Month: October 2012

Arrivedercitalia

Arrivedercitalia

Il bentornato in Germania: 70km di code e rallentamenti.

Arrivederci Italia.

All’approssimarsi del mio anniversario d’emigrazione saluto il mio paese natio e per tornare oltreconfine con un misto di sollievo e amarezza.

Saluto l’Italia, dove la casta politica è solamente degna rappresentante di un popolo che non perde occasione per approfittare delle circostanze al fine di trarre benefici personali. Quando faccio notare questo aspetto molti si indignano e a ragione, ma molti altri malcelano ipocrisia in quanto essi stessi, più e più volte e ogni occasione, hanno infranto le regole per vantaggio personale, anche se a volte ho trovato quasi difficile accusarli perché l’Italia è il paese dove chi segue le regole è un ingenuo e viene spesso fregato dal popolo di furbi.
Perché in Italia conviene rubare migliaia o milioni di euro, non poche decine, perché i furti ingenti sono talmente sfacciati da perdere la propria natura di furti diventando furbizie da lodare.

L’Italia, dove fino a qualche anno fa, parlando dei politici, tutti dicevano “lo faresti anche tu al posto suo”, ma oggi, che il sistema che abbiamo contribuito a creare sta mostrando serie difficoltà e il nostro stesso futuro è a rischio, puntiamo il dito contro di loro come fossero gli unici colpevoli.

L’Italia, dove l’imprenditore gira con il SUV che costa come l’abitazione che i suoi dipendenti riescono a malapena ad affittare.
Dove, per amor di verità, il costo sostenuto dall’imprenditore è sproporzionato rispetto allo stipendio netto che arriva in tasca al dipendente.
Dove gli automobilisti non si fermano a lasciare passare i pedoni perché lo farà qualcun altro.
Dove si parcheggia in divieto di sosta o sugli stalli per i disabili perché “tanto sono cinque minuti”.
Dove le piste ciclabili sono addirittura osteggiate perché potrebbero levare spazio alle auto.
Dove storciamo il naso di fronte alle centrali eoliche, rubiamo i pannelli nottetempo da quelle fotovoltaiche e rifiutiamo il nucleare, però non rinunciamo a illuminare a giorno le stradine di paese.
Dove un lavoratore capace non viene valorizzato perché “tanto fuori dalla porta ho la fila di persone pronte a prendere il tuo posto”.
Dove avremmo tante di quelle risorse umane, naturali e culturali da poter tornare a diventare una delle grandi protagoniste d’Europa. Dove se usassimo la nostra creatività e spirito d’avventura per il bene del Paese e non per fregare il prossimo, potremmo definire dei nuovi standard.

Abituati come siamo a cercare nuove vie per aggirare gli ostacoli che incontriamo a causa del sistema malfunzionante, non abbiamo altra scelta che sviluppare una creatività superiore per inventare nuovi metodi di sopravvivenza, e questa attitudine è rara nel mondo.

Tuttavia ciò non ci interessa: l’importante è usare il sistema per arrivare più in alto possibile e schiacciare chi non è stato scaltro come noi.

Fruttifero isolamento

Fruttifero isolamento

Driving at dawn

Oggi riparto per l’Italia dopo una lunga assenza, perciò stamane sono arrivato in ufficio non in treno ma in auto. Restando ovviamente imbottigliato nel traffico della periferia di Monaco di Baviera, impiegando tre quarti d’ora per percorrere una ventina di chilometri.

Già prima di partire da casa stavo rimpiangendo la mia ora abbondante di treno giornaliera, senza neppure avere idea del traffico che avrei incontrato.

Dopo sei settimane di viaggi giornalieri, infatti, mi sono reso conto che il tempo di trasferimento da Ulm a Monaco è tutt’altro che perso. Sono da solo in mezzo alla gente, mi godo la musica in cuffia e nel frattempo leggo libri oppure finisco lavori che non avevo completato in ufficio. Da quando faccio il pendolare ho letto tre libri, una media ben superiore a quella delle sei settimane precedenti in cui, pur stando a casa in ferie, non ho quasi aperto una singola copertina. Quello del viaggio quotidiano è un isolamento tutto sommato fruttifero.

