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Marche, giorno 4: Tempio del Valadier e Santuario della Madonna di Frasassi

E’ il nostro ultimo giorno nelle Marche, e il tempo non ci è particolarmente amico: pioggerelline intermittenti inumidiscono le strade. Poteva andare peggio, però. Poteva piovere (cit.).

Partiamo dall’agriturismo, sito nel bel mezzo di niente, e dopo l’ormai noto chilometro di sterrato ci immettiamo sulla classica strada di campagna marchigiana, che mette a dura prova le sospensioni dell’auto.

Cinque minuti di strada, e alla nostra sinistra si apre un prato verde sul quale pascola beata una marea di pecore. Abbasso il finestrino e mi fermo, scendo con la macchina fotografica in mano per immortalare quell’oceano di macchie bianche, ma non ho neppure il tempo di inquadrare che intravedo tre macchie bianche in lontananza correre in mezzo a tutte le altre, che si aprono come il Mar Rosso davanti a Mosè.

Socchiudo gli occhi, aguzzo l’udito e mi accorgo che le tre pecore scatenate non stanno belando: stanno abbaiando e corrono dritte verso di me. Sono tre enormi pastori maremmani, bianchi naturalmente, e sembrano incazzati neri. E stanno svolgendo con fin troppo zelo il mestiere di pastori.

Esito un po’, loro si fermano a una decina di metri, sul limitare del prato. Loro cambiano tono, abbaiando sempre più furiosamente e cominciando a ringhiare, sicché mi sembra più saggio risalire in macchina. Faccio per salutare le pecorelle, metto via la macchina fotografica, afferro il volante e sono pronto a partire.
Con la coda dell’occhio vedo un movimento inconsulto vicino al finestrino: è uno dei tre pastori, che non si è accontentato di vedermi risalire nella mia gabbia di metallo, e sta saltando verso il finestrino. Con una mano alzo il cristallo, con l’altra ingrano la marcia, con le ginocchia tengo il volante e parto sgommando, e dopo una cinquantina di metri semino il pastore, ringraziando il suo Dio.

Pastori maremmani al lavoro
Pastori maremmani al lavoro

Ora non ci resta che decidere cosa fare prima di tornare verso Udine.
Dopo una breve consultazione, decidiamo di seguire il consiglio del venditore di cacio e ciauscolo del giorno prima: “visitate il Santuario della Madonna di Frasassi, assolutamente!”.

Al che, data la qualità del cacio al tartufo che ci aveva venduto il succitato uomo, decidiamo di dargli fiducia ancora una volta.

Un po’ di curve nella gola della Rossa, ove scorre il Sentino fra alte pareti rocciose, ed eccoci arrivati al sentiero per il Santuario.

Il torrente Sentino nei pressi di Genga
Il torrente Sentino nei pressi di Genga

Ci incamminiamo, su per il sentiero che in realtà ha più le dimensioni di una mulattiera, essendo pure lastricato, e non senza un po’ di fiatone percorriamo le tappe della via Crucis, segnalate da classici cartelli in legno. Stiamo per arrivare in cima, dopo neppure un chilometro che è però sembrato molto più lungo, e capiamo come mai il nostro spacciatore di cacio caldeggiava questa visita. Date un’occhiata alle foto qui sotto, che rendono solo un poco di giustizia alla cornice naturale spettacolare del Santuario.

A me, personalmente, poco è piaciuto il pomposo Tempo del Valadier, eretto nel XIX secolo, che occupa quasi interamente una grande cavità naturale.

L’antico Santuario, al contrario, costruito in pietra, si integra secondo me più rispettosamente con il paesaggio circostante.
E un paesaggio simile, con il Sentino che scorre placido e costante nel profondo della Gola, le pareti rocciose a ricordarmi che sono solo di passaggio di fronte a quest’eternità, e le piante ad esse aggrappate, non può che essere profondamente rispettato, in dignitoso ed ammirato silenzio.

Marche, Giorno 3: Frasassi – Loreto

Il terzo giorno marchigiano è molto meno girovago del primo, ma non meno intenso emozionalmente. Il programma della giornata prevede infatti la visita alle grotte di Frasassi.

Un’ora e un quarto di strada, ormai abituati all’asfalto patchwork della maggioranza delle strade marchigiane, e giungiamo a Genga, da dove si accede alle famose grotte.

