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L’esperienza di un emigrante per scelta

Contromigrazione

The end of the old day
The end of the old day

C’è chi dice che sono pazzo.
C’è chi mi chiede se sono innamorato (il che coincide grossomodo con la prima domanda).
C’è chi mi guarda con sospetto, e sono quelli che hanno fatto esattamente ciò che sto facendo io.
Alcuni sospirano con un pizzico di invidia, perché per loro quel che sto per fare è un miraggio lontano.

Ci sono anche molti che sono felici per me. Molti che sono felici di rivedermi, così come io sono felicissimo di rivedere loro. Sono tanti, e quando li conto e mi accorgo di quante siano le persone a cui voglio bene, penso che sono fortunato.

Come si sarà ben capito: sì, dopo due annetti oltralpe ho deciso di tornare dalla “florida” Germania alla “agonizzante” Italia. Anche se si parla di agibilità di governo e i politici si trincerano a difesa di un pregiudicato.

In origine volevo scrivere fiumi su questo tema, ma forse non ha molto senso.

Posso dire, però, che ho vissuto due anni a stretto contatto con una società così diversa da quella italiana, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e lo stile di vita. Ne ho apprezzato le differenze nel bene e nel male, e chi dice che si vive meglio qui o si vive meglio qua, ragionando per assoluti, mente a sé stesso oppure dimentica un importante clausola: “secondo me”.

Andarsene dalla propria patria e continuare a gettarvi sopra veleno e lettame è l’atteggiamento di un ex-fidanzato che non si rassegna ad essere stato lasciato dalla sua ex. Io credo che quando si prende la decisione irrevocabile di andare avanti bisogna prima o poi arrivare al punto in cui ce ne si fa una ragione e si guarda al passato con un sorriso, non con astio.

Certo, la faccio facile io. In fondo vengo dal profondo Nordest, una strana enclave incastonata fra Austria e Slovenia. Abbiamo meno sole e più pioggia rispetto a molti nostri fratelli d’Italia, ma non si sta poi così male.
Non abbiamo lavatrici e materassi in mezzo alla strada, nessun baracchino che vende sigarette di contrabbando.
Anche perché per comprare le sigarette a basso prezzo ci è sufficiente percorrere una trentina di chilometri e varcare il confine Sloveno…

Eviterò pertanto di fare una lista di ciò che è bene e ciò che è male per me, cosa che somiglierebbe a un confronto all’americana fra Italia e Germania.
Posso tuttavia constatare come, dopo due anni, mi sono accorto che, a ben guardare, tutto il mondo è paese, e i comportamenti degli uomini sono più simili di quanto si creda. La natura umana cambia poco: cambiano invece, principalmente, le mentalità che derivano dal controllo che lo Stato esercita sul popolo.

Ci sono però dei motori che smuovono il mondo e il cuore è il più potente fra essi.

Qualcuno mi ha detto: “Ma come? Dopo che hai mosso mari e monti per andartene, torni?”
Gli ho risposto: “Se non smuovi mari e monti, non puoi produrre cambiamenti. Come l’ho fatto due anni fa, così lo faccio ora nel percorso inverso.”

Forse sono chiassoso, forse mi muovo senza troppe cautele, forse “la linea retta è per chi ha fretta” come dicevano i CSI, ma per ora non conosco altri modi che profondere le mie energie nella realizzazione dei miei sogni.

E mi concedo il diritto di cambiare idea e creare nuovi sogni, non prima di avere tastato con mano.

Oltre che con la mano ho potuto saggiare anche con la testa, visto l’altezza degli stipiti delle porte in tutte le case tedesche nelle quali ho abitato è di 1.95m. Ho dovuto imparare a chinarmi come alle forche caudine per evitare frequenti decapitazioni.

P.S. Come avevo fatto per la mia emigrazione ho preparato un ricordo per la mia contromigrazione, senza farmi mancare quel po’ di pseudoromantica retorica. La mia mamma la definisce addirittura “melensa”, ma poi si tradisce dichiarando che esistono “occhi come laghi ghiacciati di Finlandia e capelli color del grano d’una sera d’estate”. Insomma, da qualcuno avrò ben preso, o no?

