Month: January 2013

Casa dov’è?

Casa dov’è?

New skeletons
New skeletons

Internet è democratica. Dà voce a tutti, ma ciò non vuol dire che tutti abbiano qualcosa da dire. Ciò è particolarmente vero nel caso di chi sceglie di bloggare come il sottoscritto, avventurandosi in un mondo sovrasaturo di opinioni, aneddoti e quotidianità online.

Chi ha seguito le mie peripezie sa che, riassumendo, mi sono trasferito a Ulm in Germania nel novembre 2011, e meno di tre settimane fa mi sono spostato a Monaco di Baviera.
Come risultato di ciò, sabato scorso dovevo tornare nella mia ex-Ulm per riconsegnare le chiavi del vecchio appartamento, sbrigare qualche commissione e incontrare qualche amico dei pochi rimasti in Svevia.

Un aspetto di Ulm che mi è sempre piaciuto è sempre stata la presenza imponente del Münster, con il suo altissimo campanile di 160m che torreggia come un’eterna sentinella sulla città. Mi ero sempre orientato usandolo come punto cardinale, considerato che i palazzi del centro sono in genere antichi e bassi.
Guidando verso il centro, però, ho notato che un nuovo cantiere ha preso vita. Si tratta di una nuova sede di, guarda un po’, una banca. La Volksbank ha deciso di erigere un nuovo palazzo di una decina di piani proprio in mezzo ai vecchi edifici del ring interno, andando a coprire la vista del Münster in lontananza. Sembra che il risultato finale sarà un obbrobrio, giudicando dall’immagine affissa al telaio metallico che circonda lo scheletro che diventerà edificio. Sarà una nuova ferita nel cuore di una città che avrebbe dovuto restare, almeno nel centro storico, fedele a se stessa e alla sua identità medievale (nonostante siano già presenti sporadiche costruzioni decisamente poco in tono).
Fortunatamente, almeno, il cielo normalmente grigio di Ulm si è aperto lasciando passare un sole che quasi non ricordavo dalla scorsa primavera.

Ciò non è riuscito, però, a togliere l’alone dimesso che la città adesso ha per me, e sottolineo per me.

Si chiude infatti un’era, con pochi superstiti del nostro gruppo ancora rimasti nella città sveva, i quali vivono nella malinconia e nel ricordo di uno stato di grazia che non rivivrà più. Nel ricordo di tempi in cui si lavorava a progetti grandiosi, in cui continuava ad arrivare gente da tutto il mondo, in cui si viaggiava e si imparava, in cui i soldi non erano un problema e i colleghi diventavano in molti casi amici.

Quasi addormentandomi al volante sono tornato a Monaco in serata per sentirmi riabbracciare, sollevato, dalle quattro mura di casa mia, regalarmi una cena cucinata dal sottoscritto e un bicchiere di buon rosso friulano, con la compagnia della musica e della voce del vento che sussurra fra gli alberi fuori dalle finestre del soggiorno.

Lasciandomi andare ai pensieri, di nuovo. Stavolta penso alle persone che si incontrano troppo spesso, quelle che hanno somatizzato le proprie paure e i propri traumi a tal punto da non riuscire più a sorridere se non quando hanno bisogno di qualcosa, da non riuscire a sorridere spontaneamente e apertamente. Le persone che trasformano le proprie debolezze in aggressività. Avevano ragione i maestri Jedi: “la paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza”. E l’animale sofferente cosa fa? Attacca ciecamente e ferisce.

