Category Archives: Pensieri sparsi

Passata è la tempesta…

…E qualche augello fa festa.

Passato il no al referendum, come ampiamente sospettavo, si ricomincia, in tutti i sensi.

Il popolo è nuovamente sovrano, dicono molti, ma io vi dirò che a me il popolo sovrano spaventa a volte più dei sovrani impopolari.

Perché il popolo è bue, si diceva, e per gran parte pecca di giudizio, di imparzialità, di onestà.

“Gli italiani sono più onesti dei politici che li rappresentano”, urlava qualcuno stamattina.
Sì, vero, perché il prezzo da pagare per una poltrona è un lavaggio cerebrale, un’asportazione della porzione di corteccia preposta all’onestà e al bene della comunità.

Invece voi che parcheggiate in seconda fila, voi che ve ne fregate di leggi e regole, voi che evadete il fisco e voi che parcheggiate negli stalli riservati ai disabili o alle donne, voi che dal salumiere saltate la coda, voi sì, insomma, che siete onesti.
Voi che per due euro di resto fregate il povero tabacchino che si è sbagliato, se vi sventolassero sotto il naso centomila euro per un favorino alla Camera, non accettereste. Perché sono i politici il male del Paese.

Sono sempre gli altri.

Questo popolo è sovrano nelle fregnacce.

Connesso alla Rete, disconnesso dal Mondo

Sempre più connessi alla Rete globale.
Adulti, ragazzi e bambini si struggono se manca loro il WiFi.
E poi non si sa più distinguere un frassino da un ontano, non si sa più quando spunteranno i fiori e quando si raccoglieranno i frutti.
Tanto i frutti ce li facciamo spedire dall’altro capo del pianeta, dove le stagioni sono diverse.
Ecco che il concetto di frutta e verdura di stagione non esiste più.
Non sappiamo più niente, di tutto quello che un tempo si sapeva.
Sappiamo entrare in un supermercato e strisciare il bancomat, senza sapere cosa acquistiamo. Sì, abbiamo letto qualcosa sull’olio di palma e sui conservanti, ma poco più.

Uso la prima persona plurale ma posso usare anche quella singolare, perché io stesso sono ancora parte integrante di questo sistema artificiale.

Eppure, oggi, andando in ufficio in bicicletta, guardavo e pensavo.

Ho visto quell’albero così grande, un guardiano immenso alle porte della pista ciclabile, e mi sono chiesto fra quanto tempo metterà le prime foglie e di che forma saranno.

Ho visto alcuni cespugli ancora fioriti e altri già fioriti.

Ho respirato non solo lo scarico del diesel che mi ha sorpassato accelerando perché era di fretta, ma anche l’aria buona della primavera che arriva.

Ho riconosciuto i noccioli che si stanno rinverdendo, e gli abeti e i pini e le betulle.

Mi sono riconosciuto nei ritmi naturali.

Perché, se non conosciamo la Natura e i suoi tempi, siamo fuori ritmo costantemente, e Inverno e Primavera ed Estate e Autunno hanno solo il valore di un cambio di guardaroba e di una gita in barca o sugli sci.

Ma anch’io fino a qualche anno fa ragionavo come molti altri, come la maggioranza delle persone oserei dire, seguendo quindi solo gli innaturali ritmi umani. Poi è arrivato il cambiamento, veicolato dal contatto con la Terra.
Ho cominciato a prendermi cura delle piante sul balcone, che erano state messe lì dai suoceri, e poi ho cominciato ad aggiungerne di mie.
Inizialmente travasavo delle piantine aromatiche, prima stagionali e poi sempreverdi.
Poi ho cominciato a seminare pomodori, e bieta, e zucchine nelle cassette in terrazza, e poi fiori.Poi ancora, ho provato con alberelli cominciando a trasformarne alcuni in bonsai.

Seguire le piante nella loro vita, nella loro quiescenza invernale e nel loro risveglio primaverile, ha cambiato le mie prospettive.

Oggi la prima cosa che faccio appena mi sveglio al mattino, dopo aver dato il buongiorno alla mia amata compagna di vita, è uscire sul terrazzo con qualunque tempo, e controllare lo stato di ogni pianta.

Avrà bisogno di acqua?
Ha buttato fuori la prima gemma?
Quel fiore si è dischiuso?
Quel germoglio si è aperto?
Quel ramo è cresciuto?
Ha troppo freddo o troppo caldo?

Ed è così, giorno dopo giorno, che nel mio piccolo vivo a ritmo con la Natura, e dallo schermo di un computer che mi accompagna per molte ore al giorno passo alle montagne che incorniciano il mio terrazzo, agli uccellini che ci volano sopra, e alle mie piante che giorno dopo giorno e stagione dopo stagione vivono, soffrono, prosperano, si addormentano e si risvegliano.