Berlino

La porta di Brandeburgo a Berlino
La porta di Brandeburgo

L’occasione di partire per la capitale federale tedesca é arrivata grazie all’invito al matrimonio di amici ulmesi, ex-colleghi di Nokia. Lei di Civitavecchia, lui di Mestre, hanno deciso di presentarsi all’altare nella cittá che li ha adottati un annetto fa, dando vita a un vivace quanto estemporaneo ricevimento, nel quale due delle mille anime culturali italiane, cosí diverse e affascinanti, si incontravano a mille chilometri dai confini dello stivale.

Della cittá in sé non sapevo bene che aspettarmi: tutti me l’avevano descritta come un posto del quale sarebbe stato impossibile non innamorarsi.

Centro sociale Tacheles
Centro sociale Tacheles

Architettonicamente parlando, sulle prime Berlino mi é parsa un po’ senz’anima. Ci mancherebbe, dato che é stata distrutta completamente nella seconda guerra, é stata poi divisa e infine ha sofferto la caduta del muro. Ecco che Alexanderplatz sembra una piazza di Lignano City, o l’interno di un casinó di Las vegas nella migliore delle ipotesi, con un’accozzaglia di edifici diversi posti, a diverse distanze, a incorniciare un ampio spazio aperto.

Qua e lá sopravvive qualche edificio un po’ piú vecchio, ma in generale é assai difficile trovare qualche muro risalente a prima del secondo conflitto mondiale. Anche i pochi edifici piú antichi sono stati in gran parte restaurati o ricostruiti, come ad esempio l’imponente duomo, che troneggia maestoso sulla Sprea. Manca pertanto un vero centro storico che vada a braccetto con la porta di Brandeburgo e gli altri notevoli landmark.

Il Duomo sulla Sprea
Il Duomo sulla Sprea

C’é da dire che l’area urbana é sterminata: novecento chilometri quadrati che includono zone che una volta erano paesi, e col tempo sono stati inglobati dalla capitale assumendo lo status di quartieri. Girarla a piedi in cinque giorni é stata una fatica immane, con decine di chilometri macinati e la sofferenza di giunture, scarpe e fiato, complice un clima tutt’altro che continentale, con temperature massime al di sopra dei trentacinque gradi. Ciononostante, ritengo che fosse il modo migliore per scoprire e vivere al meglio ció che la cittá ha da offrire.

Che cosa rende, dunque, questa cittá cosí intrigante per molti? É sufficiente girare a piedi, arrivando all’affascinante quartiere Nikolai (Nikolaiviertel), uno dei piú antichi della cittá, fatto di zone pedonali, strade in ciottolato, graziose corti che ospitano Biergarten ed edifici sicuramente piú folkloristici che nel resto della cittá.

La stazione centrale al tramonto
La stazione centrale al tramonto

Poi, fermarsi per un salutare brunch a base di verdure, cereali e formaggi in uno dei molti art-Café della cittá, oppure dare un’occhiata ai molti negozi e molte gallerie d’arte, teatri, musei che la affollano. O, ancora, passeggiare lungo la Sprea, fermandosi davanti al Bundestag (il parlamento federale) per assistere a documentari proiettati sul muro dell’edificio, poi incontrando locali notturni affollati da giovani che, seduti su sdraio da spiaggia in riva al fiume, talvolta su spiaggette artificiali, sorseggiano cocktail divertendosi. C’é anche chi decide di salire su uno dei numerosi traghetti, alcuni dei quali sono riadattati a ristoranti galleggianti, mentre altri sono quasi delle discoteche semoventi, sul cui tetto si beve e si balla.

Il Bundestag
Il Bundestag

Questi sono alcuni degli aspetti di Berlino, cittá progressista in cui l’ateismo la fa da padrone: il 60% degli abitanti dichiara di non appartenere ad alcuna religione. Per chi non lo sapesse, infatti, al momento della registrazione in Germania bisogna dichiarare quale fede si professa, e in base a ció pagare le tasse per la relativa chiesa. Alla faccia di chi si lamenta dell’otto per mille. Venendo dalla cattolicissima e conservatrice Monaco, centro tecnologico della federazione tedesca, fatto di grandi aziende, frenetici e indefessi lavoratori, ordine, benessere diffuso, la differenza appare ancora piú netta. Berlino é invece costellata di start-up, piccole aziende neonate soprattutto creative, laboratori artistici, mendicanti. É un crocevia di popoli e meta preferita dagli immigranti dall’Est Europa e principalmente dalla vicina Polonia; é quindi frizzante culturalmente e attivissima artisticamente. Nella capitale é piú facile ascoltare dialoghi in inglese che in tedesco e soprattutto riuscire a scambiare quattro chiacchiere con i locali,  laddove a Monaco é ben piú difficile muoversi agevolmente senza la conoscenza almeno basica della lingua locale, e anche in tal caso si fanno i conti con  la maggiore diffidenza dei bavaresi.