Prendo il biglietto, 15.50 euro a testa, storco il naso e penso che è un prezzo un po’ alto per visitare una grotta. Arriva il bus navetta a portarci all’ingresso delle grotte, dove ci aspetta la nostra guida, un appassionato e affabile speleologo dal baffo nero.

Dopo una breve introduzione sulla conformazione delle grotte, attraversiamo le porte stagne e ci avviamo a piedi nel tunnel di ingresso, lungo circa duecento metri.

Quando il tunnel si apre sulla prima camera, il cosiddetto Abisso Ancona, quasi mi vengono a mancare le gambe. La guida comincia a parlare e quasi non lo ascolto, e penso che “altro che 15 euro, me ne potevano chiedere 50”.

Non ci sono parole per descrivere una cavità così enorme: 180 x 120 m ed un’altezza di 200 m. Non esistono descrizioni scritte o parlate per delle stalagmiti alte venti metri, come i giganti che potete vedere in una delle foto qui sotto (purtroppo non scattate dal sottoscritto, in quanto nelle grotte si può fotografare solo prenotando un Photo Tour piuttosto costoso ed esclusivo).
Non si può descrivere la sensazione di trovarsi sotto 500 (cinquecento!) metri di roccia, nel cuore della montagna, circondati da un ambiente totalmente diverso da qualsiasi cosa si sia vista in superficie o in cielo. Il candore delle stalattiti e stalagmiti di calcite, che a volte tende al rosastro in presenza di residui ferrosi, è quasi abbacinante, anche alle basse luci che sono state posizionate in grotta. Senza di esse, neppure un fotone arriverebbe qui sotto. Ci sarebbe solo il buio, e senza di noi ci sarebbe il silenzio assoluto, fatta eccezione per l’incessante gocciolìo dell’acqua che, stilla dopo stilla, cade dal soffitto per battere sulle stalagmiti e sulle varie concrezioni multiformi.

Fra canyon, laghetti, formazioni rocciose e paesaggi lunari di calcite bianca come neve, cammino rapito e perdutamente affascinato.
Ho sempre pensato che le viscere della Terra non facessero per me, ma questa bellezza commovente mi fa ricredere.

Quando usciamo dalle grotte, non abbiamo più voglia di vedere alcunché per tutta la giornata. Vogliamo solo passeggiare, respirare aria pura, e tenere impressa nelle retine la meraviglia delle Grotte.

Tanto che la tutto sommato veloce visita a Loreto, che ci era stata consigliata da amici, non solo non riesce ad entusiasmarmi, ma quasi mi infastidisce, quando vedo l’enorme Duomo e penso a quanto l’uomo abbia voluto, con esso, celebrare sé stesso più che il Dio in cui crede.

 

Marche, Giorno 2: Camerano – Sirolo – Numana – Osimo – Offagna – Recanati

Al mattino partiamo dalla Locanda e come prima destinazione puntiamo il muso della Grigia verso la vicina Camerano, dove ad attenderci c’è una simpatica guida che accompagna noi e un altro gruppetto di visitatori nelle “Grotte di Camerano” che, a dispetto del nome, sono un complesso di tunnel e stanze scavate nell’arenaria del colle su cui è stata fondata Camerano. La pratica di scavare dei tunnel sotto la città non era poi così strana nei secoli scorsi, quando avere un rifugio sotto casa era molto più consigliabile di quanto non lo sia oggi. In alcuni casi, però, come in quello di Camerano e Osimo, le “grotte” formano un complesso unico che si estende sotto l’intero paese, e in tempo di guerra in passato ospitava l’intera popolazione anche per settimane. In tempo di pace, invece, le grotte erano usate come cantine, ripostigli, e spesso anche come sale per riunioni segrete (e qui si parla di massoneria, templari, e altre congreghe più o meno mistiche e mitiche).

Nelle foto qui sopra – non fatevi ingannare: le grotte, sebbene illuminate, sono molto più buie di quanto non appaia in foto – appare anche una chiesa sotterranea, scavata sotto una chiesa “di superficie”, che è stata purtroppo rasa al suolo per fare spazio al mercato. Questa chiesa, ornata con croci greche e quindi tendenzialmente associata al culto templare, presenta la particolarità di non essere disposta nella stessa direzione – est, come tipico per le chiese romaniche – della sua sorella sovrastante, bensì con l’altare verso nord, direzione inusuale anche per le chiese pagane.