Inversioni termiche

Inversioni termiche

kitchen01
Finalmente cucina

Sorpresa amarognola ieri sera, quando ho scoperto che i precisi e infallibili Oompa-Loompa avevano commesso un trascurabile errore nel montaggio della base della mia cucina. Me ne sono accorto al primo utilizzo della lavatrice, un classicissimo trenta gradi, semplice semplice, per capi colorati. Finita la centrifuga e il ciclo di lavaggio, ho estratto dal cestello biancheria calda, fumante. Una rapida occhiata sotto il lavello mi ha confermato l’orrido dubbio: Oompa e Loompa avevano invertito gli attacchi di acqua calda e fredda. Non mi dilungheró ulteriormente sull’argomento cucina, ma allego solamente due foto per documentarne lo stato temporaneo e poco interessante, dovuto principalmente ai numerosi adeguamenti e compromessi che si sono resi necessari, inserimento lavatrice compreso.

Work in progress
Work in progress

Termino il capitolo “Cronache dalla cucina” in quanto gli esuli pensieri odierni mi riportano all’inversione termica che mi ha investito da un po’ di tempo a questa parte. Certo freddo se n’è andato; al suo posto c’è una serena sensazione di calore interno.
I miei pensieri quindi vanno dedicati a quelli che hanno perso o non hanno ancora trovato il calore dentro sè stessi e che non sanno come proteggersi dall’inverno.
Alle persone che non vogliono credere e che non vogliono volare per paura di cadere.
A quelli che vogliono andarsene da qualche parte basta che non sia qui perché non tollerano il qui e ora, condizioni inevitabilmente universali e appiccicate a noi sempre e comunque.
A quelli che vivono nel rimpianto del passato e nella speranza del futuro dimenticando di agire nel presente.
A quelli che parlano senza ascoltarsi.
A quelli che vivono in apnea e hanno scordato come si respira.
Per tutti loro spero che arrivi presto il momento dell’inversione.

Pasta bavarese

Pasta bavarese

Sound of winter
Sound of winter

Sono le otto e un quarto di mattina. Sto finendo di spostare i quattro piatti e posate dalla parvenza di cucina di casa mia, quando squilla il telefono. Dall’altro capo della linea una voce maschile parla veloce in tedesco e comprendo che sono i montatori Ikea e che nel giro di mezz’ora dovrebbero arrivare per sistemare il piano della cucina.

Mezz’ora dopo, puntualmente, arrivano due incredibili personaggi che, esprimendosi con un fortissimo accento bavarese e molte locuzioni dialettali, non fanno molto per rendersi comprensibili alle orecchie di un povero (quasi)neo-immigrato. Anche loro, come la mia vicina di casa la settimana scorsa e altre persone ancora prima, dichiarano che quando parlo tedesco il mio accento non suona affatto italiano, bensì qualcosa di simile a un accento francese. Lo prendo come un complimento, o almeno mi convinco che lo sia.

Trepidante tengo d’occhio l’orologio e conto le ore, controllando i lavori e sapendo che ogni ora in più spesa dai due Oompa Loompa avrà un costo.

Dall’abbaino della finestra entra un meraviglioso sole accecante, che riscalda la casa a livelli impensabili per un fine gennaio a Monaco, illuminando gli alberi nel cortile antistante, che soltanto il mattino dopo sarebbero stati ricoperti dal ghiaccio.

Arriva l’una di pomeriggio e un altro grande passo per l’umanità è compiuto, con la cucina che, nella sua essenziale funzionalità, occhieggia e mi suggerisce, di concerto coi brontolii del mio stomaco, che è tempo di preparare dell’italianissima pasta, la prima che riesco a cucinare a Monaco.

Con questo tempo non posso fare altro che incamminarmi verso l’ufficio regalandomi venti minuti abbondanti di passeggiata, resa piuttosto pericolosa dagli stati pietosi dei marciapiedi e delle strade dei quartieri che attraverso, ancora ricoperti di neve e ghiaccio. Rischio l’osso del collo un paio di volte ma fortunatamente, o forse no, sono ancora qui a raccontare le mie avventure.