Per uno studente o per un artista probabilmente non c’é paragone fra le due realtá. Chi invece ha un lavoro qualificato come ingegnere o manager, soprattutto nel settore tecnologico, ed é disposto a pagare un costo della vita nettamente piú elevato, trova pane per i propri denti nel sud-est.

N.B. Le foto in questa pagina sono state scattate ed elaborate dal sottoscritto.

Inferni autostradali

Time stops
Time stops

Da mesi e mesi questo post era in gestazione.

Tema: le autostrade tedesche e il comportamento dei teutonici al volante.

Avendone percorse parecchie e varie volte, da Monaco di Baviera ad Amburgo, da Berlino a Karlsruhe, da Trier al lago di Costanza, posso dire di averne una certa esperienza. Della quale, molte volte, avrei fatto anche a meno.

Va premesso che in Germania il mezzo di locomozione principale è l’auto. I treni, che funzionano abbastanza bene per gli standard italiani, sono invece al centro di molte polemiche fra i pendolari e viaggiatori occasionali tedeschi. Lo scorso inverno mi ero unito al coro di disappunto anche io, quando pendolavo da Monaco a Ulm.

L’autostrada è gratuita, invece, e il costo del carburante non è elevato come in Italia, a fronte di stipendi mediamente un po’ più alti.

Quindi, come si comportano alla guida i milioni di tedeschi che ogni giorno intasano le autobahn?

Per prima cosa va detto che sono, per certi versi, piuttosto ligi alle regole che hanno loro insegnato a scuola guida. Con qualche concessione creativa piuttosto diffusa, però.

Ad esempio, hanno detto loro che in caso di traffico pesante bisogna occupare la corsia più libera. Accade quindi di frequente che, su un’autostrada a due corsie come nella maggioranza delle tratte tedesche, vi sia un veicolo lento che ne sta superando un altro. Si forma quindi una lunga coda di veicoli in corsia di sorpasso, che attendono di poter passare a loro volta. Il tedesco che arriva in fondo alla fila che cosa decide di fare, quindi? Applica la regola alla lettera e si imbuca nella corsia di destra, libera. Procede facendo finta di nulla a velocità più sostenuta rispetto ai colleghi imbottigliati sulla sinistra e, quando arriva in prossimità del veicolo lento da superare, che fa? Decide che non ha altra scelta che tagliare la strada a tutti gli altri, infilandosi molestamente in corsia di sorpasso fra un’auto e l’altra! Questo comporta frenate improvvise, sbandate, se va bene rallentamenti a catena – immaginate decine di auto che frenano una dietro l’altra, rallentando progressivamente – e se va male tamponamenti. Questo è infatti uno dei principali motivi per cui, sulle autostrade tedesche, si formano dei rallentamenti a passo d’uomo in luoghi in cui non parrebbe possibile.

Suddetta meccanica diventa ancora più pericolosa nei – pochi, a dire il vero – tratti in cui non esiste limite massimo di velocità, in quanto la differenza di velocità fra veicoli lenti e veloci è enorme. Ad esempio mi è capitato di stare in corsia di sorpasso a 200km/h, superando un’altra auto, e da dietro vedere sopraggiungere veloce una berlina di grossa cilindrata che mi si è attaccata al posteriore lampeggiando e suonando per chiedere strada. Era ai 250km/h almeno, e voleva probabilmente che io mi smaterializzassi ancora prima di avere completato il sorpasso.