Il teorema delle zebre

Duino_RaysOFGodLe zebre intese come strisce pedonali. Un concetto su cui batto da quando sono tornato in Italia, ed è il miglior esempio della contraddizione italiana. Anzi, della linearità italiana.

Di che si tratta?

Semplicemente: lodiamo e sembriamo invidiare l’ordine e il senso civico di altri paesi d’Europa, come la virtuosa Germania.

Eppure gli automobilisti tedeschi – dannati! – si fermano sulle zebre a lasciar passare i pedoni.

Ed è proprio questo il punto.

Si comincia dalle basi, dal piccolo gesto di rispetto nei confronti non solo delle leggi, ma anche del concittadino.

I poveri pedoni italiani aspettano minuti e minuti sulle strisce pedonali, nella speranza vana che qualche automobilista di buon cuore sia in giornata buona, e abbia la clemenza di fermarsi.

Per assurdo, quando un conducente italiano si arresta sulle strisce, come suo dovere, il pedone italiano il più delle volte ringrazia.
Alcuni addirittura, sbalorditi dal gesto “altruista”, non intendono attraversare ma fanno cenno all’automobilista di proseguire, rinunciando al proprio diritto.

Gli stessi pedoni, però, quando si mettono al volante, si dimenticano di quei lunghi minuti passati sui marciapiedi. O, peggio, si vendicano su altri pedoni, creando un vizioso circolo di intolleranza e risentimenti.

Potreste obiettare che sono ben altri i problemi dell’Italia.
E invece no. Sono proprio questi.
Perché è dalle piccole cose che la mentalità cambia, che la positività prende a girare.
Perché, se  non siamo in grado di rispettare le regole e il prossimo nei piccoli gesti quotidiani, non ci verrà spontaneo farlo nelle altre circostanze.

E poi ci troveremo a Montecitorio a prendere a schiaffi chi ci manca di rispetto.

Addio Facce da Libro.

La consultazione dei social network è, ormai da anni, entrata di prepotenza non solo fra le attività diurne e notturne, ma anche in quelle mattutine, durante le funzioni corporali, il bagno, e probabilmente anche la doccia.
Perché cominciare un post di un blog con una simile banalità, se non per riportarla al vissuto personale?
Non sono quasi mai stato un malato di socialità 2.0, tranne un breve picco su Flickr.com, che comunque richiede un impulso creativo, nei suoi limiti e con tutte le positività e negatività che si porta dietro una comunità. Eppure, non essendo mai stato malato, mi sono reso conto di come 10-20 minuti della mia giornata fossero dedicati a muovere il dito sullo schermo dello smartphone, scorrendo il feed di Facebook.

Gattini.
Citazioni da Fabio Volo.
Citazioni da un qualsivoglia filosofo-statista-psicologo.
Sfoghi depressivo-suicidi.
Fotografie di cibi.
Minchiate assortite.

Ogni tanto, qualche notizia degna di essere letta e ricondivisa.

Un tempo se volevo vedere le foto delle vacanze di un amico andavo a casa sua.
Se volevo mostrare le mie foto delle vacanze, invitavo gli amici a cena sottoponendoli poi a una estenuante sessione di diapositive. Una volta all’anno.
Se volevo una citazione di Fabio Volo, per fortuna non aveva ancora cominciato a scrivere.
Se volevo una citazione di un qualsivoglia filosofo-statista-psicologo, leggevo un libro. Oppure leggevo un libro di massime, quegli orridi bignami del sapere che, tranne “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano” di Gino e Michele, ho sempre aborrito in quanto foriere di una conoscenza parziale e distorta.
Gli sfoghi depressivo-suicidi me li sentivo solo dagli amici intimi, davanti a una birra o un taglio di vino.
Se volevo vedere foto di cibo, compravo un libro o un giornale di cucina. Nessuno sprecava rullino per fotografare un piatto al ristorante. Anzi, nessuno si sarebbe sognato di estrarre una macchina fotografica al ristorante e fare le foto al contenuto dei piatti.
Per le minchiate assortite bastava girare per la città ed ascoltare le persone mentre discorrevano fra loro.

Ora il mondo è cambiato, e io con lui.

Tuttavia ho cominciato a vedere le cose sotto un’altra prospettiva.

Perché vivere di messaggini ed emoticons, di relazioni superficiali, quando si può telefonare, o addirittura – udite udite! – incontrare le persone?

Perché estrarre il cellulare per fare le foto al cibo mentre si è a cena con amici, con una donna, con la famiglia, quando si può godersi il momento?
Mi serve forse stupire i miei contatti sui social condividendo elaborati piatti di cui, in fondo, non frega a nessuno?
Non fatevi ingannare dal “mi piace”. Nella maggior parte dei casi è diventato un “ok, ne prendo atto”.

