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Amore ad alta quota al rifugio De Dòo

L’ultimo tentativo di osservazione astronomica era fallito piuttosto miseramente in una serata poco ispirata: la Luna era sorta troppo presto in una rara serata limpida, lasciando visibili ben poche stelle anche lontano dalle luci della città; avevo dimenticato a casa la batteria per l’alimentazione della montatura (una EQ6); trovare le stelle per l’allineamento del telescopio era un’impresa; volendo fotografare la Luna, unico oggetto ben visibile in quella notte sciagurata, mi resi conto che avevo dimenticato a casa anche la memory card per la macchina fotografica.

Domenica scorsa (28 gennaio), la mia compagna di vita Arianna (vicino a me nella foto qui accanto), mi ha regalato una notte nel bel rifugio De Dòo, sopra San Nicolò Comelico vicino a Santo Stefano di Cadore, a 1850m di altezza, con il fine dichiarato di passare una notte di Luna nuova a osservare il cielo montano.

Montato il telescopio e messo grossolanamente in stazione prima che facesse buio, dopo cena sono riuscito per la prima volta a fare un allineamento come si deve. Ai primi due tentativi il computer mi ha risposto “alignment might be poor”, e aveva terribilmente ragione: provando a cercare un qualsiasi oggetto, la montatura andava dove voleva.

Poi l’illuminazione, che adesso a posteriori sembra semplice e scontata: partire dalla stella polare. Allineare tubo, cercatore e asse della montatura alla polare, e poi cercare tre stelle in tre direzioni diverse del cielo per cominciare l’allineamento.

Per prima scelgo Caph, la stella più luminosa della grande W di Cassiopea. Il motore comincia a ronzare, il tubone si sposta e tac, eccola là, una stellina molto più luminosa delle altre nel cercatore, e ai margini dell’oculare. Aggiusto il rate del Synscan, per aumentare la velocità di spostamento manuale della montatura, e coi tasti direzionali sposto la stella in centro all’oculare. Enter.

Per seconda provo con Rigel, una delle luminose stelle perimetrali di Orione, insieme a Betelgeuse e Bellatrix. E anche stavolta *blink*, una stella luminosa appare all’oculare. Dev’essere lei, penso, la centro e premo Enter.

Terza stella. Arianna, con l’app di Stellarium sul cellulare, propone Castor dei gemelli, che non è poi troppo distante da Orione, ma sufficientemente separata da rappresentare una buona candidata. Ronzio, tubo che ruota, e anche stavolta un punto luminoso sovrasta gli altri nell’oculare. Lo centro, premo Enter.

Con soddisfazione, e un po’ di vergogna perché è la prima volta che capita da quando possiedo la montatura EQ6, riesco, finalmente, a leggere “Alignment completed”. L’allineamento è completato. Ora possiamo dedicarci all’osservazione.

Provo, timidamente, a digitare M36, ammasso aperto piuttosto alto in cielo. Il tubo si muove, attendo che si fermi, guardo nell’oculare, e… Eccolo lì. Miriadi di stelle che punteggiano il campo visivo del Baader Hyperion 13mm. La meraviglia.
Ma a questo punto bisogna verificare che non sia stato un colpo di fortuna, perciò non si può esimersi dal provare a puntare M42, la nebulosa di Orione, così grande, luminosa e alta nel cielo d’inverno da non poter non essere protagonista di una serata osservativa.
I motori partono, dopo non molto di fermano, e nell’oculare appare, magnificente, la nebulosa. Starei per ore a guardarla. Lascio spaziare l’occhio per catturarne quanti più dettagli possibile, quasi commosso di fronte alla bellezza dell’Universo, e sollevato per essere finalmente riuscito a cominciare a sfruttare il mio strumento nuovo. Settimane, mesi di frustrazione, lavati via e scacciati per sempre.