Non è finita qui: c’è un’altra regola fondamentale, internazionale, che il pilota tedesco applica spesso alla lettera: rientrare nella corsia di destra appena possibile. Per questo motivo si vedono di tanto in tanto degli scienziati che, a fronte di una cospicua presenza di mezzi pesanti (autotreni, camper, caravan ecc.) sulla corsia di destra, dopo ogni sorpasso rientrano dalla terza o seconda corsia alla prima, slalomeggiando cambiando corsia ogni 200m, costringendo gli autisti che sopraggiungono da dietro a inchiodare. Perché, naturalmente, la freccia viene usata mentre ci si sta spostando, non prima.

Fortunatamente la strada che percorro più spesso è il tratto Monaco-Udine passando per l’Austria, quindi i miei problemi di norma si risolvono a Salisburgo, al confine fra Germania e Austria. Fino alla stupenda città natale di Mozart, infatti, il traffico è un terno al lotto e rispecchia le regole teutoniche. Dopodiché tutto si fa più quieto e, addirittura, sull’autostrada dei Tauri, mi capita di sentirmi quasi solo. Il traffico si riduce sensibilmente e posso inserire il cruise control e rilassarmi.

Dulcis in fundo, quando i tedeschi vedono il segnale di interruzione dei limiti di velocità in Austria, molto frequente sulla A10 Salzburg-Villach in quanto presente dopo ognuna delle molte gallerie, credono che abbia lo stesso significato che in Germania, dove un limite massimo non esiste, e cominciano a viaggiare ad altissime velocità, dimenticandosi che il limite massimo in Austria esiste ed è fissato a 130km/h.

Insomma, voi lamentatevi delle autostrade italiane, ma tenete presente che al di là delle Alpi non si sta meglio.

 

Italiani incivili d’Europa. Davvero?

Two worlds
Two worlds

Interessante è constatare come l’italiano all’estero sia spesso visto come un disturbatore della quiete pubblica. Soprattutto nella ordinata e inquadrata Germania, dove le risate dei gruppi di italiani nei Biergarten sembrano quasi fuorilegge, confrontate con il mogio sussurrare di gran parte degli avventori teutonici. Uscendo con altri italiani avevamo quasi paura di poter essere segnalati ai tutori dell’ordine per divertimento molesto: strideva troppo il nostro atteggiamento rispetto a quello degli autoctoni, che fissavano il vuoto o tutt’al più scambiavano qualche timida risatina.

Anche nella vicina Austria l’atteggiamento è simile, in apparenza. Le casette allineate, le strade pulite e fiancheggiate da bellissime aiuole di fiori, limiti di velocità ferrei per proteggere acusticamente l’ambiente.

Ma tutto questo ordine e rigore austro-tedesco, che cosa produce a lungo andare?

Potremmo chiederlo agli esercenti e agli abitanti di Lignano Sabbiadoro, che hanno appena visto la loro città, per l’ennesimo anno consecutivo, vittima di vandali austriaci e tedeschi scesi in massa ad ubriacarsi sul litorale friulano. I titoli dei quotidiani locali erano piuttosto eloquenti, e chi – come me – ha già potuto vivere in prima persona l’esperienza, non può che confermarli.

Le spiagge e le strade erano ridotte a campi di battaglia, ubriachi si arrampicavano su alberi e palme, entravano nelle case sbagliate e negli alberghi sbagliati, vomitavano ovunque e ogni tanto sfasciavano quello che capitava a tiro.

Trovare un’auto italiana o un italiano era un’impresa, in mezzo a una folla di lingua tedesca. Anche perché i friulani non hanno feste per la Pentecoste, pertanto la domenica sera a fine maggio non vanno a sbronzarsi a Lignano. Il giorno dopo si lavora.

Italiani migliori, tedeschi peggiori, allora? Assolutamente no, ma neppure il contrario.

Più si gira per il mondo e si fa esperienza, infatti, più ci si rende conto di come il detto “tutto il mondo è paese” sia sempre valido e calzante.

Non ci si può neppure appellare ad altri fattori quali la scarsa presenza della polizia italiana, perché l’anno scorso a Ulm, in Svevia, vissi un’esperienza assai simile. In occasione di una festività cittadina molto importante e molto sentita, infatti, gli abitanti di Ulm avevano devastato la città ricoprendola di cocci, bottiglie, rifiuti e ogni sorta di liquami.