Like Fountains

Like Fountains

Like fountains
Like fountains

Sono liquido eppur solido e concreto mentre mi fondo nelle acque tiepide e gelide delle vasche del Müller’sches Volksbad, i bagni di Monaco di Baviera ospitati in un grosso edificio in Jugendstil sito di fronte al Deutsche Museum e il suo cinema Imax, poco distante da due piccoli cinema indipendenti. Le molte facce di Monaco convivono l’una accanto all’altra, non lontano dalle sponde innevate dell’Isar.

Sono nella stanza del vapore, dove tutto si offusca e si appanna e si confonde. Chiudo gli occhi, apro le spalle e respiro mentre siedo, nudo, su una panchina di pietra. Nonostante le mie perplessità iniziali scopro la naturalezza di non indossare indumenti, e apprezzo la parificazione sociale che ne deriva: qui non esistono ricchi o poveri, niente orpelli se non unicamente la propria pelle. Qui si è completamente indifesi e non si possono nascondere le proprie anime dietro capi firmati.

Müller'sches Volksbad
Müller’sches Volksbad

Nella vasca appena fuori dalla pesante porta metallica decorata che chiude la stanza del vapore, mi immergo nell’acqua come mio elemento naturale e vi resto in sospensione per ore, semplicemente respirando e lasciando defluire i pensieri e le sensazioni.
A un certo momento una coppia sulla quarantina cattura la mia attenzione. La si definirebbe una coppia brutta, coi loro corpi disarmonici e lontani da ogni canone di bellezza passato e presente, i loro visi asimmetrici e poco aggraziati, eppure sono forse la cosa più bella ed elegante di questo luogo. Siedono sugli scalini che digradano nella piccola vasca circolare, immersi in acqua fino al mento, le loro guance a contatto, e guardano un punto che potrebbe essere sull’altissimo soffitto della volta. Emanano pace, con i loro sorrisi appena accennati, così spontanei e naturali. Ogni tanto si scambiano qualche parola, sottovoce per non turbare la sacralità del momento, e a un certo punto lei mette le proprie mani sotto la schiena di lui, lo solleva, lui orizzontale si gira sulla schiena e chiude gli occhi. Lei lo muove lentamente in acqua, descrivendo semicerchi e linee ondulate, trascinando il suo amato in una strana danza lentissima, dove ogni fretta e ogni legame con l’esterno non esistono più.
Il resto del mondo è scomparso.
Esistono soltanto loro due e la loro danza.

Poi arriva la canzone che dà il titolo a questo post.

Like Fountains

A scar inside
For such a long time
I’ll do it all over again
Can’t face the wounds
Have to go on
Stop remembering
[…]
Till the day I’m done with the shades
The rage I create towards myself, the hate
To claim the blame that I feel
To damage the dreams I need
Facing uncertainty
Facing the truth
Got to get on through

Hit the city

Hit the city

Courtyards
Courtyards

Primo fine settimana a Monaco di Baviera: nevica. I miei piani di conquista del mondo cittadino sono andati a rotoli quando ho deciso di dare una parvenza di senso logico e compiuto al mio appartamento. Ci è voluto un po’ di tempo e un po’ di consiglio prima di capire come disporre i mobili in soggiorno, rompendo gli schemi a cui ero abituato e riadattando ciò che era stato pensato per tutt’altro ambiente.

Non avrei potuto chiedere di meglio del silenzio della neve per accompagnare i febbrili lavori di spostamento, montaggio, smontaggio e disimballaggio. Scopro di possedere un’energia che non credevo possibile, quando per due giorni continuo a correre per la casa dando una forma accogliente a un appartamento che sento già mio, e riscopro una quiete che non ricordavo, quando mi addormento e senza agitazioni raggiungo il mattino successivo.

Dopo un lungo trafficare arriva la soddisfazione di sedermi sul divano, finalmente nella posizione corretta, e guardare i tetti innevati fuori dalle finestre sorseggiando finalmente un meritato bicchiere di buon vino friulano.