Riusciamo a dedicarci a M35, M37, il doppio del Perseo e qualche altra manciata di oggetti prima che la mia piccola batteria da 18A, infreddolita, cominci a fare i capricci, causando ripetuti riavvii della montatura. Ma non importa: ormai conosco un numero sufficiente di stelle per poter riallineare la montatura in pochi secondi, e comunque al terzo riavvio spengo tutto e metto via gli accessori, avviandomi verso il letto felice e col cuore pieno per aver condiviso questa esperienza con la persona che amo.

 

Passata è la tempesta…

…E qualche augello fa festa.

Passato il no al referendum, come ampiamente sospettavo, si ricomincia, in tutti i sensi.

Il popolo è nuovamente sovrano, dicono molti, ma io vi dirò che a me il popolo sovrano spaventa a volte più dei sovrani impopolari.

Perché il popolo è bue, si diceva, e per gran parte pecca di giudizio, di imparzialità, di onestà.

“Gli italiani sono più onesti dei politici che li rappresentano”, urlava qualcuno stamattina.
Sì, vero, perché il prezzo da pagare per una poltrona è un lavaggio cerebrale, un’asportazione della porzione di corteccia preposta all’onestà e al bene della comunità.

Invece voi che parcheggiate in seconda fila, voi che ve ne fregate di leggi e regole, voi che evadete il fisco e voi che parcheggiate negli stalli riservati ai disabili o alle donne, voi che dal salumiere saltate la coda, voi sì, insomma, che siete onesti.
Voi che per due euro di resto fregate il povero tabacchino che si è sbagliato, se vi sventolassero sotto il naso centomila euro per un favorino alla Camera, non accettereste. Perché sono i politici il male del Paese.

Sono sempre gli altri.

Questo popolo è sovrano nelle fregnacce.

Connesso alla Rete, disconnesso dal Mondo

Sempre più connessi alla Rete globale.
Adulti, ragazzi e bambini si struggono se manca loro il WiFi.
E poi non si sa più distinguere un frassino da un ontano, non si sa più quando spunteranno i fiori e quando si raccoglieranno i frutti.
Tanto i frutti ce li facciamo spedire dall’altro capo del pianeta, dove le stagioni sono diverse.
Ecco che il concetto di frutta e verdura di stagione non esiste più.
Non sappiamo più niente, di tutto quello che un tempo si sapeva.
Sappiamo entrare in un supermercato e strisciare il bancomat, senza sapere cosa acquistiamo. Sì, abbiamo letto qualcosa sull’olio di palma e sui conservanti, ma poco più.

Uso la prima persona plurale ma posso usare anche quella singolare, perché io stesso sono ancora parte integrante di questo sistema artificiale.

Eppure, oggi, andando in ufficio in bicicletta, guardavo e pensavo.

Ho visto quell’albero così grande, un guardiano immenso alle porte della pista ciclabile, e mi sono chiesto fra quanto tempo metterà le prime foglie e di che forma saranno.

Ho visto alcuni cespugli ancora fioriti e altri già fioriti.

Ho respirato non solo lo scarico del diesel che mi ha sorpassato accelerando perché era di fretta, ma anche l’aria buona della primavera che arriva.

Ho riconosciuto i noccioli che si stanno rinverdendo, e gli abeti e i pini e le betulle.

Mi sono riconosciuto nei ritmi naturali.

Perché, se non conosciamo la Natura e i suoi tempi, siamo fuori ritmo costantemente, e Inverno e Primavera ed Estate e Autunno hanno solo il valore di un cambio di guardaroba e di una gita in barca o sugli sci.

Ma anch’io fino a qualche anno fa ragionavo come molti altri, come la maggioranza delle persone oserei dire, seguendo quindi solo gli innaturali ritmi umani. Poi è arrivato il cambiamento, veicolato dal contatto con la Terra.
Ho cominciato a prendermi cura delle piante sul balcone, che erano state messe lì dai suoceri, e poi ho cominciato ad aggiungerne di mie.
Inizialmente travasavo delle piantine aromatiche, prima stagionali e poi sempreverdi.
Poi ho cominciato a seminare pomodori, e bieta, e zucchine nelle cassette in terrazza, e poi fiori.Poi ancora, ho provato con alberelli cominciando a trasformarne alcuni in bonsai.