Al confronto di tale oscenità, il Friuli Doc di cui si lamentano alcuni negozianti udinesi pareva un ritrovo di chierichetti. È quindi vero che l’italiano all’estero è peggiore di altri popoli? Talvolta sì, talvolta no.

Certo è che, quando il morigerato e inquadrato tedesco trova l’occasione per andare fuori dalle righe, sembra mettersi in competizione con i più caotici esponenti d’Europa. L’italiano, invece, è abituato a vivere al margine delle regole, perciò forse non sente questa necessità di vivere la festività in modo così esagerato. Con l’eccezione del Capodanno napoletano, naturalmente.

O forse, come sarebbe più corretto dire, non esistono poi così tante differenze fra popoli, bensì fra persone, e il raziocinio e la civiltà sono beni rari un po’ ovunque, con o senza  coercizione da parte di un sistema statale presente che controlla e punisce.

Greggi cittadini

Look in the air
Look in the air

É una splendida giornata di inizio maggio, in questo angolo meridionale di una Germania in cui le temperature non sono ancora miti come nella nostra penisola. Un vento dolcemente intenso fa danzare gli alberi fuori dalle finestre del mio appartamento, e mi rendo conto che non onorare la Natura oggi sarebbe delittuoso.

Inforco la mountain bike e comincio a pedalare sulle quasi ubique ciclabili della città, senza precise mete ma seguendo a istinto le direzioni che preferisco. Attraverso quartieri commerciali e un po’ desolati, ma dopo poco una deviazione mi riporta sulle deliziose e fiorite ciclabili interne al Ring. Naturalmente molti altri hanno avuto la mia stessa idea e le piste sono affollate di biciclette, monopattini, pattinatori in linea, joggers e passeggiatori.

Il vento è fresco mentre passo veloce accanto a tende che ospitano feste della birra, a laghetti, a campi sportivi, a praticelli in cui i tedeschi, avventurosi, hanno deciso che è tempo di indossare il costume da bagno e abbronzarsi. Saranno sedici o diciotto gradi, temperature proibitive per il bagnante italiano, ma tutt’altro che scoraggianti per il teutonico che, stufo di quattro mesi di rigido inverno e di tre mesi di neve, vuole credere che la primavera sia arrivata infischiandosene delle condizioni climatiche.

Seguo l’indicazione per l’Englischer Garten, il giardino inglese a pochi passi dal centro, che rappresenta per Monaco un po’ quello che Central Park è per New York, con le debite proporzioni. I prati sono cosparsi del giallo dei denti di leone ma a un tratto vengo investito da un odore di stalla, il che mi stranisce all’interno di una città. Giro lo sguardo verso sinistra e intravedo una macchia bianca su un prato poco distante, sicché decido di deviare su una viuzza laterale per arrivare a quello strano candore e cosa vedo? Un nutrito gregge di pecore e agnellini intenti a brucare. Perché dovrei esimermi dal fermarmi e, con i polpastrelli sporchi e sudati, estrarre il telefono per scattare una foto?

Toccatine scaramantiche e linee digitali

Lascio i voli pindarici della fantasia e dei magici paesaggi innevati per tornare momentaneamente alla vita pragmatica, quella quotidianità germanica che a volte sembra così aliena e altre volte così confortante.

