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Goodbye, London.

St Pancras

Lo Stansted Express scorre silenzioso attraverso le campagne londinesi, lievi ondulazioni verdi sotto il cielo striato di piombo. Pascoli, canali, cottage, campi e palazzi si susseguono come i segmenti di frasi del chiacchiericcio costante e inconsistente che mi circonda.

Sto per salutare per la terza volta la Vecchia Signora, in chiusura di un ciclo cominciato circa nove mesi fa. Sono tornato qui a mente piú libera e a cuore piú leggero, e forse con gli occhi piú aperti.

Londra mantiene il suo fascino, imbellettata e incipriata per le feste, ma se ne puó sentire l’alito fetido e intrevederne le rughe, le cicatrici e i bubboni, in particolare dopo la serata di capodanno. L’alcool, che é stato motore della cittá per un’altra lunga notte, é diventato liquame che intasa le narici e scorre per le strade e sui marciapiedi.  Le case vecchie e scricchiolanti sono scrostate e incrostate, i loro giardini in buona parte nell’incuria.

Carezza e picchia, Londra.

“Il problema é che non sei mio”, mi ha detto, fra la nebbia e la pioggia e le mille bollicine di calici distorti.
“Non appartengo a nessuno”, ho risposto.

Non appartengo a te, Londra, né ho intenzione di donarmi a qualcun’altra.
Finché non troveró la mia cittá; in quel momento sentiró la solita spinta, quel segnale che proviene da qualche parte dentro me, che mi suggerirá che é ora di fermarsi.

Devo andare, adesso, e salire su quell’aereo per tornare alla mia nuova vita.

Hotel California

Hotel California

Non mi fermo, e infatti eccomi qui a scrivere da una stanza, o per meglio dire da un loculo, di un albergo nel cuore di Londra.

La giornata completamente solitaria in ufficio non era cominciata sotto i migliori auspici: su Eselsberg, il distretto di Ulm dove si trovano i nostri uffici, si é abbattuta per tutta la mattina una furiosa bufera di neve. La speranza era che a Monaco, aeroporto designato per la partenza, la situazione fosse migliore.

Fortunatamente nel pomeriggio, dopo un pranzo liofilizzato causa chiusura mensa per ferie, i forti venti avevano spazzato il cielo restituendogli quel colore azzurro cosí raro in questa stagione.

Un Intercity mi ha portato rapidamente da Ulm alla stazione centrale di Monaco, ma non senza sofferenza a causa di due adorabili bimbi che dal sedile accanto producevano decibel come un mercato del pesce napoletano.

Per la prima volta ho deciso di azzardare a cambiare linea per arrivare all’aeroporto, ma il coraggio non é stato premiato. Il trenino che dichiarava di passare per l’aeroporto si é fermato in realtá a un non meglio precisato capolinea a circa una decina di chilometri dalla mia destinazione. Nulla che un taxi non potesse risolvere, fortunatamente.

Il bimotore EasyJet mi ha portato, in compagnia di umanitá varia e assortita e a tratti molesta, ad atterrare nella nebbia di Stansted, da dove il classico Express preso al volo ha avuto l’incombenza di farmi arrivare a Liverpool Street. Fra la folla di viaggiatori una discreta presenza di gruppi di giovani di ogni nazionalitá, pronti a festeggiare il capodanno.

Da Liverpool Street soltanto quattro fermate di metro (anzi, chiamiamola Tube altrimenti i londinesi si indispettiscono) per la pittoresca stazione di St Pancras, nei dintorni della quale si trova il mio hotel.

Mi ero quasi dimenticato dell’odore di umanitá e di vecchio che emana dai vagoni del Tube di Londra. Fa parte del fascino di una cittá che nonostante tutto riesce ancora a conservare la sua parte vecchia e quella generica sensazione di altri tempi, non solo negli edifici. Forse sporca a tratti e qualche volta fatiscente, ma viva.

Trovare l’albergo non é stato difficile: la scritta “Hotel California” era visibile poco distante dalla stazione. Salire in camera per le strettissime scale ricoperte di moquette, invece, é stato un po’ meno facile, cosí come lo sará farsi la doccia domattina, fra la tazza e il lavabo. Le dimensioni della singola che ho prenotato sono lillipuziane, ma non potevo aspettarmi molto di meglio per il prezzo che ho pagato, per una sistemazione nel cuore di Londra e per di piú con solo sette giorni di preavviso.

Londra sopra e sotto

Beat of life

Londra pulsa di vita, sopra. Le strade brulicano di turisti e lavoratori e di ogni genere di persone, che si affaccendano frenetiche o pascolano senza meta.
Musica, voci, odori di umanità e di cibo a tutte le ore del giorno. Le luci sul Tamigi; il vento freddo che sposta le nuvole troppo velocemente; il sole che occhieggia fra i palazzi moderni, fra i quali alcune antiche costruzioni sono ostinate enclavi di ere passate.

Crossing underground

Londra riflette e medita, sotto. Nei vecchi e speso fatiscenti edifici si aprono, qui e là, delle porticine che costringono il volenteroso passante a inchinarsi suo malgrado.
Varcando quelle soglie si posa piede in ambienti dei quali non si sarebbe mai sospettata l’esistenza. Anfiteatri di tempi andati, dove l’odore della muffa è incrostato su quello dei millenni.
Cripte, sotterranei, gallerie, botteghe in cui il tempo si è fermato secoli fa.

Londra resta, dentro. Con le sue luci e le sue ombre, e le tante coincidenze impossibili da evitare.

Farewell.