Seguire le piante nella loro vita, nella loro quiescenza invernale e nel loro risveglio primaverile, ha cambiato le mie prospettive.

Oggi la prima cosa che faccio appena mi sveglio al mattino, dopo aver dato il buongiorno alla mia amata compagna di vita, è uscire sul terrazzo con qualunque tempo, e controllare lo stato di ogni pianta.

Avrà bisogno di acqua?
Ha buttato fuori la prima gemma?
Quel fiore si è dischiuso?
Quel germoglio si è aperto?
Quel ramo è cresciuto?
Ha troppo freddo o troppo caldo?

Ed è così, giorno dopo giorno, che nel mio piccolo vivo a ritmo con la Natura, e dallo schermo di un computer che mi accompagna per molte ore al giorno passo alle montagne che incorniciano il mio terrazzo, agli uccellini che ci volano sopra, e alle mie piante che giorno dopo giorno e stagione dopo stagione vivono, soffrono, prosperano, si addormentano e si risvegliano.

Marche, giorno 4: Tempio del Valadier e Santuario della Madonna di Frasassi

E’ il nostro ultimo giorno nelle Marche, e il tempo non ci è particolarmente amico: pioggerelline intermittenti inumidiscono le strade. Poteva andare peggio, però. Poteva piovere (cit.).

Partiamo dall’agriturismo, sito nel bel mezzo di niente, e dopo l’ormai noto chilometro di sterrato ci immettiamo sulla classica strada di campagna marchigiana, che mette a dura prova le sospensioni dell’auto.

Cinque minuti di strada, e alla nostra sinistra si apre un prato verde sul quale pascola beata una marea di pecore. Abbasso il finestrino e mi fermo, scendo con la macchina fotografica in mano per immortalare quell’oceano di macchie bianche, ma non ho neppure il tempo di inquadrare che intravedo tre macchie bianche in lontananza correre in mezzo a tutte le altre, che si aprono come il Mar Rosso davanti a Mosè.

Socchiudo gli occhi, aguzzo l’udito e mi accorgo che le tre pecore scatenate non stanno belando: stanno abbaiando e corrono dritte verso di me. Sono tre enormi pastori maremmani, bianchi naturalmente, e sembrano incazzati neri. E stanno svolgendo con fin troppo zelo il mestiere di pastori.

Esito un po’, loro si fermano a una decina di metri, sul limitare del prato. Loro cambiano tono, abbaiando sempre più furiosamente e cominciando a ringhiare, sicché mi sembra più saggio risalire in macchina. Faccio per salutare le pecorelle, metto via la macchina fotografica, afferro il volante e sono pronto a partire.
Con la coda dell’occhio vedo un movimento inconsulto vicino al finestrino: è uno dei tre pastori, che non si è accontentato di vedermi risalire nella mia gabbia di metallo, e sta saltando verso il finestrino. Con una mano alzo il cristallo, con l’altra ingrano la marcia, con le ginocchia tengo il volante e parto sgommando, e dopo una cinquantina di metri semino il pastore, ringraziando il suo Dio.

Pastori maremmani al lavoro
Pastori maremmani al lavoro

Ora non ci resta che decidere cosa fare prima di tornare verso Udine.
Dopo una breve consultazione, decidiamo di seguire il consiglio del venditore di cacio e ciauscolo del giorno prima: “visitate il Santuario della Madonna di Frasassi, assolutamente!”.

Al che, data la qualità del cacio al tartufo che ci aveva venduto il succitato uomo, decidiamo di dargli fiducia ancora una volta.