Strafe Gottes

Strafe Gottes

Il treno è in ritardo di una ventina di lunghi e freschi – nell’ordine dei 4/5 gradi – minuti.
Nessuna novità assoluta, finora.
Oggi però è l’11 ottobre 2012, come si può facilmente verificare su qualsivoglia calendario, ma per me si tratta di una ricorrenza piuttosto importante o, più nello specifico, della ricorrenza di un avvenimento che mi ha cambiato la vita: un anno esatto fa, infatti, ricevevo l’offerta di lavoro da Nokia Ulm, a conclusione di una trafila di colloqui come mai ne avevo sostenute.
Un anno fa cominciava un’avventura che non solo ha cambiato la mia vita, ma anche me stesso.
Ricominciare da zero è stato un po’ come vedersi attraverso uno specchio e, come fosse divina punizione (la Strafe Gottes del titolo), vivere in prima persona ciò che probabilmente altri avevano vissuto con me.
Ero un immigrante “di lusso” o perlomeno fortunato perché avevo alle spalle il supporto di una grande azienda, questo è vero, ma credo che tutti i compromessi a cui ho dovuto sottostare nel perseguimento del mio fine non siano stati trascurabili. Non che voglia apparire un eroe, ci mancherebbe, ma ogni rinuncia che ho dovuto fronteggiare è stata una bacchettata su mani forse viziate, e ogni riconquista non solo un sospiro di sollievo ma anche un sorriso che tornava e portava con se la comprensione delle fortune che possedevo e che davo per scontate come, d’altra parte, molti uomini occidentali fanno.
Avevo scritto su questo blog di come avessi vissuto in una stanza dall’11 novembre 2011 al primo aprile 2012. Quasi sei mesi semirinchiuso in un’abitazione temporanea che era niente più di una mansarda di un collega finlandese, coi miei mobili ammassati in un magazzino a Milano e senza prospettive di sblocco perché dopo due settimane dall’arrivo a Ulm l’azienda mi aveva comunicato la possibilità di un mio trasferimento a Berlino o, nella peggiore o forse migliore delle ipotesi, a San Diego, Vancouver o in qualche altro angolo del pianeta. Non sembrava avessero fatto bene i loro calcoli, e la risultante era un’ulteriore incetezza nella mia già claudicante partenza.
Mi muovevo sempre in autobus perché non possedevo un’auto – in Italia avevo usato negli ultimi anni un’auto aziendale – e non volevo ancora comprarne una prima di capire dove sarei finito e cosa avrei fatto. Non potevo perciò esplorare il territorio come facevo in Italia, inforcando la reflex alla ricerca di paesaggi; non potevo ritagliarmi spazi miei; vivevo pressochè alla giornata, temendo di non poter cominciare a stringere legami affettivi o d’amicizia per vederli scomparire da un giorno all’altro.
In ufficio ero il primo e unico inserimento in un team totalmente tedesco che lavorava insieme da oltre quindici anni, i cui componenti non avevano alcuna intenzione di riferirsi a me in una lingua comprensibile, neppure e soprattutto durante le pause o il pranzo. La lingua ufficiale della compagnia è sempre stata l’inglese, e mentre io vedevo ragazzi di tutto il mondo e di tutti i colori che conversavano e scherzavano fra loro in inglese, io cercavo di carpire qualche parola del rapidissimo tedesco colloquiale che i miei colleghi si scambiavano, incuranti del fatto che io non fossi in grado di comprenderne che una benché minima percentuale.
Arrivò come manna dal cielo la squadra di basket, nella quale dovetti fare i conti con i malanni fisici che mi ero portato come bagaglio a mano dall’Italia. Ciononostante riuscii a togliermi qualche soddisfazione prima che arrivasse la primavera, quando stremato dalla carenza decisionale dell’azienda presi la mia decisione di restare a Ulm, a qualunque costo.
Erano arrivate nel frattempo anche altre offerte di lavoro, ma le avevo rifiutate perché mi ero legato a Nokia, non solo contrattualmente e logisticamente, e volevo restare legato a Ulm.
Il giorno in cui mi sedetti nella mia nuova auto fu come tornare d’improvviso diciottenne, riassaporando la libertà di movimento e con essa il primo passo verso il ritorno alla mia precedente vita.
Avevo anche bisogno di un accenno di stabilità e dei miei spazi, perciò affittai un appartamento sufficientemente spazioso da sembrare qualcosa di più di un alloggio temporaneo, completai il trasloco facendomi portare i mobili, acquistai una cucina.
Con l’appartamento ancora da completare, in una calda mattina di giugno arrivò la notizia della chiusura di Nokia Ulm. Non avevo molte opzioni: lasciare Ulm cercando fortuna altrove oppure restarvi aggrappato nella speranza di trovare un impiego nella piccola cittadina sveva.
Scelsi la seconda opzione, complici altri incontri e avvenimenti che mi diedero altri motivi per restare sulle rive del Danubio, nella città che avevo scelto con il cuore, non solo con la testa. La ricerca di lavoro proseguì piuttosto bene, fortunatamente, ma nei dintorni di Ulm le opportunità erano ben poche soprattutto per chi, come me, non solo non possedeva una conoscenza della lingua tedesca sufficiente a un utilizzo giornaliero in ambito lavorativo, ma mancava anche di una Ausbildung, cioè di una formazione professionale, e di un titolo di studio. Su questi tre punti le aziende tedesche transigono poco, in genere. Per quanto possa capire le reticenze linguistiche, mi sfuggono invece gli altri due punti, soprattutto per un professionista di trentacinque anni che porta in dote delle esperienze e delle conoscenze acquisite in oltre una dozzina d’anni di attività nel settore IT.
Firmai alla fine, dopo un ballottaggio non facile, per un’azienda di Monaco di Baviera, rassegnandomi al pendolarismo giornaliero, che tuttavia finora sto reggendo piuttosto bene grazie alle forti motivazioni da cui sono sostenuto.
Con unghie e denti cerco nel frattempo di migliorare disperatamente il mio tedesco, e questa è forse la vera Gottesstrafe. La punizione divina. In Italia, non senza arroganza, quasi mi inalberavo a ogni errore grammaticale od ortografico (sebbene ne fossi io stesso, naturalmente, portatore non sano), e ora sono io quello a commetterne a triliardi in ogni basica conversazione in tedesco che mi trovo a sostenere. La povertà di linguaggio alla quale avevo sempre guardato con diffidenza è ora una prerogativa non degli altri, ma mia. Per contro, però, non riuscendo a capire alla perfezione le sfumature, i modi di dire e l’ironia, non ho altra scelta che concentrarmi sul linguaggio del corpo, sulla sostanza dei concetti, in definitiva su tutto ciò che prima era, per me, nascosto dalla proprietà di linguaggio. In altre parole, per quanto odi ammetterlo, ridurre e semplificare il linguaggio al minimo significa tornare al valore dei concetti, del significato sopra il significante.