Perché di questo si tratta: di ottenere un alto numero di “mi piace”, di vedere quel numerino rosso crescere, e insieme ad esso sentire crescere il proprio ego. E scopro l’acqua calda, ne son conscio.

Allora disattivo Facebook, disattivo le poche centinaia di persone che conosco, di vista, di persona o virtualmente, e ritorno nel mondo reale.

E poi vengo a scriverlo su un blog, su Internet, questo è vero. Ma questo blog è qui per me, principalmente, senza pubblicità nè è veicolato attraverso Facebook. Se qualcuno mi segue su Twitter, che ancora uso per le informazioni, e infatti seguo principalmente organi di informazione o personaggi come la nostra astronauta Samanta Cristoforetti (@AstroSamantha), che di cose interessanti da raccontare ne hanno.

E ci si vede là fuori, o qui dentro, ma non nel marasma dei gattini e delle pietanze del Tex-Mex sotto casa.

TripAdvisor & c. – L’algoritmo del viandante affamato?

Sono in un vicolo di Salisburgo, sono le 19 e il sole sta per tramontare. Ho fame. Prendo in mano l’insostituibile smartphone e lancio TripAdvisor.
Premo “Cerca ristoranti”
Poi dove? “Qui vicino”

Appare una lista di locali, che distano dai 20m ai 3km.

Il più vicino ha una votazione media di 4 su 5. “Non male”, penso.
Comincio a leggere le recensioni.

1. “STATE ALLA LARGA! Ho ordinato un piatto pensando che fosse tutt’altro e mi han portato una brodaglia puzzolente. Ho chiesto di cambiarmelo ma non capivano l’italiano. VOTO: 1/5”
2. “Meraviglioso! Consigliatissimo! Cibo di ottima qualità, posto accogliente! VOTO: 3/5”
3. “Locale nella media, si mangia e si beve bene, personale piuttosto accogliente. VOTO: 4/5”

Un po’ spiazzato, proseguo a scorrere la lista degli altri locali e scopro con un certo stupore che… Per tutti il voto è uguale: 4/5!

Fanno eccezione due ristoranti. Uno è votato 1/5 in base a UNA SOLA recensione di un turista scottato per qualche motivo. L’altro totalizza una media di 4.5/5, perché qualcuno ha deciso di essere un po’ più magnanimo.

Indi mi sono chiesto: ma è possibile che i voti assegnati a tutti i locali di qualsivoglia città fluttuino fra il 3.5 e il 4.5, con la stragrande maggioranza a 4?

Dando un’occhiata alle singole recensioni, sì, è possibile, perché la distribuzione dei voti è sempre molto simile:

– Qualche scontento che vota 1/5;
– Un certo numero di timidi e/o severi che assegna una sufficienza d’ufficio, un “sei politico” (il 3/5 di cui sopra);
– La stragrande maggioranza di visitatori, che assegna 4/5 perché davvero soddisfatta o anche “perché sì”;
– Un manipolo di entusiasti che premia l’esercente con il massimo dei voti (5/5).

Quanto è affidabile, quindi, TripAdvisor?

Probabilmente molto poco. Ma il problema non è del servizio in se. Il problema sono gli utenti che, essendo vari come gli abitanti del pianeta, hanno gusti e sensibilità così diverse, e talvolta così bizzarre, da rendere quasi completamente inutile ogni tentativo di qualificazione e classificazione di ristoranti e trattorie. Inoltre ogni locale ha dei punti di forza e di debolezza, quindi per forza di cose ci sarà una divergenza fra le opinioni di chi ha ordinato la specialità della casa e di chi invece si è azzardato a degustare un piatto “qualunque”.

Il mio personalissimo consiglio?

Andate a intuito e usate la testa.

– Osservate dove si raduna la gente del luogo
– Diffidate dei locali assaltati da turisti.
– Usate i vecchi metodi: chiedete consiglio agli abitanti del luogo, che magari vi sapranno consigliare quella trattoria un po’ imbucata in cui si mangia come orsi e si paga come barboni.

Ma alla fine, nonostante tutto, potrete essere delusi o sorpresi, esattamente come lo siete quando provate nuovi locali nella vostra città.

E, dopo aver provato, scrivete la vostra recensione su TripAdvisor o su altri siti simili, per condividere la vostra esperienza, che sarà solo vostra e non potrà essere la Bibbia per nessun altro. 🙂

Il sorriso delle mucche libere!

Il seguente video ha fatto un po’ il giro di Internet, fortunatamente.