Un po’ di curve nella gola della Rossa, ove scorre il Sentino fra alte pareti rocciose, ed eccoci arrivati al sentiero per il Santuario.

Il torrente Sentino nei pressi di Genga
Il torrente Sentino nei pressi di Genga

Ci incamminiamo, su per il sentiero che in realtà ha più le dimensioni di una mulattiera, essendo pure lastricato, e non senza un po’ di fiatone percorriamo le tappe della via Crucis, segnalate da classici cartelli in legno. Stiamo per arrivare in cima, dopo neppure un chilometro che è però sembrato molto più lungo, e capiamo come mai il nostro spacciatore di cacio caldeggiava questa visita. Date un’occhiata alle foto qui sotto, che rendono solo un poco di giustizia alla cornice naturale spettacolare del Santuario.

A me, personalmente, poco è piaciuto il pomposo Tempo del Valadier, eretto nel XIX secolo, che occupa quasi interamente una grande cavità naturale.

L’antico Santuario, al contrario, costruito in pietra, si integra secondo me più rispettosamente con il paesaggio circostante.
E un paesaggio simile, con il Sentino che scorre placido e costante nel profondo della Gola, le pareti rocciose a ricordarmi che sono solo di passaggio di fronte a quest’eternità, e le piante ad esse aggrappate, non può che essere profondamente rispettato, in dignitoso ed ammirato silenzio.

Marche, Giorno 3: Frasassi – Loreto

Il terzo giorno marchigiano è molto meno girovago del primo, ma non meno intenso emozionalmente. Il programma della giornata prevede infatti la visita alle grotte di Frasassi.

Un’ora e un quarto di strada, ormai abituati all’asfalto patchwork della maggioranza delle strade marchigiane, e giungiamo a Genga, da dove si accede alle famose grotte.

Prendo il biglietto, 15.50 euro a testa, storco il naso e penso che è un prezzo un po’ alto per visitare una grotta. Arriva il bus navetta a portarci all’ingresso delle grotte, dove ci aspetta la nostra guida, un appassionato e affabile speleologo dal baffo nero.

Dopo una breve introduzione sulla conformazione delle grotte, attraversiamo le porte stagne e ci avviamo a piedi nel tunnel di ingresso, lungo circa duecento metri.

Quando il tunnel si apre sulla prima camera, il cosiddetto Abisso Ancona, quasi mi vengono a mancare le gambe. La guida comincia a parlare e quasi non lo ascolto, e penso che “altro che 15 euro, me ne potevano chiedere 50”.

Non ci sono parole per descrivere una cavità così enorme: 180 x 120 m ed un’altezza di 200 m. Non esistono descrizioni scritte o parlate per delle stalagmiti alte venti metri, come i giganti che potete vedere in una delle foto qui sotto (purtroppo non scattate dal sottoscritto, in quanto nelle grotte si può fotografare solo prenotando un Photo Tour piuttosto costoso ed esclusivo).
Non si può descrivere la sensazione di trovarsi sotto 500 (cinquecento!) metri di roccia, nel cuore della montagna, circondati da un ambiente totalmente diverso da qualsiasi cosa si sia vista in superficie o in cielo. Il candore delle stalattiti e stalagmiti di calcite, che a volte tende al rosastro in presenza di residui ferrosi, è quasi abbacinante, anche alle basse luci che sono state posizionate in grotta. Senza di esse, neppure un fotone arriverebbe qui sotto. Ci sarebbe solo il buio, e senza di noi ci sarebbe il silenzio assoluto, fatta eccezione per l’incessante gocciolìo dell’acqua che, stilla dopo stilla, cade dal soffitto per battere sulle stalagmiti e sulle varie concrezioni multiformi.

Fra canyon, laghetti, formazioni rocciose e paesaggi lunari di calcite bianca come neve, cammino rapito e perdutamente affascinato.
Ho sempre pensato che le viscere della Terra non facessero per me, ma questa bellezza commovente mi fa ricredere.