“Credere, obbedire, combattere”, oppure riflessioni pendolari mattutine

“Credere, obbedire, combattere”, oppure riflessioni pendolari mattutine

Ho scoperto la grandiosa utilità degli auricolari in-ear, quelli che si ficcano nel canale uditivo e che, fino a qualche tempo fa, odiavo con tutto me stesso. L’idea di infilarmi un imbuto di plastica e gomma nell’orecchio non mi sembrava particolarmente appagante ma, dopo qualche settimana di utilizzo giornaliero di auricolari per così dire “normali”, ho trovato che il rumore ambientale di bus, treno e metropolitana era troppo elevato. La scelta era quindi fra alzare il volume, soluzione pericolosa per la salute del mio udito, oppure cambiare auricolari scegliendone un paio che mi isolassero in modo migliore dal resto del mondo. Eccomi quindi pervenuto alla soddisfacente scelta degli auricolari succitati.

Fine della parentesi auditivo-cuffiesca, inizio degli sproloqui.

La cosa che più mi spaventa – ma dovrebbe poi spaventarmi? – è che mi sento, negli ultimi giorni, in modalità bulldozer. Attingo energia da fonti sconosciute, mi cibo di adrenalina ed emozioni ma mantengo il fuoco ben puntato sui miei obiettivi e sulle mie volontà.