Essendo in tedesco non sarà comprensibile a molti, ma in poche parole la storia è questa: una coppia di allevatori tedeschi, nella zona di Colonia, ha tenuto venticinque mucche a produrre latte, ovviamente in cattività, per due anni. Passati i due anni, le mucche dovevano essere “smaltite” al mattatoio, ma gli allevatori non se la sono sentita di portare ad ammazzare le bestie che, dopo tutto quel tempo, erano diventate amiche di ogni giorno.
Ecco che i signori hanno preso una decisione controcorrente: hanno liberato le mucche al pascolo, restituendo loro la possibilità di camminare su un prato verde, di respirare aria fresca e di correre libere. La reazione degli animali è stata a dir poco commovente. I grossi bovini saltavano di felicità, annusavano l’erba, correvano e giocavano.
Non riesco a immaginare cosa voglia dire rivedere la luce della libertà dopo due anni passati al chiuso di quattro mura di cemento, alla luce del neon, con una mungitrice a piagare le mammelle.
Forse i vegetariani e i vegani non hanno poi così torto, no?

 

Arrivederci, piccola guerriera. Grazie Doc.

Remember me as a time of day
Remember me as a time of day

Colonna sonora di questo post, che ho anche scelto come titolo della consueta foto a corredo: Remember me as a time of day – Explosions in the Sky .

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Il Doc è uno di noi.
Anzi: a dirla tutta, se non fosse per lui non esisterebbe un “noi”.
Chi siamo noi?
Un paio d’anni fa, a seguito di qualche scambio di battute su un forum di discussione su Internet, il Doc ebbe l’idea di creare un gruppo su Whatsapp, invitando prima uno, poi due, poi tre, poi quattro, cinque e infine sei persone: Fla da Torino, io che al tempo stavo in Germania, Ale che scriveva dal profondo sud, il pratese Toby e il padovano Deka, e ultimo ma non ultimo Grim da Ivrea. Oltre, ovviamente, al Doc, che chiamai così quando si ritrovò invischiato in una futile discussione sul forum in cui dovette dimostrare di possedere una laurea. Il possesso del titolo di studio, unito alla sua “erre” aristocraticamente moscia e alla sua pacatezza d’espressione, che risaltava ancor più in presenza delle nostre colorite imprecazioni, mi diedero lo spunto per affibbiargli il nomignolo “Doc”. E da lì cominciammo a chiamarlo così, alternando questo nickname al nome di battesimo.
Sembrava di stare virtualmente in un pub di cazzari e infatti “Il pub dei cazzari” divenne il nome del gruppo, e dalle scemenze che ci scrivevamo via cellulare si passò presto a sentirsi a voce, su Skype, mentre si giocava online a qualche videogioco.
Presto il videogioco divenne soltanto un pretesto per passare qualche ora insieme, a diverse ore, a chiacchierare del più e del meno oppure, a volte, anche di qualcosa di più. Io ero in Germania, fondamentalmente solo in molte sere e molti weekend, e poter chiacchierare nella mia lingua con persone dotate di spessore non era cosa facile. Si stabilì così, fra un whisky e una sigaretta a notte fonda, un legame che trascendeva le vie del gaming, e che si snodava quindi su percorsi più umani e più ancorati a una realtà che fino a quel momento era stata virtuale. In fondo eravamo e siamo delle persone, sette personalità così diverse fra loro eppure così vicine, nonostante fossimo lontane centinaia o migliaia di chilometri. Smettemmo gradualmente di chiamarci a vicenda tramite i nickname che usavamo nei videogiochi, e cominciammo ad usare i nostri nomi di battesimo.
Piccoli spaccati di vita quotidiana emergevano qua e là attraverso le linee Internet: Fla che mentre giocava con noi parlava al telefono con la sua ragazza, il Doc che metteva in pausa il gioco per mettere a letto la figlioletta di quasi due anni. Ci scambiavamo le foto delle nostre vite, ci tenevamo aggiornati senza esserci mai visti di persona.