Quando usciamo dalle grotte, non abbiamo più voglia di vedere alcunché per tutta la giornata. Vogliamo solo passeggiare, respirare aria pura, e tenere impressa nelle retine la meraviglia delle Grotte.

Tanto che la tutto sommato veloce visita a Loreto, che ci era stata consigliata da amici, non solo non riesce ad entusiasmarmi, ma quasi mi infastidisce, quando vedo l’enorme Duomo e penso a quanto l’uomo abbia voluto, con esso, celebrare sé stesso più che il Dio in cui crede.

 

Marche, Giorno 2: Camerano – Sirolo – Numana – Osimo – Offagna – Recanati

Al mattino partiamo dalla Locanda e come prima destinazione puntiamo il muso della Grigia verso la vicina Camerano, dove ad attenderci c’è una simpatica guida che accompagna noi e un altro gruppetto di visitatori nelle “Grotte di Camerano” che, a dispetto del nome, sono un complesso di tunnel e stanze scavate nell’arenaria del colle su cui è stata fondata Camerano. La pratica di scavare dei tunnel sotto la città non era poi così strana nei secoli scorsi, quando avere un rifugio sotto casa era molto più consigliabile di quanto non lo sia oggi. In alcuni casi, però, come in quello di Camerano e Osimo, le “grotte” formano un complesso unico che si estende sotto l’intero paese, e in tempo di guerra in passato ospitava l’intera popolazione anche per settimane. In tempo di pace, invece, le grotte erano usate come cantine, ripostigli, e spesso anche come sale per riunioni segrete (e qui si parla di massoneria, templari, e altre congreghe più o meno mistiche e mitiche).

Nelle foto qui sopra – non fatevi ingannare: le grotte, sebbene illuminate, sono molto più buie di quanto non appaia in foto – appare anche una chiesa sotterranea, scavata sotto una chiesa “di superficie”, che è stata purtroppo rasa al suolo per fare spazio al mercato. Questa chiesa, ornata con croci greche e quindi tendenzialmente associata al culto templare, presenta la particolarità di non essere disposta nella stessa direzione – est, come tipico per le chiese romaniche – della sua sorella sovrastante, bensì con l’altare verso nord, direzione inusuale anche per le chiese pagane.

Dopo la lunga permanenza nel sottosuolo, abbiamo la necessità di respirare dell’aria pura e di sentire il vento che soffia, perciò come tappa successiva scegliamo i dintorni del monte Conero, sulla costa. Pranzo, poi una passeggiata a Sirolo, un sonnellino sulla spiaggia nella vicina Numana, e si riparte per Osimo.

Panorama da Sirolo
Panorama da Sirolo

A Osimo c’è un altro esempio di “città sotterranea”, scavata in parte dai frati domenicani come luogo di preghiera, rifugio e stoccaggio. I frati usavano dei lunghi camini (se visti dal basso) o pozzi (se visti dall’alto) per accedere alle grotte (qui sotto ne vedete una foto). Noi usiamo una semplice e comoda scala in pietra, e insieme ad altri due visitatori e all’immancabile guida ci addentriamo nelle viscere della collina, fra simboli a quanto pare templari (triplici cinte e stelle a otto punte, fra gli altri), bassorilievi, e cunicoli labirintici. Si stima che sotto Osimo ci siano, in totale, circa 12 km di cunicoli, che coprono l’intera area cittadina. Di questi 12km, circa un quarto non sono ancora stati mappati ed esplorati.

Per la seconda volta fuoriusciti da un complesso sotterraneo, decidiamo che per il momento possiamo anche restare in superficie per qualche ora. Dopo aver visitato il centro e il belvedere (nella foto sopra), ripartiamo per Montefano, dove dormiremo.

Prima, però, un rapido passaggio ad Offagna per gustare il tramonto dalla Rocca.