Dopo la lunga permanenza nel sottosuolo, abbiamo la necessità di respirare dell’aria pura e di sentire il vento che soffia, perciò come tappa successiva scegliamo i dintorni del monte Conero, sulla costa. Pranzo, poi una passeggiata a Sirolo, un sonnellino sulla spiaggia nella vicina Numana, e si riparte per Osimo.

Panorama da Sirolo
Panorama da Sirolo

A Osimo c’è un altro esempio di “città sotterranea”, scavata in parte dai frati domenicani come luogo di preghiera, rifugio e stoccaggio. I frati usavano dei lunghi camini (se visti dal basso) o pozzi (se visti dall’alto) per accedere alle grotte (qui sotto ne vedete una foto). Noi usiamo una semplice e comoda scala in pietra, e insieme ad altri due visitatori e all’immancabile guida ci addentriamo nelle viscere della collina, fra simboli a quanto pare templari (triplici cinte e stelle a otto punte, fra gli altri), bassorilievi, e cunicoli labirintici. Si stima che sotto Osimo ci siano, in totale, circa 12 km di cunicoli, che coprono l’intera area cittadina. Di questi 12km, circa un quarto non sono ancora stati mappati ed esplorati.

Per la seconda volta fuoriusciti da un complesso sotterraneo, decidiamo che per il momento possiamo anche restare in superficie per qualche ora. Dopo aver visitato il centro e il belvedere (nella foto sopra), ripartiamo per Montefano, dove dormiremo.

Prima, però, un rapido passaggio ad Offagna per gustare il tramonto dalla Rocca.

Lasciamo i bagagli nel B&B a Montefano, e andiamo alla ricerca di un ristorante che possa dare del cibo a due viandanti. Alla fine optiamo per un piccolo ristorantino a Recanati, molto particolare perché durante il giorno è una macelleria, mentre di sera diventa una piccola osteria grazie a qualche tavolo posizionato all’esterno, al coperto. Non nominerò detto locale per non fare pubblicità gratuita, ma si sappia che è davvero notevole la cura con cui viene preparata e cotta la carne. Eccellente la qualità della materia prima, eccezionale la resa dei piatti. Per gli amanti di tagliate, filetti e lombate, questo è il posto giusto. Chi invece non riesce a mangiare la bistecca se non è ben cotta se ne vada pure in pizzeria. Dopo questa digressione enogastronomica, torniamo alla macchina passeggiando per il centro della cittadina che diede i natali a… Se non lo sapete, “sapevatelo”!

Marche, giorno 1: Udine – Gradara – Senigallia – Camerano

Si parte, tutt’altro che all’alba, destinazione Marche. Fortunatamente il tempo e il traffico non ci sono avversi, e in quattro orette, sosta compresa, siamo arrivati nelle Marche, per la precisione a Gradara, bel borghetto medievale  ospitante la famosa Rocca malatestiana ove, secondo la leggenda, furono uccisi Paolo e Francesca.

Valeva la pena visitare anche l’interno della rocca, riccamente decorato con mobili e opere d’arte di epoche diverse.

Dopo Gradara, ripartiamo per Senigallia, della quale vorremmo visitare il Duomo, i portici Ercolani, la Rocca roveresca. L’impatto con la cittadina marittima in provincia di Ancona non è lusinghiero: il litorale prima, e la città poi, ci comunicano per lunghi tratti un senso di abbandono e di cupezza. La piazza del Duomo è desolata e l’asfalto un patchwork.  Più vivo, invece, il centro città, in un paio di vie. Caratteristici i portici, sebbene niente di così emozionante, mentre il Duomo purtroppo era chiuso alle visite.

Arriviamo infine all’imponente rocca, che visitiamo in lungo e in largo, apprezzandone diversi aspetti notevoli: la scala elicoidale, un capolavoro di ingegneria e architettura; i bassorilievi onnipresenti; le antiche scritte sui muri.

Dopo Senigallia dirigiamo verso Camerano, dove ci attende la prima locanda in cui dormiremo, soddisfatti e ben rifocillati.