Poi, un anno e mezzo fa, la notizia che nessuno di noi avrebbe voluto mai udire: la figlia del Doc non stava bene, era malata.
La diagnosi definitiva ci lasciò sgomenti: era leucemia.
Non aveva ancora due anni, la piccolina.
Da lì cominciò un lungo viaggio all’inferno per la bimba, il Doc e sua moglie. Oltre un anno di lotte continue, di alti e bassi, di speranze e di sofferenze.
Noi ne eravamo testimoni remoti, e se si poteva si era lì, la sera, nei rari momenti in cui il Doc poteva collegarsi con noi, fra il suo lavoro e le permanenze negli ospedali e cliniche dalle quali sua figlia entrava e usciva. Trascorrevamo insieme alcuni dei suoi pochi momenti di svago, quelli in cui poteva cercare di staccare la testa dai terribili problemi che gli avevano sconvolto la vita, pur restando fra le quattro mura di casa per ogni evenienza.
Seguimmo da vicino e da lontano le mille vicissitudini degli ultimi tredici mesi, grazie anche ai bollettini che puntualmente il Doc ci spediva via email. A noi e a una ristretta cerchia di amici. Qualcuno avrebbe pensato che fossimo solo una banda di pixel per lui, ma il fatto che fossimo fra i destinatari di quelle email dimostrava che forse non era esattamente così.
Dopo un breve periodo di relativa calma, durante il quale sembrò che la piccola – la quale grazie alla sua coraggiosa combattività nei confronti del proprio male divenne la nostra piccola guerriera – fosse avviata a un miglioramento, la situazione precipitò e si dovette tentare il tutto per tutto, cosa che implicava necessariamente un trapianto di midollo.
Il trapianto ebbe luogo, ma l’illusione e la speranza ebbero vita breve: nel giro di tre giorni le complicazioni ebbero il sopravvento e la piccola guerriera ci lasciò, respirando per l’ultima volta fra le braccia della moglie del Doc.
La notizia fu sconvolgente. Versammo lacrime per una bimba che non avevamo mai avuto la fortuna di conoscere se non in foto. Piangemmo insieme a un padre del quale, da un punto di vista canonico e pratico, conoscevamo soltanto la voce.
Da un giro di email fra noi, dal quale era ovviamente escluso il Doc, prendemmo l’unica decisione che vedevamo possibile: andare al funerale della bimba. Per raggiungere la città ove abita il Doc qualcuno doveva percorrere trecento chilometri, qualcuno cinquecento, altri (io) più di settecento. Ma non importava. Sentivamo, nel profondo di noi stessi, che non c’era altra scelta. Non l’avevamo mai visto in faccia se non in foto di sfuggita, ma era uno di noi e volevamo stargli vicino in un momento che non può essere descritto da aggettivi adeguati.
“Ehi Doc, noi ci siamo e ci saremo, anche da lontano.” Questo volevamo dirgli, tanto più dopo che il Doc ci inviò un’email, il giorno successivo all’ultimo respiro della piccina, in cui ci ringraziava per essere stati con lui durante quei lunghi mesi.
Avremmo dovuto tuttavia essere noi a ringraziare lui, per quello che aveva creato e per essere stato il collante dei cazzari.

Partii così senza alcun dubbio alla volta della Svizzera, alle cinque e mezza di un venerdì mattina. La prima tappa del viaggio fu a Padova, per raccogliere Deka.
Da Padova a Ivrea ebbi tempo di discorrere per qualche ore con l’amico patavino, appassionato di filosofia, teologia e psicologia. Fu una bellissima sorpresa poter approfondire di persona dei discorsi che, per motivi di tempo, erano stati solo accennati durante le nostre sessioni online.
A Ivrea incontrammo Grim e Fla, che era l’unico che avessi già incontrato di persona. Da Ivrea a Losanna il clima in auto era spensierato. Forzatamente spensierato, pensammo. Stavamo cercando di esorcizzare il motivo che ci aveva portati ad affrontare  quel lungo viaggio, perché sapevamo che nel giro di qualche ora le circostanze e gli umori sarebbero completamente mutati.
Arrivammo a Losanna, sul lago, nel primo pomeriggio di una splendida giornata di sole, soffocata in lontananza da un lieve strato di foschia. Trovare la chiesa grazie al GPS non fu difficile. Era una piccola chiesetta sulla cima di una collina verde, un luogo che in altre occasioni sarebbe sembrato idilliaco. Un luogo ideale per celebrare nuove vite e nuovi amori, ma quel giorno eravamo lì per salutare una vita troppo giovane per essere interrotta.
Scesi dall’auto, cominciammo a salire verso la chiesetta camminando lungo il vialetto in mezzo al prato.
Più ci avvicinavamo alla nostra meta, più ci sentivamo pervasi da una sensazione opprimente di tristezza. Ci passò ogni voglia di scherzare e di ridere. Le parole vennero sostituite dal silenzio.
Salutammo rapidamente il Doc, del quale intuii l’identità dal numero di persone che gli stavano facendo le condoglianze in francese, tedesco e italiano, e ci mettemmo di fronte alla porta ad attendere l’inizio della funzione.

Fu lì che notammo un particolare che, pesante come un macigno, si schiantò violentemente su di noi e su quella pochissima serenità che poteva esserci rimasta.
Una piccola croce di legno era appoggiata al muro sulla destra della porta.
Sopra la croce erano dipinti il nome della piccola e gli anni di nascita e di morte: 2010-2013.
Non ce la facemmo.
Quei due numeri così insensatamente ravvicinati fra loro stridevano con il concetto stesso di vita.
Inforcai gli occhiali da sole per coprire la mia umida disperazione.
Il resto fu poetico e straziante.
Una piccola urna di legno, sulla quale erano attaccati degli adesivi di farfalle e barbapapà, circondata da un cuore di lumini accesi.
Una radio che faceva risuonare le canzoncine preferite della bimba fra una preghiera e l’altra.
Un volo di palloncini gialli.
Gli occhi sorpresi della moglie del Doc quando ci vide e capì che non siamo solo “gli amici virtuali” di suo marito, presenze intangibili ed effimere.
Mille dettagli che ricorderemo per sempre.
E la conferma di quello che siamo e quello che resteremo.
Noi.
Grazie, Doc.
Arrivederci, piccola guerriera.