Lasciamo i bagagli nel B&B a Montefano, e andiamo alla ricerca di un ristorante che possa dare del cibo a due viandanti. Alla fine optiamo per un piccolo ristorantino a Recanati, molto particolare perché durante il giorno è una macelleria, mentre di sera diventa una piccola osteria grazie a qualche tavolo posizionato all’esterno, al coperto. Non nominerò detto locale per non fare pubblicità gratuita, ma si sappia che è davvero notevole la cura con cui viene preparata e cotta la carne. Eccellente la qualità della materia prima, eccezionale la resa dei piatti. Per gli amanti di tagliate, filetti e lombate, questo è il posto giusto. Chi invece non riesce a mangiare la bistecca se non è ben cotta se ne vada pure in pizzeria. Dopo questa digressione enogastronomica, torniamo alla macchina passeggiando per il centro della cittadina che diede i natali a… Se non lo sapete, “sapevatelo”!

Marche, giorno 1: Udine – Gradara – Senigallia – Camerano

Si parte, tutt’altro che all’alba, destinazione Marche. Fortunatamente il tempo e il traffico non ci sono avversi, e in quattro orette, sosta compresa, siamo arrivati nelle Marche, per la precisione a Gradara, bel borghetto medievale  ospitante la famosa Rocca malatestiana ove, secondo la leggenda, furono uccisi Paolo e Francesca.

Valeva la pena visitare anche l’interno della rocca, riccamente decorato con mobili e opere d’arte di epoche diverse.

Dopo Gradara, ripartiamo per Senigallia, della quale vorremmo visitare il Duomo, i portici Ercolani, la Rocca roveresca. L’impatto con la cittadina marittima in provincia di Ancona non è lusinghiero: il litorale prima, e la città poi, ci comunicano per lunghi tratti un senso di abbandono e di cupezza. La piazza del Duomo è desolata e l’asfalto un patchwork.  Più vivo, invece, il centro città, in un paio di vie. Caratteristici i portici, sebbene niente di così emozionante, mentre il Duomo purtroppo era chiuso alle visite.

Arriviamo infine all’imponente rocca, che visitiamo in lungo e in largo, apprezzandone diversi aspetti notevoli: la scala elicoidale, un capolavoro di ingegneria e architettura; i bassorilievi onnipresenti; le antiche scritte sui muri.

Dopo Senigallia dirigiamo verso Camerano, dove ci attende la prima locanda in cui dormiremo, soddisfatti e ben rifocillati.

Il teorema delle zebre

Duino_RaysOFGodLe zebre intese come strisce pedonali. Un concetto su cui batto da quando sono tornato in Italia, ed è il miglior esempio della contraddizione italiana. Anzi, della linearità italiana.

Di che si tratta?

Semplicemente: lodiamo e sembriamo invidiare l’ordine e il senso civico di altri paesi d’Europa, come la virtuosa Germania.

Eppure gli automobilisti tedeschi – dannati! – si fermano sulle zebre a lasciar passare i pedoni.

Ed è proprio questo il punto.

Si comincia dalle basi, dal piccolo gesto di rispetto nei confronti non solo delle leggi, ma anche del concittadino.

I poveri pedoni italiani aspettano minuti e minuti sulle strisce pedonali, nella speranza vana che qualche automobilista di buon cuore sia in giornata buona, e abbia la clemenza di fermarsi.

Per assurdo, quando un conducente italiano si arresta sulle strisce, come suo dovere, il pedone italiano il più delle volte ringrazia.
Alcuni addirittura, sbalorditi dal gesto “altruista”, non intendono attraversare ma fanno cenno all’automobilista di proseguire, rinunciando al proprio diritto.

Gli stessi pedoni, però, quando si mettono al volante, si dimenticano di quei lunghi minuti passati sui marciapiedi. O, peggio, si vendicano su altri pedoni, creando un vizioso circolo di intolleranza e risentimenti.