E poi passeggiare per il vicinato scoprendo chiese e parchi, aree pedonali e perdendosi fra la luce giallastra dei lampioni che scalda il colore della neve. Sentendomi un po’ a casa di nuovo, dopo oltre un anno di vagabondaggi, come se fossi tornato da un viaggio intorno alla Via Lattea e avessi finalmente trovato la strada. Senza sapere quel che accadrà domani o dopodomani nè curandomene, ma con la sola serenità di sapere di essere arrivato fino a qui e l’impressione di essere su una buona strada e non sulla strada.

Munich, day 1

Munich, day 1

New start
New start

Pondero follìe nella prima serata a Monaco dopo il trasloco. La casa è ancora un campo di battaglia, con scatoloni ovunque e un assetto tutt’altro che definitivo, e soprattutto mancano due componenti fondamentali della vita quotidiana dell’homo insapiens tecnologicus: la TV e Internet.

Sebbene la mancanza della prima sia poco preoccupante per il sottoscritto, l’assenza di una connessione con il resto del mondo mi pone in una condizione decisamente inusuale. Che cosa fare, quindi, in una sera qualunque, alle otto e mezza di una sera piovosa, dopo aver lavorato dieci ore, avere fatto un salto al supermarket e avere riordinato il contenuto di qualche cassa? Semplice, qualcosa di inaspettato e dal sapore quasi arcaico: vasca da bagno, incenso, libro. Niente social networks, niente chat, niente videogames online. Soltanto la pioggerella che ticchetta sull’abbaino del bagno e i miei pensieri, un mondo racchiuso in un libro e il sonno che sopraggiunge fin troppo presto per i miei standard.

Sto follemente prendendo in considerazione l’idea, forse estrema, di non dotarmi di TV e Internet neppure in futuro.  Potrei sopravvivere?

Goodbye Ulm

Goodbye Ulm

munich
The sky over Munich

É la mattina del 9 gennaio 2013, un mercoledí qualunque o quasi, quando la mia sveglia suona poco dopo le sei. Apro gli occhi ma soprattutto le serrande, e la vista che mi si presenta é tutto fuorché inusuale: le nebbie di Ulm sono ancora lí, ad avvolgere nel grigiore la cittá e i sette colli circostanti.
Dopo quattro mesi di blah blah sveglia alle 5:30 e blah blah treno e tutto ció di cui ho riempito questo blog e i vari social network, mi alzo per completare gli ultimi preparativi: inscatolare i beni di prima necessitá ancora rimasti fuori dagli imballaggi, mentre tutto il resto attende in ordine nel soggiorno ormai ridotto a un magazzino.

Apprendo dalla panettiera che nel quartiere la voce del mio trasferimento si era diffusa, nonostante non conoscessi nessuno. Per la prima volta riesco a parlare con un vicino di casa. Dovevo aspettare tredici mesi per avere un po’ di feedback?

L’azienda di traslochi arriva come previsto a caricare il tutto sul camion in direzione Monaco di Baviera, dopodiché accendo l’auto, anch’essa stracolma di roba, e imbocco l’Autobahn. Lasciarmi alle spalle la cittadina sveva fa una certa impressione, dopo soli otto mesi nel mio appartamento e un totale di tredici mesi in Germania. In fondo, peró, il mio rapporto con lei é sempre stato ambivalente. Da una parte c’erano aspettative e speranze e la realizzazione di un vecchio sogno, dall’altra parte avevo pesanti carichi di passato importati clandestinamente dall’Italia, e l’incertezza di un lavoro che dopo poche settimane mi aveva giá fatto traballare per cause completamente indipendenti dalla mia volontá. D’altra parte credo che chiunque sia a conoscenza degli ultimi avvenimenti che hanno recentemente sconvolto una multinazionale un tempo leader della telefonia cellulare.
Ulm é dove ho ricostruito qualcosa, dove sono passato attraverso i periodi probanti della prima esperienza solitaria all’estero. Ulm é dove ho conosciuto persone spettacolari provenienti da mezzo mondo, ma soprattutto dove dopo lungo tempo ho conosciuto o riconosciuto molti aspetti di me stesso. In quelle nebbie mi sono riforgiato in qualche modo e mi sono purgato da molti demoni per forza o per volontá, ma non c’é stato nulla da fare: alla fine tutti i segnali mi portavano lontano dalla Svevia, e forse nella mia testa volevo chiudere un capitolo che, piú che definitivo e risolutivo, era evolutivo. Giá tempo fa, durante le prime settimane novembrine a Jungingen, scrissi su questo blog che avevo l’impressione che Ulm avrebbe potuto essere una prima tappa, ma che – per quanto non mi dispiacesse la cittá in sé – non ero certo che sarebbe stata la mia destinazione finale.