Berlino

La porta di Brandeburgo a Berlino
La porta di Brandeburgo

L’occasione di partire per la capitale federale tedesca é arrivata grazie all’invito al matrimonio di amici ulmesi, ex-colleghi di Nokia. Lei di Civitavecchia, lui di Mestre, hanno deciso di presentarsi all’altare nella cittá che li ha adottati un annetto fa, dando vita a un vivace quanto estemporaneo ricevimento, nel quale due delle mille anime culturali italiane, cosí diverse e affascinanti, si incontravano a mille chilometri dai confini dello stivale.

Della cittá in sé non sapevo bene che aspettarmi: tutti me l’avevano descritta come un posto del quale sarebbe stato impossibile non innamorarsi.

Centro sociale Tacheles
Centro sociale Tacheles

Architettonicamente parlando, sulle prime Berlino mi é parsa un po’ senz’anima. Ci mancherebbe, dato che é stata distrutta completamente nella seconda guerra, é stata poi divisa e infine ha sofferto la caduta del muro. Ecco che Alexanderplatz sembra una piazza di Lignano City, o l’interno di un casinó di Las vegas nella migliore delle ipotesi, con un’accozzaglia di edifici diversi posti, a diverse distanze, a incorniciare un ampio spazio aperto.

Qua e lá sopravvive qualche edificio un po’ piú vecchio, ma in generale é assai difficile trovare qualche muro risalente a prima del secondo conflitto mondiale. Anche i pochi edifici piú antichi sono stati in gran parte restaurati o ricostruiti, come ad esempio l’imponente duomo, che troneggia maestoso sulla Sprea. Manca pertanto un vero centro storico che vada a braccetto con la porta di Brandeburgo e gli altri notevoli landmark.

Il Duomo sulla Sprea
Il Duomo sulla Sprea

C’é da dire che l’area urbana é sterminata: novecento chilometri quadrati che includono zone che una volta erano paesi, e col tempo sono stati inglobati dalla capitale assumendo lo status di quartieri. Girarla a piedi in cinque giorni é stata una fatica immane, con decine di chilometri macinati e la sofferenza di giunture, scarpe e fiato, complice un clima tutt’altro che continentale, con temperature massime al di sopra dei trentacinque gradi. Ciononostante, ritengo che fosse il modo migliore per scoprire e vivere al meglio ció che la cittá ha da offrire.

Che cosa rende, dunque, questa cittá cosí intrigante per molti? É sufficiente girare a piedi, arrivando all’affascinante quartiere Nikolai (Nikolaiviertel), uno dei piú antichi della cittá, fatto di zone pedonali, strade in ciottolato, graziose corti che ospitano Biergarten ed edifici sicuramente piú folkloristici che nel resto della cittá.

La stazione centrale al tramonto
La stazione centrale al tramonto

Poi, fermarsi per un salutare brunch a base di verdure, cereali e formaggi in uno dei molti art-Café della cittá, oppure dare un’occhiata ai molti negozi e molte gallerie d’arte, teatri, musei che la affollano. O, ancora, passeggiare lungo la Sprea, fermandosi davanti al Bundestag (il parlamento federale) per assistere a documentari proiettati sul muro dell’edificio, poi incontrando locali notturni affollati da giovani che, seduti su sdraio da spiaggia in riva al fiume, talvolta su spiaggette artificiali, sorseggiano cocktail divertendosi. C’é anche chi decide di salire su uno dei numerosi traghetti, alcuni dei quali sono riadattati a ristoranti galleggianti, mentre altri sono quasi delle discoteche semoventi, sul cui tetto si beve e si balla.

Il Bundestag
Il Bundestag

Questi sono alcuni degli aspetti di Berlino, cittá progressista in cui l’ateismo la fa da padrone: il 60% degli abitanti dichiara di non appartenere ad alcuna religione. Per chi non lo sapesse, infatti, al momento della registrazione in Germania bisogna dichiarare quale fede si professa, e in base a ció pagare le tasse per la relativa chiesa. Alla faccia di chi si lamenta dell’otto per mille. Venendo dalla cattolicissima e conservatrice Monaco, centro tecnologico della federazione tedesca, fatto di grandi aziende, frenetici e indefessi lavoratori, ordine, benessere diffuso, la differenza appare ancora piú netta. Berlino é invece costellata di start-up, piccole aziende neonate soprattutto creative, laboratori artistici, mendicanti. É un crocevia di popoli e meta preferita dagli immigranti dall’Est Europa e principalmente dalla vicina Polonia; é quindi frizzante culturalmente e attivissima artisticamente. Nella capitale é piú facile ascoltare dialoghi in inglese che in tedesco e soprattutto riuscire a scambiare quattro chiacchiere con i locali,  laddove a Monaco é ben piú difficile muoversi agevolmente senza la conoscenza almeno basica della lingua locale, e anche in tal caso si fanno i conti con  la maggiore diffidenza dei bavaresi.