Potreste obiettare che sono ben altri i problemi dell’Italia.
E invece no. Sono proprio questi.
Perché è dalle piccole cose che la mentalità cambia, che la positività prende a girare.
Perché, se  non siamo in grado di rispettare le regole e il prossimo nei piccoli gesti quotidiani, non ci verrà spontaneo farlo nelle altre circostanze.

E poi ci troveremo a Montecitorio a prendere a schiaffi chi ci manca di rispetto.

Addio Facce da Libro.

La consultazione dei social network è, ormai da anni, entrata di prepotenza non solo fra le attività diurne e notturne, ma anche in quelle mattutine, durante le funzioni corporali, il bagno, e probabilmente anche la doccia.
Perché cominciare un post di un blog con una simile banalità, se non per riportarla al vissuto personale?
Non sono quasi mai stato un malato di socialità 2.0, tranne un breve picco su Flickr.com, che comunque richiede un impulso creativo, nei suoi limiti e con tutte le positività e negatività che si porta dietro una comunità. Eppure, non essendo mai stato malato, mi sono reso conto di come 10-20 minuti della mia giornata fossero dedicati a muovere il dito sullo schermo dello smartphone, scorrendo il feed di Facebook.

Gattini.
Citazioni da Fabio Volo.
Citazioni da un qualsivoglia filosofo-statista-psicologo.
Sfoghi depressivo-suicidi.
Fotografie di cibi.
Minchiate assortite.

Ogni tanto, qualche notizia degna di essere letta e ricondivisa.

Un tempo se volevo vedere le foto delle vacanze di un amico andavo a casa sua.
Se volevo mostrare le mie foto delle vacanze, invitavo gli amici a cena sottoponendoli poi a una estenuante sessione di diapositive. Una volta all’anno.
Se volevo una citazione di Fabio Volo, per fortuna non aveva ancora cominciato a scrivere.
Se volevo una citazione di un qualsivoglia filosofo-statista-psicologo, leggevo un libro. Oppure leggevo un libro di massime, quegli orridi bignami del sapere che, tranne “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano” di Gino e Michele, ho sempre aborrito in quanto foriere di una conoscenza parziale e distorta.
Gli sfoghi depressivo-suicidi me li sentivo solo dagli amici intimi, davanti a una birra o un taglio di vino.
Se volevo vedere foto di cibo, compravo un libro o un giornale di cucina. Nessuno sprecava rullino per fotografare un piatto al ristorante. Anzi, nessuno si sarebbe sognato di estrarre una macchina fotografica al ristorante e fare le foto al contenuto dei piatti.
Per le minchiate assortite bastava girare per la città ed ascoltare le persone mentre discorrevano fra loro.

Ora il mondo è cambiato, e io con lui.

Tuttavia ho cominciato a vedere le cose sotto un’altra prospettiva.

Perché vivere di messaggini ed emoticons, di relazioni superficiali, quando si può telefonare, o addirittura – udite udite! – incontrare le persone?

Perché estrarre il cellulare per fare le foto al cibo mentre si è a cena con amici, con una donna, con la famiglia, quando si può godersi il momento?
Mi serve forse stupire i miei contatti sui social condividendo elaborati piatti di cui, in fondo, non frega a nessuno?
Non fatevi ingannare dal “mi piace”. Nella maggior parte dei casi è diventato un “ok, ne prendo atto”.

Perché di questo si tratta: di ottenere un alto numero di “mi piace”, di vedere quel numerino rosso crescere, e insieme ad esso sentire crescere il proprio ego. E scopro l’acqua calda, ne son conscio.

Allora disattivo Facebook, disattivo le poche centinaia di persone che conosco, di vista, di persona o virtualmente, e ritorno nel mondo reale.