Contromigrazione

The end of the old day
The end of the old day

C’è chi dice che sono pazzo.
C’è chi mi chiede se sono innamorato (il che coincide grossomodo con la prima domanda).
C’è chi mi guarda con sospetto, e sono quelli che hanno fatto esattamente ciò che sto facendo io.
Alcuni sospirano con un pizzico di invidia, perché per loro quel che sto per fare è un miraggio lontano.

Ci sono anche molti che sono felici per me. Molti che sono felici di rivedermi, così come io sono felicissimo di rivedere loro. Sono tanti, e quando li conto e mi accorgo di quante siano le persone a cui voglio bene, penso che sono fortunato.

Come si sarà ben capito: sì, dopo due annetti oltralpe ho deciso di tornare dalla “florida” Germania alla “agonizzante” Italia. Anche se si parla di agibilità di governo e i politici si trincerano a difesa di un pregiudicato.

In origine volevo scrivere fiumi su questo tema, ma forse non ha molto senso.

Posso dire, però, che ho vissuto due anni a stretto contatto con una società così diversa da quella italiana, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e lo stile di vita. Ne ho apprezzato le differenze nel bene e nel male, e chi dice che si vive meglio qui o si vive meglio qua, ragionando per assoluti, mente a sé stesso oppure dimentica un importante clausola: “secondo me”.

Andarsene dalla propria patria e continuare a gettarvi sopra veleno e lettame è l’atteggiamento di un ex-fidanzato che non si rassegna ad essere stato lasciato dalla sua ex. Io credo che quando si prende la decisione irrevocabile di andare avanti bisogna prima o poi arrivare al punto in cui ce ne si fa una ragione e si guarda al passato con un sorriso, non con astio.

Certo, la faccio facile io. In fondo vengo dal profondo Nordest, una strana enclave incastonata fra Austria e Slovenia. Abbiamo meno sole e più pioggia rispetto a molti nostri fratelli d’Italia, ma non si sta poi così male.
Non abbiamo lavatrici e materassi in mezzo alla strada, nessun baracchino che vende sigarette di contrabbando.
Anche perché per comprare le sigarette a basso prezzo ci è sufficiente percorrere una trentina di chilometri e varcare il confine Sloveno…

Eviterò pertanto di fare una lista di ciò che è bene e ciò che è male per me, cosa che somiglierebbe a un confronto all’americana fra Italia e Germania.
Posso tuttavia constatare come, dopo due anni, mi sono accorto che, a ben guardare, tutto il mondo è paese, e i comportamenti degli uomini sono più simili di quanto si creda. La natura umana cambia poco: cambiano invece, principalmente, le mentalità che derivano dal controllo che lo Stato esercita sul popolo.

Ci sono però dei motori che smuovono il mondo e il cuore è il più potente fra essi.

Qualcuno mi ha detto: “Ma come? Dopo che hai mosso mari e monti per andartene, torni?”
Gli ho risposto: “Se non smuovi mari e monti, non puoi produrre cambiamenti. Come l’ho fatto due anni fa, così lo faccio ora nel percorso inverso.”

Forse sono chiassoso, forse mi muovo senza troppe cautele, forse “la linea retta è per chi ha fretta” come dicevano i CSI, ma per ora non conosco altri modi che profondere le mie energie nella realizzazione dei miei sogni.

E mi concedo il diritto di cambiare idea e creare nuovi sogni, non prima di avere tastato con mano.

Oltre che con la mano ho potuto saggiare anche con la testa, visto l’altezza degli stipiti delle porte in tutte le case tedesche nelle quali ho abitato è di 1.95m. Ho dovuto imparare a chinarmi come alle forche caudine per evitare frequenti decapitazioni.

P.S. Come avevo fatto per la mia emigrazione ho preparato un ricordo per la mia contromigrazione, senza farmi mancare quel po’ di pseudoromantica retorica. La mia mamma la definisce addirittura “melensa”, ma poi si tradisce dichiarando che esistono “occhi come laghi ghiacciati di Finlandia e capelli color del grano d’una sera d’estate”. Insomma, da qualcuno avrò ben preso, o no?