Sono in modalità “Credere, obbedire, combattere”.

Sia chiaro: non c’è alcunché di fascista nella mia intenzione di riportare questa frase.

Eppure nella vita bisogna credere. Per cominciare bisogna credere in un principio di filosofia di vita che si possa abbracciare. Insomma un elemento primo, un germoglio a partire dal quale possiamo definire la concezione stessa della nostra esistenza. Bisogna credere nella propria storia d’amore, qualora se ne viva una, perché anche la nostra relazione più stretta richiede costanti cure e attenzioni se vogliamo evitare che avvizzisca e infine muoia. Dovrebbe essere spontaneo, dicono i più romantici, ma arrivano diversi momenti in cui, a causa di fisiologiche incomprensioni e sfavorevoli circostanze, ogni abbraccio sembra una catena e ciò che fino a poco prima ci pareva scontato e bianco brillante tende a sfumarsi in svariate tonalità di grigio.
Detto questo, bisogna credere nel proprio Dio più importante e con questo intendo nient’altro che se stessi. Potete anche credere in un altro Dio e provare a cercarlo in cielo o in Terra, in paradiso o su un altro piano esistenziale, ma non risponderà. L’unica risposta che otterrete sarà da voi stessi, da quello che siete e soprattutto da ciò che volete. Anche in questo caso non è facile mantenere alta la fiducia in se stessi senza eccedere iperbolizzandola in arroganza, oppure all’esatto opposto dimenticarsi di quanto si vale e soprattutto di quanto si vuole valere. Esistono fin troppe persone a questo mondo per poter vincere il paragone con tutte: chi più intelligente, chi più bello, chi più simpatico, chi più ricco chi più spigliato e in generale non è difficile trovare “chi più” e “chi meno”. Più difficile riuscire a crearsi un profilo di appartenenza basato su queste spannologiche statistiche, dove per profilo di appartenenza intendo una posizione relativizzata della propria individualità fra i propri simili, senza peraltro incappare nell’eccesso di vivere e soffrire di costanti paragoni, che con altrettanta costanza verranno in gran parte persi in quanto viziati da uno spesso fondo di autocritica. Svegliatevi al mattino e andate a dormire alla sera pregando voi stessi di avere la forza per non dimenticarvi chi siete e cosa volete dalla vostra vita e, se siete davvero fortunati e abili, di capire o ricordare perché lo volete.

Poi andate a dormire o al lavoro e obbedite a ciò che siete, talvolta anche scendendo a compromessi come è normale fare, senza tuttavia inquinare i vostri valori più alti e puri.
Infine combattete la guerra e ogni battaglia, perché non esisterà momento della vita in cui non sarete messi alla prova. Che sia per volere di una capricciosa entità superiore è poco importante; in certi casi la causa è poco importante. Inutile cercare una causa per gli eventi sui quali nessuna persona ha controllo; trovarla per tutti gli accadimenti che scaturiscono da un comportamento umano, invece, aiuta ad incasellare – non intendo “etichettare” nel senso automatico, robotico e puramente statistico del termine – e comprendere.

Il mattino ha.

Il mattino ha.