Per uno studente o per un artista probabilmente non c’é paragone fra le due realtá. Chi invece ha un lavoro qualificato come ingegnere o manager, soprattutto nel settore tecnologico, ed é disposto a pagare un costo della vita nettamente piú elevato, trova pane per i propri denti nel sud-est.

N.B. Le foto in questa pagina sono state scattate ed elaborate dal sottoscritto.

Goodbye, London.

St Pancras

Lo Stansted Express scorre silenzioso attraverso le campagne londinesi, lievi ondulazioni verdi sotto il cielo striato di piombo. Pascoli, canali, cottage, campi e palazzi si susseguono come i segmenti di frasi del chiacchiericcio costante e inconsistente che mi circonda.

Sto per salutare per la terza volta la Vecchia Signora, in chiusura di un ciclo cominciato circa nove mesi fa. Sono tornato qui a mente piú libera e a cuore piú leggero, e forse con gli occhi piú aperti.

Londra mantiene il suo fascino, imbellettata e incipriata per le feste, ma se ne puó sentire l’alito fetido e intrevederne le rughe, le cicatrici e i bubboni, in particolare dopo la serata di capodanno. L’alcool, che é stato motore della cittá per un’altra lunga notte, é diventato liquame che intasa le narici e scorre per le strade e sui marciapiedi.  Le case vecchie e scricchiolanti sono scrostate e incrostate, i loro giardini in buona parte nell’incuria.

Carezza e picchia, Londra.

“Il problema é che non sei mio”, mi ha detto, fra la nebbia e la pioggia e le mille bollicine di calici distorti.
“Non appartengo a nessuno”, ho risposto.

Non appartengo a te, Londra, né ho intenzione di donarmi a qualcun’altra.
Finché non troveró la mia cittá; in quel momento sentiró la solita spinta, quel segnale che proviene da qualche parte dentro me, che mi suggerirá che é ora di fermarsi.

Devo andare, adesso, e salire su quell’aereo per tornare alla mia nuova vita.

Hotel California

Hotel California

Non mi fermo, e infatti eccomi qui a scrivere da una stanza, o per meglio dire da un loculo, di un albergo nel cuore di Londra.

La giornata completamente solitaria in ufficio non era cominciata sotto i migliori auspici: su Eselsberg, il distretto di Ulm dove si trovano i nostri uffici, si é abbattuta per tutta la mattina una furiosa bufera di neve. La speranza era che a Monaco, aeroporto designato per la partenza, la situazione fosse migliore.

Fortunatamente nel pomeriggio, dopo un pranzo liofilizzato causa chiusura mensa per ferie, i forti venti avevano spazzato il cielo restituendogli quel colore azzurro cosí raro in questa stagione.

Un Intercity mi ha portato rapidamente da Ulm alla stazione centrale di Monaco, ma non senza sofferenza a causa di due adorabili bimbi che dal sedile accanto producevano decibel come un mercato del pesce napoletano.

Per la prima volta ho deciso di azzardare a cambiare linea per arrivare all’aeroporto, ma il coraggio non é stato premiato. Il trenino che dichiarava di passare per l’aeroporto si é fermato in realtá a un non meglio precisato capolinea a circa una decina di chilometri dalla mia destinazione. Nulla che un taxi non potesse risolvere, fortunatamente.

Il bimotore EasyJet mi ha portato, in compagnia di umanitá varia e assortita e a tratti molesta, ad atterrare nella nebbia di Stansted, da dove il classico Express preso al volo ha avuto l’incombenza di farmi arrivare a Liverpool Street. Fra la folla di viaggiatori una discreta presenza di gruppi di giovani di ogni nazionalitá, pronti a festeggiare il capodanno.