Uno dei problemi con cui mi sono scontrato nelle ultime settimane è la poco famigerata Annex-J. Questo nome, che sembra quello di un gas usato dai nazisti nei lager, fa in realtà riferimento a uno standard per le linee ADSL. Naturalmente, fino a due settimane fa, non sapevo neppure dell’esistenza di un simile protocollo.
Tutto cominciò con un ordine presso Telekom, circa un mese fa. Finalmente deciso ad avere Internet e telefonia a casa, decisi di richiedere una VDSL a 100Mbit, per la modica cifra di 45 euro al mese, ordinando di concerto su un noto sito Web un router VDSL+ADSL. Purtroppo scoprii con amarezza che la mia via non era coperta da tale servizio, perciò decisi di optare per una banale ADSL a 16Mbit, inghiottendo il rospo delle belle speranze che era appena stato schiacciato sulle autostrade dell’Internet ad alta velocità.
Quando finalmente mi attivarono la linea, mi chiesero se il mio router supportasse le linee senza splitter. Caddi dalle nuvole e chiesi ragguagli, al che mi venne menzionata la temuta Annex-J. Una veloce ricerca su Wikipedia mi chiarì le idee: Annex-J è  un protocollo ADSL su ISDN, quindi su linea digitale invece che analogica. Probabilmente la causa dell’utilizzo di tale protocollo è da ricercarsi nella diffusione delle linee digitali in Germania. Quando in Italia, negli anni ’90, lottavamo con le PSTN analogiche, in Germania molti utenti navigavano sulle più performanti e stabili ISDN, che per di più consentivano di telefonare mentre si usava Internet.
Ancor peggio, Wikipedia mi confermò che, con ogni probabilità, il mio Netgear N600 non avrebbe funzionato su dette linee, e ne ebbi la conferma appena cercai di connetterlo alla rete. Netgear N600 è solo Annex-B, ma che ne sapevo io? Piegai la testa e ordinai un router Telekom, che finalmente mi portò online, non dopo aver tremato un po’ e aver abusato di quel gesto scaramantico tanto caro agli italiani e altrettanto sconosciuto ai tedeschi: la classica toccatina che da queste parti non si sa neppure che cosa sia. D’altra parte è noto che noi italiani siamo dei maestri nella comunicazione con le mani, nella creazione e nell’utilizzo di gesti e movimenti di mano che integrino e talvolta addirittura sostituiscano la comunicazione verbale.

Domani potrei proseguire in questa vena pragmatica scrivendo del bollo auto, delle assicurazioni, delle loro modalità di pagamento e dei folli sorpassi tedeschi.

Casa dov’è?

New skeletons
New skeletons

Internet è democratica. Dà voce a tutti, ma ciò non vuol dire che tutti abbiano qualcosa da dire. Ciò è particolarmente vero nel caso di chi sceglie di bloggare come il sottoscritto, avventurandosi in un mondo sovrasaturo di opinioni, aneddoti e quotidianità online.

Chi ha seguito le mie peripezie sa che, riassumendo, mi sono trasferito a Ulm in Germania nel novembre 2011, e meno di tre settimane fa mi sono spostato a Monaco di Baviera.
Come risultato di ciò, sabato scorso dovevo tornare nella mia ex-Ulm per riconsegnare le chiavi del vecchio appartamento, sbrigare qualche commissione e incontrare qualche amico dei pochi rimasti in Svevia.

Un aspetto di Ulm che mi è sempre piaciuto è sempre stata la presenza imponente del Münster, con il suo altissimo campanile di 160m che torreggia come un’eterna sentinella sulla città. Mi ero sempre orientato usandolo come punto cardinale, considerato che i palazzi del centro sono in genere antichi e bassi.
Guidando verso il centro, però, ho notato che un nuovo cantiere ha preso vita. Si tratta di una nuova sede di, guarda un po’, una banca. La Volksbank ha deciso di erigere un nuovo palazzo di una decina di piani proprio in mezzo ai vecchi edifici del ring interno, andando a coprire la vista del Münster in lontananza. Sembra che il risultato finale sarà un obbrobrio, giudicando dall’immagine affissa al telaio metallico che circonda lo scheletro che diventerà edificio. Sarà una nuova ferita nel cuore di una città che avrebbe dovuto restare, almeno nel centro storico, fedele a se stessa e alla sua identità medievale (nonostante siano già presenti sporadiche costruzioni decisamente poco in tono).
Fortunatamente, almeno, il cielo normalmente grigio di Ulm si è aperto lasciando passare un sole che quasi non ricordavo dalla scorsa primavera.

Ciò non è riuscito, però, a togliere l’alone dimesso che la città adesso ha per me, e sottolineo per me.

Si chiude infatti un’era, con pochi superstiti del nostro gruppo ancora rimasti nella città sveva, i quali vivono nella malinconia e nel ricordo di uno stato di grazia che non rivivrà più. Nel ricordo di tempi in cui si lavorava a progetti grandiosi, in cui continuava ad arrivare gente da tutto il mondo, in cui si viaggiava e si imparava, in cui i soldi non erano un problema e i colleghi diventavano in molti casi amici.

Quasi addormentandomi al volante sono tornato a Monaco in serata per sentirmi riabbracciare, sollevato, dalle quattro mura di casa mia, regalarmi una cena cucinata dal sottoscritto e un bicchiere di buon rosso friulano, con la compagnia della musica e della voce del vento che sussurra fra gli alberi fuori dalle finestre del soggiorno.