Berlino

La porta di Brandeburgo a Berlino
La porta di Brandeburgo

L’occasione di partire per la capitale federale tedesca é arrivata grazie all’invito al matrimonio di amici ulmesi, ex-colleghi di Nokia. Lei di Civitavecchia, lui di Mestre, hanno deciso di presentarsi all’altare nella cittá che li ha adottati un annetto fa, dando vita a un vivace quanto estemporaneo ricevimento, nel quale due delle mille anime culturali italiane, cosí diverse e affascinanti, si incontravano a mille chilometri dai confini dello stivale.

Della cittá in sé non sapevo bene che aspettarmi: tutti me l’avevano descritta come un posto del quale sarebbe stato impossibile non innamorarsi.

Centro sociale Tacheles
Centro sociale Tacheles

Architettonicamente parlando, sulle prime Berlino mi é parsa un po’ senz’anima. Ci mancherebbe, dato che é stata distrutta completamente nella seconda guerra, é stata poi divisa e infine ha sofferto la caduta del muro. Ecco che Alexanderplatz sembra una piazza di Lignano City, o l’interno di un casinó di Las vegas nella migliore delle ipotesi, con un’accozzaglia di edifici diversi posti, a diverse distanze, a incorniciare un ampio spazio aperto.

Qua e lá sopravvive qualche edificio un po’ piú vecchio, ma in generale é assai difficile trovare qualche muro risalente a prima del secondo conflitto mondiale. Anche i pochi edifici piú antichi sono stati in gran parte restaurati o ricostruiti, come ad esempio l’imponente duomo, che troneggia maestoso sulla Sprea. Manca pertanto un vero centro storico che vada a braccetto con la porta di Brandeburgo e gli altri notevoli landmark.

Il Duomo sulla Sprea
Il Duomo sulla Sprea

C’é da dire che l’area urbana é sterminata: novecento chilometri quadrati che includono zone che una volta erano paesi, e col tempo sono stati inglobati dalla capitale assumendo lo status di quartieri. Girarla a piedi in cinque giorni é stata una fatica immane, con decine di chilometri macinati e la sofferenza di giunture, scarpe e fiato, complice un clima tutt’altro che continentale, con temperature massime al di sopra dei trentacinque gradi. Ciononostante, ritengo che fosse il modo migliore per scoprire e vivere al meglio ció che la cittá ha da offrire.

Che cosa rende, dunque, questa cittá cosí intrigante per molti? É sufficiente girare a piedi, arrivando all’affascinante quartiere Nikolai (Nikolaiviertel), uno dei piú antichi della cittá, fatto di zone pedonali, strade in ciottolato, graziose corti che ospitano Biergarten ed edifici sicuramente piú folkloristici che nel resto della cittá.

La stazione centrale al tramonto
La stazione centrale al tramonto

Poi, fermarsi per un salutare brunch a base di verdure, cereali e formaggi in uno dei molti art-Café della cittá, oppure dare un’occhiata ai molti negozi e molte gallerie d’arte, teatri, musei che la affollano. O, ancora, passeggiare lungo la Sprea, fermandosi davanti al Bundestag (il parlamento federale) per assistere a documentari proiettati sul muro dell’edificio, poi incontrando locali notturni affollati da giovani che, seduti su sdraio da spiaggia in riva al fiume, talvolta su spiaggette artificiali, sorseggiano cocktail divertendosi. C’é anche chi decide di salire su uno dei numerosi traghetti, alcuni dei quali sono riadattati a ristoranti galleggianti, mentre altri sono quasi delle discoteche semoventi, sul cui tetto si beve e si balla.

Il Bundestag
Il Bundestag

Questi sono alcuni degli aspetti di Berlino, cittá progressista in cui l’ateismo la fa da padrone: il 60% degli abitanti dichiara di non appartenere ad alcuna religione. Per chi non lo sapesse, infatti, al momento della registrazione in Germania bisogna dichiarare quale fede si professa, e in base a ció pagare le tasse per la relativa chiesa. Alla faccia di chi si lamenta dell’otto per mille. Venendo dalla cattolicissima e conservatrice Monaco, centro tecnologico della federazione tedesca, fatto di grandi aziende, frenetici e indefessi lavoratori, ordine, benessere diffuso, la differenza appare ancora piú netta. Berlino é invece costellata di start-up, piccole aziende neonate soprattutto creative, laboratori artistici, mendicanti. É un crocevia di popoli e meta preferita dagli immigranti dall’Est Europa e principalmente dalla vicina Polonia; é quindi frizzante culturalmente e attivissima artisticamente. Nella capitale é piú facile ascoltare dialoghi in inglese che in tedesco e soprattutto riuscire a scambiare quattro chiacchiere con i locali,  laddove a Monaco é ben piú difficile muoversi agevolmente senza la conoscenza almeno basica della lingua locale, e anche in tal caso si fanno i conti con  la maggiore diffidenza dei bavaresi.