Da Liverpool Street soltanto quattro fermate di metro (anzi, chiamiamola Tube altrimenti i londinesi si indispettiscono) per la pittoresca stazione di St Pancras, nei dintorni della quale si trova il mio hotel.

Mi ero quasi dimenticato dell’odore di umanitá e di vecchio che emana dai vagoni del Tube di Londra. Fa parte del fascino di una cittá che nonostante tutto riesce ancora a conservare la sua parte vecchia e quella generica sensazione di altri tempi, non solo negli edifici. Forse sporca a tratti e qualche volta fatiscente, ma viva.

Trovare l’albergo non é stato difficile: la scritta “Hotel California” era visibile poco distante dalla stazione. Salire in camera per le strettissime scale ricoperte di moquette, invece, é stato un po’ meno facile, cosí come lo sará farsi la doccia domattina, fra la tazza e il lavabo. Le dimensioni della singola che ho prenotato sono lillipuziane, ma non potevo aspettarmi molto di meglio per il prezzo che ho pagato, per una sistemazione nel cuore di Londra e per di piú con solo sette giorni di preavviso.

Londra sopra e sotto

Beat of life

Londra pulsa di vita, sopra. Le strade brulicano di turisti e lavoratori e di ogni genere di persone, che si affaccendano frenetiche o pascolano senza meta.
Musica, voci, odori di umanità e di cibo a tutte le ore del giorno. Le luci sul Tamigi; il vento freddo che sposta le nuvole troppo velocemente; il sole che occhieggia fra i palazzi moderni, fra i quali alcune antiche costruzioni sono ostinate enclavi di ere passate.

Crossing underground

Londra riflette e medita, sotto. Nei vecchi e speso fatiscenti edifici si aprono, qui e là, delle porticine che costringono il volenteroso passante a inchinarsi suo malgrado.
Varcando quelle soglie si posa piede in ambienti dei quali non si sarebbe mai sospettata l’esistenza. Anfiteatri di tempi andati, dove l’odore della muffa è incrostato su quello dei millenni.
Cripte, sotterranei, gallerie, botteghe in cui il tempo si è fermato secoli fa.

Londra resta, dentro. Con le sue luci e le sue ombre, e le tante coincidenze impossibili da evitare.

Farewell.

Kenya, Day 5: Tsavo East -> Watamu

IMG_9202Il mattino del quinto giorno di viaggio, il quarto in Kenya, segna la fine dei nostri safari, perciò le speranze residue di avvistare gli ultimi animali che ancora non abbiamo incontrato (rinoceronte, leone maschio e leopardo) sono ridotte. Siamo sopravvissuti alla notte anche stavolta, però, e quindi fiduciosi carichiamo i bagagli e partiamo per l’ultima ricognizione della savana.

Dopo qualche chilometro la fortuna ci assiste: una famiglia di leoni composta da due maschi, tre femmine e tre cuccioli si sta crogiolando al sole del mattino. Ammiriamo i poderosi felini a lungo prima di dirigere il pulmino verso la strada che ci condurrà sulla costa, a Watamu, per gli ultimi tre giorni del nostro soggiorno africano.

Improvvisamente, poco prima di uscire dal parco Tsavo East, Francis ferma il veicolo accanto a un altro e ci indica un albero. “Leopard”, dice. “Non lo vedo, rispondo”. IMG_9250_leoOvviamente aveva ragione lui, perché quelle macchie indistinte fra il fogliame erano proprio le chiazze di questo schivo felino notturno, che mi concede il tempo per due veloci fotografie prima di scendere dall’albero e nascondersi tra l’erba alta.

La strada per Watamu è lunga, accidentata e non priva di emozioni, con bimbi, donne, motorette e animali che di tanto in tanto si avventurano in mezzo alla pista, prontamente scacciati dal clacson di Francis.

La nostra guida approfitta per chiederci informazioni sull’Italia, che ha avuto la fortuna di visitare grazie alla generosità di una coppia piemontese, e parlarci ancora un po’ del Kenya. Veniamo a conoscenza degli stipendi medi, che si aggirano intorno all’equivalente di 200 euro, mentre un cameriere ne guadagna 150 e le guide come Francis solo 120, perché i datori di lavoro danno per scontato che riceveranno laute mance, ma purtroppo spesso i turisti non considerano il safari come un servizio aggiuntivo: l’hanno già pagato, perciò non vedono il motivo per cui dovrebbero lasciare una mancia, il che in Europa non fa una piega. Scopriamo anche che l’accesso ai parchi nazionali si paga 50 (cinquanta!) dollari a persona, perciò il giro d’affari è enorme, ma il governo del Kenya non investe neppure una minima parte di questi introiti in infrastrutture e servizi nel tentativo di far crescere il paese.

