Month: June 2012

Pathfinding

E’ giovedì mattina, è il 14 giugno 2012,  è il grande giorno. Mi sveglio a fatica come sempre, cercando di riattivare un metabolismo vittima di carenza di sonno e saltuari abusi alcolici.

Decido per qualche motivo oscuro di sbarbarmi, per la prima volta dopo quasi un anno e mezzo in cui il mio volto è sempre stato coperto in proporzioni variabili da una folta paluria scura. Era quasi un fioretto, il mio. Tenere sulla mia faccia i segni un memento che non mi facesse dimenticare il posto da cui provengo: il mio passato.

Non mi resta tempo per fare colazione, perciò mi prendo un paio di consistenti dolci tedeschi al panificio sottocasa e, sacchetto sottobraccio, mi dirigo verso l’ufficio. Nel mentre mi arriva sul cellulare una mail di un collega: l’alto management ci ha richiesto di spegnere tutti i sistemi relativi al progetto su cui stiamo lavorando. Sta per passarmi l’appetito, ma cerco di restare positivo anche se ormai non ci sono molti dubbi su quello che sarà l’annuncio di stamattina. Alle 8:30 tutta la sede di Ulm è riunita in mensa, e dopo  la consueta introduzione di circostanza arriva la doccia gelida: si chiude.

C’è il tempo per lasciare la sede, almeno per oggi, e andarsene in riva al Danubio con un gruppetto di amici internazionali, dotati di birre belghe e vodka polacca e liquori finlandesi. Restare in ufficio oggi non ha senso, sapendo che stiamo per diventare disoccupati, ma stare in compagnia delle persone con cui si sono divisi mesi, a volte anni, di lavoro, ha molto più senso.
E’ un po’ lo stesso effetto del servizio militare obbligatorio: ti trovi nello stesso ambiente, lontano da casa, a fare la stessa cosa, insieme ad altri coetanei, e loro sono la sola cosa che hai. Allora è facile attaccarvisi, sentirli come fossero versioni pacifiste dei fratelli in armi.

Il giorno dopo nella sede regna un’atmosfera surreale: silenzio, capannelli di persone nei corridoi che discutono e si scambiano informazioni ed esperienze, qualcuno che fa volare elicotteri radiocomandati perché non ha che altro fare. Passano le ore e qualcuno organizza corsi interni di aggiornamento e varie altre attività per fare in modo che il tempo che ci separa da metà settembre, quando la sede verrà chiusa definitivamente, sia il proficuo e redditizio possibile.

Vedo ragazzi piangere perché perderanno gli amici, e perché credevano fortemente nel progetto. “Eravamo così vicini”, dicono. “Abbiamo lavorato così duro, ore e ore, e ora non resta più nulla”, aggiungono.

E ora che si fa? Si resta a Ulm oppure si procede verso la prossima avventura? Proprio ora che sembra ancora più bella sotto il caldo sole estivo, pensare di lasciarla genera sensazioni contrastanti, come se si dovesse allontanarsi da una persona che ha tradito ma che si ama ancora.

Stay tuned.

La madre degli imbecilli é malandrina

La madre degli imbecilli é malandrina

Hit the lights

É passato ormai parecchio tempo dall’ultimo post, e non perché non avessi nulla da raccontare ma forse per pigrizia e forse per la scusa di avere troppe cose da fare.

Scrivo oggi alla vigilia della partenza per il consueto fine settimana lungo italiano, neppure tre settimane dopo la mia ultima fuitina in terra friulana.

L’ultima volta era il 13 maggio e i Metallica suonavano a Udine, dandomi un ulteriore motivo piú che valido per valicare le alpi. Non c’é motivo per me di soffermarsi sull’evento in questa sede, dopo che fiumi di pixel sono stati riversati dai virtuali calamai alle pagine Web di tutta Italia. Mi limito a unirmi al coro entusiastico dei fortunati spettatori, e aggiungo considerazioni riguardanti la gente.

Strettamente parlando del concerto e piú in generale del popolo metal, in ogni occasione é sempre un piacere riunirsi con persone che condividono la passione per un genere musicale che di norma si muove al di fuori dei canali mainstream, quelli dove scorre il flusso delle canzoni pop da hit parade. Spesso ai concerti rock e metal si incontrano le stesse facce note piú volte, ed é estremamente facile finire a chiacchierare dei gusti musicali con metallari provenienti da mezzo mondo.

Proseguendo a parlare di umanitá andrebbe menzionato anche l’incontro al casello di Carnia, in alto Friuli, con un simpatico omino italiano che avrebbe meritato di essere annodato intorno a un palo della luce. La scena: obbligato a uscire al casello suddetto causa veicolo in fiamme in galleria, inserisco una banconota da dieci euro nell’automatico, che peró per qualche motivo la prende, la spiegazza, la risucchia e tenta di risputarla dalla bocchetta sottostante, ma ne esce solo un microscopico lembo. Dopo qualche sfortunato tentativo di estrazione decido di rompere gli indugi e premere il pulsante rosso per chiedere assistenza. Arriva un ometto, piccolo dentro, della societá autostradale, occhiali da sole sulla testa, che guarda la targa della mia auto tedesca e con fare arrogante, in italiano, esordisce: “ma dove la metti la banconota, eh? Dove stai cercando di metterla, eh?”. Inutile dire che non era la sua giornata fortunata… Rispondo in altrettanto italiano che avrei avuto molte idee su dove ficcare la banconota anche se avrei preferito interi sacchi di monete da due euro, e che avrebbe dovuto fare meno lo splendido siccome sono perfettamente a conoscenza del funzionamento di uno stupido casello autostradale. Sorrisino forzato da parte sua, timido tentativo di controbattere subito zittito dal sottoscritto, estrazione banconota e problema risolto. Nessuna scusa, naturalmente, perché l’idiozia per certe persone é un privilegio.

La prossima volta, per par condicio, esperienze con gente villana d’oltralpe.

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