E poi vengo a scriverlo su un blog, su Internet, questo è vero. Ma questo blog è qui per me, principalmente, senza pubblicità nè è veicolato attraverso Facebook. Se qualcuno mi segue su Twitter, che ancora uso per le informazioni, e infatti seguo principalmente organi di informazione o personaggi come la nostra astronauta Samanta Cristoforetti (@AstroSamantha), che di cose interessanti da raccontare ne hanno.

E ci si vede là fuori, o qui dentro, ma non nel marasma dei gattini e delle pietanze del Tex-Mex sotto casa.

TripAdvisor & c. – L’algoritmo del viandante affamato?

Sono in un vicolo di Salisburgo, sono le 19 e il sole sta per tramontare. Ho fame. Prendo in mano l’insostituibile smartphone e lancio TripAdvisor.
Premo “Cerca ristoranti”
Poi dove? “Qui vicino”

Appare una lista di locali, che distano dai 20m ai 3km.

Il più vicino ha una votazione media di 4 su 5. “Non male”, penso.
Comincio a leggere le recensioni.

1. “STATE ALLA LARGA! Ho ordinato un piatto pensando che fosse tutt’altro e mi han portato una brodaglia puzzolente. Ho chiesto di cambiarmelo ma non capivano l’italiano. VOTO: 1/5”
2. “Meraviglioso! Consigliatissimo! Cibo di ottima qualità, posto accogliente! VOTO: 3/5”
3. “Locale nella media, si mangia e si beve bene, personale piuttosto accogliente. VOTO: 4/5”

Un po’ spiazzato, proseguo a scorrere la lista degli altri locali e scopro con un certo stupore che… Per tutti il voto è uguale: 4/5!

Fanno eccezione due ristoranti. Uno è votato 1/5 in base a UNA SOLA recensione di un turista scottato per qualche motivo. L’altro totalizza una media di 4.5/5, perché qualcuno ha deciso di essere un po’ più magnanimo.

Indi mi sono chiesto: ma è possibile che i voti assegnati a tutti i locali di qualsivoglia città fluttuino fra il 3.5 e il 4.5, con la stragrande maggioranza a 4?

Dando un’occhiata alle singole recensioni, sì, è possibile, perché la distribuzione dei voti è sempre molto simile:

– Qualche scontento che vota 1/5;
– Un certo numero di timidi e/o severi che assegna una sufficienza d’ufficio, un “sei politico” (il 3/5 di cui sopra);
– La stragrande maggioranza di visitatori, che assegna 4/5 perché davvero soddisfatta o anche “perché sì”;
– Un manipolo di entusiasti che premia l’esercente con il massimo dei voti (5/5).

Quanto è affidabile, quindi, TripAdvisor?

Probabilmente molto poco. Ma il problema non è del servizio in se. Il problema sono gli utenti che, essendo vari come gli abitanti del pianeta, hanno gusti e sensibilità così diverse, e talvolta così bizzarre, da rendere quasi completamente inutile ogni tentativo di qualificazione e classificazione di ristoranti e trattorie. Inoltre ogni locale ha dei punti di forza e di debolezza, quindi per forza di cose ci sarà una divergenza fra le opinioni di chi ha ordinato la specialità della casa e di chi invece si è azzardato a degustare un piatto “qualunque”.

Il mio personalissimo consiglio?

Andate a intuito e usate la testa.

– Osservate dove si raduna la gente del luogo
– Diffidate dei locali assaltati da turisti.
– Usate i vecchi metodi: chiedete consiglio agli abitanti del luogo, che magari vi sapranno consigliare quella trattoria un po’ imbucata in cui si mangia come orsi e si paga come barboni.

Ma alla fine, nonostante tutto, potrete essere delusi o sorpresi, esattamente come lo siete quando provate nuovi locali nella vostra città.

E, dopo aver provato, scrivete la vostra recensione su TripAdvisor o su altri siti simili, per condividere la vostra esperienza, che sarà solo vostra e non potrà essere la Bibbia per nessun altro. 🙂