Lungo i duecento chilometri che percorriamo con Francis e la guardia armata (!) che ci è stata assegnata si avvicendano baracche e catapecchie, capanne e bambini scalzi che si recano alle vicine scuole. Anche qui, come in precedenza, donne e bambini ai lati della strada tendono la mano per chiedere del cibo. Non ne abbiamo con noi, purtroppo, e Francis ha solo una mela che lascia a delle scolarette in divisa.

L’arrivo a Watamu è ancora più disarmante: ci era stato descritto come un villaggio dalla chiara impronta turistica, perciò non ci aspettavamo di trovarvi una schiera di capanne e baracche interrotta soltanto saltuariamente da qualche basso edificio in muratura. E’ evidente che il turismo non ha portato grossi benefici agli abitanti del luogo, che scorgono gli europei come noi passare rapidamente davanti a loro prima di vederli scomparire nelle torri d’avorio dei resort balneari. Per giungere al resort percorriamo ancora qualche chilometro di sterrato, lungo il quale incontriamo ancora baracche e miseria, e vediamo la rabbia di Francis montare, ancor più alimentata dal contrasto fra gli alti muri sorvegliati delle strutture balneari, oltre i quali si intravedono curati giardini e lussuosi edifici, e le sgangherate capanne antistanti, i cui abitanti mancano di cibo, acqua corrente ed elettricità.

IMG_9323Emblematica la chiosa di francis alla lunga chiacchierata: “noi sorridiamo sempre e diciamo Hakuna Matata (no worries, nessun problema), ma i Matata sono tanti, davvero tanti”. Capiamo che quel modo di dire swahili, così diffuso e così utilizzato a sproposito dai visitatori occidentali, è in realtà un esorcismo contro i molti mali e preoccupazioni che affligono questi popoli.

L’arrivo al resort, con questi presupposti, non può che essere traumatico. Veniamo infatti accolti con asciugamani intrisi d’acqua ed essenza profumata, calici di succo di frutta e sorrisi splendenti. Forziamo un sorriso per ricambiare la gentilezza degli inservienti locali, ma ancora ci tremano le mani per lo shock appena vissuto e per la sensazione di essere arroganti sfruttatori, moderni schiavisti di un sistema che ha soltanto cambiato i connotati, ma che ancora non è morto.

Neppure la vista dello splendido mare riesce a risollevarci, anche perché i cosiddetti Beach Boys, ragazzi che si aggirano sulle spiagge cercando di vendere qualsiasi cosa, dal giro in barca allla collanina e dal batik al safari, ci assaltano rendendo impossibile la permanenza sulla battigia. Il resto della giornata trascorre nell’indolenza più totale, macchiato da un’angoscia e da un senso di colpa che non trovano pace ma anzi vengono alimentati. Dal sontuoso buffet dei pasti , all’arroganza e superficialità dei nostri connazionali ospiti del resort (intollerabili le signore che trattano gli inservienti come schiavi, dimenticando elementari regole di educazione, e le ragazze che affermano con leggerezza che verrebbero volentieri a vivere in questo luogo meraviglioso), tutto ci appare fuori luogo in questo paradiso naturale e inferno artificiale.IMG_9368

Fortunatamente, almeno, abbiamo soltanto tre giorni da trascorrere in questo delirio di canzonette, balli di gruppo e aqua-fitness. Non ci resta che cercare il nostro angolino di quiete ai bordi di una delle piscine o dietro uno dei paraventi della spiaggia, mentre le parole di Francis, rabbiose ma cariche di speranza per la strada intrapresa dal nuovo governo, risuonano ancora forti in noi.

Kenya, Day 4: Amboseli -> Tsavo East via Voi

IMG_9066_lionessStamattina all’Amboseli una processione di nuvole cela il Kilimangiaro alla vista, ed essendo questa una condizione atmosferica non rara da queste parti, ringraziamo di avere già avuto la fortuna di poter ammirare la montagna il giorno precedente.