“Anche Bruce Willis non ha piú capelli”, recita questa pubblicitá di Bauer sucht Frau, versione tedesca di Farmer Wants a Wife.
Un treno di pendolari, il solito, pieno di gente sonnacchiosa che dormicchia in un giorno nebbioso e grigio, che grigio e nebbioso resterá, verosimilmente, fino quasi a Monaco. Ad Augusta ancora la coltre opprimente non si è diradata e io ho giá svolto la prima parte di lavoro per oggi. La routine da pendolare al momento non è tutto sommato così pesante: il viaggio in treno non solo mi costringe a dare una regola alla mia vita, ma mi dá il tempo di svegliarmi evitando il classico effetto sonnolenza che mi si é sempre presentato prima d’ora all’arrivo in ufficio.
Abitare a breve distanza dal lavoro, infatti, significava per me potersi svegliare poco prima dell’orario d’inizio e saltare la colazione a pie’ pari in quanto perdita di tempo; poi, con la scimmia del sonno ancora sulle spalle, saltare in auto e arrivare in ufficio con ancora tutto il sonno nelle ossa. Questo impattava sulla mia produttivitá, perche’ di norma prima delle nove e mezza/dieci non riuscivo a realizzare dove fossi, e per bilanciare questo frequente lento avvio dovevo fermarmi piú a lungo in ufficio. Il mio cervello, in altre parole, non aveva ancora girato l’interruttore fra la modalitá casa/notte e quella lavoro.
Ora invece, le due ore di viaggio mi bombardano di stimoli. Comincio con la passeggiata mattutina per raggiungere la fermata dell’autobus: ho scelto una fermata un po’ piú lontana e un’altra linea per prendermi qualche minuto di sonno in piú e ridurre i costi di trasferimento nonché beneficiare di collegamenti piú frequenti, cosicchè ogni mattina e ogni sera mi dedico a una salita di circa un chilometro fra le colline di Blaustein, rinfrancando la vista e corroborando il fisico, mantenendomi in una minima forma di movimento.
Salgo sull’autobus e normalmente comincio a leggere un romanzo o documentazione tecnicadal mio Kindle, discrasia dei sensi permettendo. A volte riesco a tenerla sotto controllo, altre volte invece sono sopraffatto dalla nausea e non mi resta che ascoltare un po’ di musica in cuffia oppure osservare la gente che sale e scende dal bus.
Arrivo in stazione e, se non ho ritenuto sufficiente la colazione, investo un paio di euro in un cappuccino e un panino fresco, che sbocconcello metá aspettando il treno spesso tardivo e metá seduto in carrozza.
Sulla banchina continuo la lettura o sfrutto il cellulare per qualche videogioco, ammesso che ne abbia trovato qualcuno interessante e soprattutto free, ma non posso fare a meno di sorridere quando vedo alcune facce ormai familiari ripetere lo stesso giochino da oltre un mese.
Un paio di ragazzi che paiono di origine poco tedesca salgono sul mio treno ogni giorno, e pare abbiano affinato una tattica quasi infallibile.
Uno é grosso, pelato, quasi sempre con barba di due giorni e accenno di pizzetto, mentre l’altro é piú piccolo, magro, con una mezza mosca sotto il mento, gli occhi furbi e un cappellino dei Sox sempre piantato sui capelli neri. Il piccolo arriva sempre un po’ dopo, ma appena si avvicina l’ora di arrivo prevista per il treno, egli si porta a ridosso dei binari e, mentre il treno sta frenando, segue le carrozze cercando di capire dove si fermerá la porta piu’ vicina. Spesso riesce a calcolare con buona approssimazione, grazie anche al fatto che il treno tende ad avere lo stesso numero di carrozze e a fermare nello stesso punto. Quando non ci riesce, peró, si butta con scaltra tenerezza davanti agli insonnoliti pendolari per arrivare alla porta per primo, e lá si ferma attendendone l’apertura, quasi in punta come un setter, al che sale di corsa sul treno e si fionda al primo gruppo di sedili libero che incontri i suoi gusti, e lí attende l’amico che arriva con la debita calma. Probabilmente la tacita gratitudine del compare per l’acquisizione del posto a sedere, quasi sempre in corrispondenza di un tavolo, é il miglior biscotto per questo buffo individuo. Inizialmente mi dava quasi fastidio questa sua corsa per accaparrarsi un posto, dato che a Ulm il treno é semivuoto (mentre le cose si fanno decisamente piú complicate ad Augsburg). Ora, peró, i due quasi mi stanno simpatici.
Una volta sul treno continuo la lettura, oppure estraggo il portatile per cominciare a lavorare oppure talvolta, se sono davvero troppo stanco, provo a schiacciare un pisolino, attivitá che mi riuscirebbe piuttosto bene se non fosse puntualmente interrotta sul nascere dal frequente richiamo del controllore, che spesso non e’ cosi’ discreto e rispettoso dei dormienti e a ogni fermata ripete ad alta voce la solita nenia.

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