Penso a questo mentre arrivo nei pressi di  Augusta (Augsburg), sita circa a metá strada fra Ulm e Monaco, e in quel momento il cielo si apre e lascia passare dei raggi di sole dei quali neppure ricordavo il colore. Uscire dal cul-de-sac della conca ulmese, dove il Danubio d’autunno inumidisce e ingrigisce, fa questo effetto al cielo e pure a me. Sembra quasi una metafora di come la mia vita stia evolvendo in una direzione che mi piace.

L’arrivo a Monaco é salutato non solo dal sole, ma anche dai vicini di casa che incontro durante il trasloco, che si fermano a parlare e darmi il benvenuto.

I lavori proseguono febbrili per tutto il giorno non senza qualche intoppo, tipo la cucina che per un pelo non si adatta perfettamente al nuovo ambiente e avrá bisogno di ulteriori lavori prima di essere utilizzata. Problema risolto con cibi da microonde e kebabbari assortiti (come la gastronomia turca che ho sotto casa, che offre un’ottima varietá e qualitá di piatti e che addirittura usa due robot per tagliare la carne arrotolata del kebab). Altro rallentamento ai lavori viene da una visita un appartamento sottostante al mio, con una quarantina di persone che si accalcano sulle scale. Sí, quaranta e forse piú, a riempire due rampe di scale e un pianerottolo, giusto a dare un’idea di quanto sia epilettico e folle il mercato immobiliare nella capitale bavarese.

Finalmente a sera, quando anche il divano viene fatto passare dalle anguste scale e fatto in qualche modo entrare dalle non troppo larghe porte, posso riposarmi. Non prima di aver visitato il supermarket piú vicino, disimballato il minimo indispensabile alla sopravvivenza, avere preparato il letto ed essermi buttato in vasca da bagno, mentre dagli abbaini e dalle finestre passavano gli ultimi raggi di sole. E per la prima volta dal 3 settembre 2012 riesco a dormire per piú di otto ore durante la settimana. Signori, é record.

Incredibile come gli assetati riescano a trovare entusiasmante anche una sola stilla d’acqua.

Sarei ingiusto, peró, a non ringraziare Ulm e tutte le persone che ho “lasciato” lá: gli ex-colleghi nonché compari di avventure notturne; gli italiani emigrati come me e gli oriundi italo-tedeschi; la squadra di basket; tutti quelli che mi hanno dato qualcosa e ai quali, si spera, ho lasciato qualcosa, foss’anche solo una parola o un pensiero. Sarebbero troppi i nomi che dovrei riportare qui e non potrei mai farlo senza rischiare di dimenticare qualcuno.

E ora ricomincio da qui.

Quattro e basta.

Quattro e basta.

A happy new year
A happy new year

Mancava il post di Capodanno, dopo una piuttosto lunga assenza dal blog.