Dopo un ultimo breve safari dirigiamo il pulmino verso il parco nazionale Tsavo East, passando prima per la città di Voi. Il tragitto è piuttosto lungo e difficoltoso e richiederà circa tre ore di strade sterrate per giungere a destinazione, durante le quali Francis approfitta per introdurci alla condizione politica e sociale del suo paese. Per noi, così poco toccati dagli eventi africani, è interessante venire a conoscenza della rivoluzione del 2007, durante la quale un migliaio di persone persero la vita, la conseguente istituzione di una sorta di federalismo e l’introduzione di diritti primari quali istruzione obbligatoria fino a sedici anni e sanità. Ciò che ci fa riflettere maggiormente, però, è la constatazione di Francis secondo la quale il Kenya è “il più avanzato fra i paesi di questa zona dell’Africa”. Possiamo solo tentare di immaginare in che condizioni versino gli altri stati come Burundi, Congo, Uganda, Tanzania, ecc.

La “città di Voi” è in realtà un paesotto di capanne, con strade in terra rossa, attraverso il quale transitiamo rapidamente prima di entrare allo Tsavo East, che si presenta a noi differente dagli altri due parchi che abbiamo visitato, cioè come una grande pianura dove la vegetazione cresce assai più fitta che all’Amboseli.

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Gli elefanti pascolano indisturbati in mezzo al camp Ndololo

Verso ora di pranzo arriviamo finalmente al lodge dove alloggeremo, il Ndololo Camp, il quale appare assai spartano ai nostri occhi. L’assenza di recinzione e l’estrema vicinanza con la savana circostante, poi, ci tolgono ogni residua sicurezza. Il pasto diurno conferma la nostra impressione: per gli standard kenyoti è certamente di qualità elevata, ma per noi europei è piuttosto scadente. Ad ogni modo riso, ugali (una sorta di polenta) e carne di Dik Dik riempiono lo stomaco a dovere, ma al momento del dessert un grosso babbuino decide di provare il menu umano e salta sul tavolo del buffet, già infestato da una moltitudine di api suicidatesi nella zuccherosa macedonia. Il primate prende in mano un vassoio, tenta di togliere il cellophan che lo ricopre ma non ci riesce, allora prova con un altro vassoio ma viene interrotto da un inserviente che gli corre incontro. Il vassoio viene scagliato per aria, spargendo i dolcetti tutt’intorno, e l’animale si dilegua fra gli alberi. Finito il siparietto e il pasto, constatiamo che la tenda si trova sul perimetro esterno dell’accampamento, a poche decine di metri da una pozza a cui, memori della prima notte, temiamo che molti animali potranno venire ad abbeverarsi.

Il safari pomeridiano a Tsavo East ci mette a dura prova: le strade sono molto accidentate, gli avvistamenti di animali rari rispetto ai precedenti parchi, e lo scenario, per quanto suggestivo, si scontra con la bellezza dell’Amboseli, ancora ben salda dentro di noi. La caccia al leone, felino che da queste parti dovrebbe essere presente, è infruttuosa, frustrante e stancante, dopo tre giorni passati a sobbalzare sullo scassato pulmino.

Torniamo al campo per la cena, dopo la quale ci aspetta una serata intorno al fuoco durante la quale un Masai ci racconta qualche informazione sugli animali della savana e un po’ di cultura Masai. Memorabile, a tal proposito, il metodo utilizzato dai maschi Masai per comunicare alle mogli il loro desiderio di accoppiamento: due colpetti di bastone sulla gamba sono il segnale per dare il via alle “danze”, che si ripetono cinque volte per ogni moglie. Questa informazione suscita sospetto fra gli uomini e sognante ammirazione fra le donne, ma tant’è.

IMG_9113La notte, nella spartana tenda, trascorre non senza un po’ di tensione provocata dall’estrema vicinanza di animali, che si producono in ogni sorta di verso, dal barrito al ruggito, tuffandosi in quella pozza che avevamo visto al nostro arrivo. Sentire gli elefanti strappare i rami degli alberi che ci circondavano non è stato eccessivamente rassicurante, ma alla fine siamo riusciti a chiudere gli occhi un paio d’ore circa prima dell’arrivo dell’alba.