Per uno studente o per un artista probabilmente non c’é paragone fra le due realtá. Chi invece ha un lavoro qualificato come ingegnere o manager, soprattutto nel settore tecnologico, ed é disposto a pagare un costo della vita nettamente piú elevato, trova pane per i propri denti nel sud-est.

N.B. Le foto in questa pagina sono state scattate ed elaborate dal sottoscritto.

Il consiglio del ventriglio

La locandina del film in 3D
La locandina del film in 3D

Da qualche tempo non scrivo opinioni – chiamarle recensioni sarebbe ingiurioso e fuorviante – su libri o film. Nell’ultimo periodo mi sto tuttavia dedicando a una riscoperta di cose che avevo letto o guardato anni fa, e che ora mi sento di affrontare nuovamente con una sensibilità diversa. Non voglio però scrivere in questa sede della ciclicità e dell’evoluzione nella fruizione delle forme di comunicazione: va però da sé che, con il passare degli anni, cambiano le chiavi di lettura, spesso radicalmente.

Questa volta è il turno de “Il regno di Ga’hoole – La leggenda dei guardiani“, film che condensa in poco più di un’ora e mezza i primi tre volumi di una serie di libri scritta dalla statunitense Kathrin Lasky.

Si tratta di un film per tutte le età ma, come spesso accade, i diversi piani di lettura lo rendono apprezzabile anche e soprattutto da un pubblico adulto.

La trama, a grandi linee, parla di un barbagianni di nome Soren, affascinato dalle storie che suo padre gli racconta sui gufi guardiani di Ga’hoole, mitici guerrieri che hanno combattuto i malvagi Puri. Lo scontroso fratello di Soren, Kludd, ritenendo tali storie una pura invenzione e sentendosi in difetto rispetto al candido fratello sognatore, lo sfida a una gara di volo che fa finire i due pennuti al suolo, dove vengono rapiti proprio dai Puri. Da qui le storie dei fratelli  si intricano e si diversificano, e altro non dico per non guastare ulteriormente la visione.

Parlando del romantico barbagianni e del suo invidioso fratello potremmo andare con la mente ai richiami di Guerre Stellari sul lato oscuro della forza, sulla paura e sulla rabbia, nonché a molta altra letteratura popolare, ma c’è un particolare che rende il film e i libri interessanti, a mio avviso: il ventriglio. Non è certo di zoologia che vorrei parlare in questo post, ma di ciò che i vecchi gufi saggi raccomandano ai giovani: ascoltare il consiglio del ventriglio. Tendere orecchio al proprio cuore, insomma. Un po’ come ha scritto il controverso e discusso Coelho: “ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose, perché è originato dall’Anima del Mondo, e un giorno vi farà ritorno.”. Parole altisonanti che nascondono un certo livello di verità.

Soren deve insomma imparare, secondo il suo “maestro” gufo, ad abbandonare il pensiero razionale e agire secondo il proprio sentire. E, dato che ciò lo porterà a momenti di instabilità e di difficoltà, non tirarsi indietro in quei momenti bensì proseguire senza dare ascolto ai timori suggeriti dal raziocinio.

Coraggio, e restare sulla strada intrapresa.

Ora, qui non si sta dicendo di mettere completamente a riposo la materia grigia, ma quante volte le azioni dell’uomo sono bloccate dai timori? Da quella paura che spesso non può neppure essere nominata, perché il solo suono del suo nome spaventa molte persone, che ne rifiutano l’esistenza in se stesse e nei propri simili?
Ne ho avuto recentemente riscontro, quando nominandola in un paio di conversazioni ho visto l’interlocutore riparare in una improvvisa riformulazione dei propri pensieri, nascondendo il concetto stesso dietro ardite perifrasi, pur di evitare di affrontarlo.
La paura è un meccanismo di difesa, in origine, ma oggigiorno è un sentimento originato soprattutto dalla stratificazione di pensieri inquinati da un mancato ascolto e analisi di sé stessi.

Pensieri, appunto, che sono altro rispetto al sentire. Tante volte il sentire ci dà la soluzione ai nostri ostacoli, ma lo ignoriamo in virtù del razionale, che di virtuoso molto spesso ha ben poco, e infatti riteniamo spesso uno sciagurato chi ignora i propri timori. Non che si debbano ignorare i segnali ambientali o che non si debba tenere in conto il rischio, naturalmente, ma spesso questi fattori vengono sopravvalutati e le difficoltà vengono viste come ostacoli insormontabili in ogni ambito, anche affettivo.

Un problema subdolo sopraggiunge infine nel momento in cui, una volta intrapresa la strada del cuore, lasciamo che le paure tornino a noi ributtandoci indietro di anni luce, nel porto sicuro delle fallaci certezze a cui eravamo abituati.