Mentre tutti sperano in un nuovo anno per aprire nuovi cicli e lasciarsi alle spalle dolori e delusioni, io non posso lamentarmi. Non è stato un anno facile neppure per me, beninteso, fra numerose crisi lavorative, affettive e personali, ma tutto ciò che è accaduto mi ha portato a oggi, a questo primo giorno del 2013 in cui festeggio il raggiungimento di alcuni obiettivi, soprattutto legati al mio benessere interiore.

Quattro mesi fa cominciava questa vita delirante.
Ci penso mentre i miei passi svogliati si susseguono fra i rimasugli dei festeggiamenti di Capodanno: il buio del primo mattino di Ulm non è in grado di occultare le testimonianze di una notte di festa, tipicamente rivoli di piscio ancora congelati e brandelli di involucri di razzi e petardi. Guardo il meteo sul cellulare e, come praticamente ogni giorno, a Ulm c’è nebbia mentre a Monaco il cielo che mi aspetta è chiaro o parzialmente nuvoloso. Alla Back Factory della stazione entro che sono ancora intontito dallo shock termico fra la doccia di casa e la strada semighiacciata; uno strano figuro mi rivolge la parola in un incomprensibile tedesco nasale e biascicato. Capisco che sta dicendo qualcosa sui Brezel ma onestamente non mi interessa. Il treno parte fra 5 minuti e non intendo rischiare di perderlo per una disquisizione da svitati. Non saprò mai cosa davvero volesse quel tizio, ma suppongo che ciò non avrà serie ripercussioni sui miei sonni.
Gli ultimi giorni di un ciclo difficile sono, normalmente, i più difficoltosi da attraversare: l’impazienza per il nuovo inizio e l’intolleranza al vecchio stile di vita ormai da archivio li fanno diventare un supplizio rallentato da battiti cardiaci trattenuti, respiri affannosi di una gara che non ha più senso correre. Era la sensazione che provavo prima di partire da Udine, ed è la stessa sensazione che provo in questa ultima settimana sveva.
Non tutto è nero come potrebbe apparire da quello che scrivo, però. Anzi.

Ad esempio capita, una mattina, di passare da quella che diventerá la prossima casa ed essere sorpresi da due scoiattoli rossi e neri che corrono via dal cortile, attraversando la strada e continuando a rincorrersi nella quasi surreale quiete delle laterali del Frankfurter Ring.  Niente di eccezionale, assolutamente, ma é pur sempre un’accoglienza gradevole.

Stavolta, inoltre, il ritorno in Germania è stato reso più duro dall’accoglienza che Udine mi ha presentato al mio ritorno: la famiglia, tante vecchie conoscenze con cui sincronizzare gli orologi e qualche importante new entry da scoprire, che mi hanno tenuto compagnia nei dieci giorni – peraltro volati via con impressionante rapidità – di soggiorno friulano.

Per la prima volta, peró, sono tornato in Italia un po’ piú rilassato e con parecchia energia nonostante ne avessi dispersa molta negli ultimi infernali quattro mesi di pendolarismo. Ho ritrovato Udine sempre uguale ma in qualche modo diversa: piú viva e ricettiva, piú amichevole. In realtá é probabile che sia stata la mia percezione a cambiare, piú che la cittá in sé… Prima di ritrovare Udine, ho ritrovato qualcosa che avevo perso dentro di me.

Tante anche le persone che avrei ritrovato dall’altra parte delle Alpi, conoscenze e amicizie figlie di quegli accadimenti del 2011 che mi portarono a cominciare la più grande avventura della vita.
Sicuramente mi ripeto ma non posso fare a meno, sinceramente, di ringraziare tutti ancora una volta.
Qualunque sia la vostra madrelingua e qualunque sia la vostra patria, qualunque la vostra posizione nei cerchi della mia esistenza, dico a voi “grazie”.
State rendendo la mia vita più dolce e più degna di essere vissuta.
Grazie di sopportare le mie lune e i miei innumerevoli difetti.

E ora basta fare i melensi, come dice mia mamma. Posso tornare a essere il cazzone di sempre, vero?

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