci ripropone, a puntate in notti diverse, un’esperienza, diventa una potente fonte di riflessione, come è accaduto per le due puntate del sogno che vado ora a raccontare.

Parte I – Pratiche esoteriche

Un amico mi è apparso e, per qualche motivo, con trasporto mi ha parlato di una pratica piuttosto singolare: dormire insieme ai morti per rivivere quasi osmoticamente le loro esperienze dolorose pre-mortem, in modo da condividerle e alleggerire quindi le loro anime, consentendo loro di lasciare finalmente il limbo dei rimpianti e degli irrisolti per avviarsi verso l’eternità.
Il discorso mi parve strampalato e sulle prime non avrei saputo cosa pensarne. Lo archiviai perciò senza darvi troppo peso, ma la curiosità rimase.

Parte II – Le gemelle

Dopo avere rivisto brevemente l’amico della prima puntata, mi avvio verso una grande casa probabilmente abbandonata, una vecchia villa di campagna la quale nonostante l’età e la decadenza risulta trovarsi in uno stato migliore di quanto ci si potrebbe aspettare. Per qualche strana ragione ero consapevole che, proprio lì, avrei potuto tentare di vivere l’esperienza descrittami dal mio amico qualche notte prima.
L’androne è spoglio, ma non tradisce il proprio passato di ambiente imponente e accogliente, spartano ma curato. Giunto a delle scale che salgono inerpicandosi intorno ai muri di un’ampia tromba a base quadrata, comincio a percorrerne gli scalini in legno, fino a giungere al primo pianerottolo. Di fronte a me una finestra attraverso la quale filtra debole la luce della luna di primavera, mentre a sinistra scorgo una piccola porta – non più alta di un metro e mezzo, a occhio – che conduce a una stanza di grandi dimensioni. E’ un dormitorio contenente una dozzina di letti, la cui struttura metallica tubolare con arzigogoli in stile liberty è coperta da bianche lenzuola e cuscini.
Osservando meglio mi accorgo che quasi tutti i letti non sono vuoti: delle persone sono coricate sotto le coperte. Sembrano vive, persone in carne e ossa, ma dentro me so che si tratta dei morti del limbo. Una di essi si alza sui gomiti e con espressione serena mi osserva, valutando le mie mosse, quasi intuendo il motivo per cui mi fossi spinto fin là.
Nel primo letto vicino alla porta si cono due giovanissime sorelle gemelle, che stimo abbiano circa dieci anni, coperte fino alla vita, nei loro due pigiamini identici. Hanno i capelli castani chiari e la frangia, e quando mi vedono dipingono un largo sorriso sui loro volti innocenti ma sofferenti. L’angoscia di trovarmi di fronte a due ragazzine così giovani mi pervade, ancor più sapendo che dentro di loro c’è qualcosa che le trattiene nella dimensione ove non c’è luce né ombra.
Mi avvicino al loro letto e mi stendo sopra le coperte, sotto le quali le due bambine si abbracciano con un gesto che sembra quasi simbiotico rituale. Con il braccio sinistro le cingo entrambe e lentamente mi addormento. Appena chiudo gli occhi, Morfeo mi reclama con sé, e comincio a rivivere i momenti tristi e quelli felici dei loro ultimi anni di vita.
Mi sveglio infine con il ricordo delle loro risate e delle loro lacrime ancora vivido.

Credo che non ci sarà una terza puntata, perché il mio subconscio deve aver deciso che il mio compito è concluso.

Il battito deve rallentare?

Il battito deve rallentare?

Il mondo dallo spioncino

Sedevo da solo al tavolo di un pub londinese, e mentre sorseggiavo una buona ale in abbinamento a un ottimo piatto di pub food (salsiccia e potato mash, una sorta di purè), scribacchiavo sul mio Moleskine e scattavo qualche foto (fra cui ovviamente quella che pubblico qui sopra).

Pensavo che qualche volta mi piace far fermare il tempo, rallentare la mia vita e sedermi ai bordi di quella degli altri. Non per voyeuristica perversione, bensì perché è sempre più difficile trovare momenti in cui poter riflettere ed assaporare il presente, senza dover volgere necessariamente la mente al futuro prossimo.

Perché la vita tachicardica pulsa frenetica, corre, si arrotola e si dipana, si schianta ad alta velocità, si frantuma e poi, forse, i brandelli e le schegge provano a riassestarsi.

A questo proposito mi salta in mente al volo una vecchia canzone di Tom Petty and The Heartbreakers, che recitava “Well I don’t know but I’ve been told, you never slow down, you never grow old” (“Non lo so, ma mi è stato detto che, se non rallenti mai, non invecchi mai”). Io la modificherei leggermente: “you never slow down, you never grow”: se non rallenti mai, non cresci.

Insomma, le esperienze servono e vanno vissute, ma è proprio quando ci sediamo ai bordi della vita e la guardiamo attraverso lo spioncino che esse sedimentano e vengono elaborate. E’ in quel momento che dobbiamo affrontare noi stessi e non gli altri, guardare i nostri difetti e mancanze invece di quelle altrui, in un esercizio non banale né facile, né tantomeno scontato. Vedo molte persone, invece, che si ergono sempre sulla ribalta con disinvoltura, e non si rifugiano mai dietro le quinte, dove volano le domande e annaspano le risposte. Tante volte queste stesse persone elargiscono giudizi sulle altre, a distogliere l’attenzione deviandola su altro che non siano loro stesse.

Probabilmente molte crisi interiori che non riusciamo a risolvere sono dovute proprio a questo.

Dal ricordo al futuro passando per i sensi

Dal ricordo al futuro passando per i sensi

Toward the sun

Sedersi sugli scogli del lungomare e chiudere gli occhi, per sentire la brezza marina sulla pelle e respirare il salmastro profumo del mare.

Nello sciabordìo della risacca udire i bambini che giocano, echi lontani di una felicità spensierata.

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