Lasciandomi andare ai pensieri, di nuovo. Stavolta penso alle persone che si incontrano troppo spesso, quelle che hanno somatizzato le proprie paure e i propri traumi a tal punto da non riuscire più a sorridere se non quando hanno bisogno di qualcosa, da non riuscire a sorridere spontaneamente e apertamente. Le persone che trasformano le proprie debolezze in aggressività. Avevano ragione i maestri Jedi: “la paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza”. E l’animale sofferente cosa fa? Attacca ciecamente e ferisce.

Inversioni termiche

kitchen01
Finalmente cucina

Sorpresa amarognola ieri sera, quando ho scoperto che i precisi e infallibili Oompa-Loompa avevano commesso un trascurabile errore nel montaggio della base della mia cucina. Me ne sono accorto al primo utilizzo della lavatrice, un classicissimo trenta gradi, semplice semplice, per capi colorati. Finita la centrifuga e il ciclo di lavaggio, ho estratto dal cestello biancheria calda, fumante. Una rapida occhiata sotto il lavello mi ha confermato l’orrido dubbio: Oompa e Loompa avevano invertito gli attacchi di acqua calda e fredda. Non mi dilungheró ulteriormente sull’argomento cucina, ma allego solamente due foto per documentarne lo stato temporaneo e poco interessante, dovuto principalmente ai numerosi adeguamenti e compromessi che si sono resi necessari, inserimento lavatrice compreso.

Work in progress
Work in progress

Termino il capitolo “Cronache dalla cucina” in quanto gli esuli pensieri odierni mi riportano all’inversione termica che mi ha investito da un po’ di tempo a questa parte. Certo freddo se n’è andato; al suo posto c’è una serena sensazione di calore interno.
I miei pensieri quindi vanno dedicati a quelli che hanno perso o non hanno ancora trovato il calore dentro sè stessi e che non sanno come proteggersi dall’inverno.
Alle persone che non vogliono credere e che non vogliono volare per paura di cadere.
A quelli che vogliono andarsene da qualche parte basta che non sia qui perché non tollerano il qui e ora, condizioni inevitabilmente universali e appiccicate a noi sempre e comunque.
A quelli che vivono nel rimpianto del passato e nella speranza del futuro dimenticando di agire nel presente.
A quelli che parlano senza ascoltarsi.
A quelli che vivono in apnea e hanno scordato come si respira.
Per tutti loro spero che arrivi presto il momento dell’inversione.

Like Fountains

Like fountains
Like fountains

Sono liquido eppur solido e concreto mentre mi fondo nelle acque tiepide e gelide delle vasche del Müller’sches Volksbad, i bagni di Monaco di Baviera ospitati in un grosso edificio in Jugendstil sito di fronte al Deutsche Museum e il suo cinema Imax, poco distante da due piccoli cinema indipendenti. Le molte facce di Monaco convivono l’una accanto all’altra, non lontano dalle sponde innevate dell’Isar.

Sono nella stanza del vapore, dove tutto si offusca e si appanna e si confonde. Chiudo gli occhi, apro le spalle e respiro mentre siedo, nudo, su una panchina di pietra. Nonostante le mie perplessità iniziali scopro la naturalezza di non indossare indumenti, e apprezzo la parificazione sociale che ne deriva: qui non esistono ricchi o poveri, niente orpelli se non unicamente la propria pelle. Qui si è completamente indifesi e non si possono nascondere le proprie anime dietro capi firmati.

Müller'sches Volksbad
Müller’sches Volksbad

Nella vasca appena fuori dalla pesante porta metallica decorata che chiude la stanza del vapore, mi immergo nell’acqua come mio elemento naturale e vi resto in sospensione per ore, semplicemente respirando e lasciando defluire i pensieri e le sensazioni.
A un certo momento una coppia sulla quarantina cattura la mia attenzione. La si definirebbe una coppia brutta, coi loro corpi disarmonici e lontani da ogni canone di bellezza passato e presente, i loro visi asimmetrici e poco aggraziati, eppure sono forse la cosa più bella ed elegante di questo luogo. Siedono sugli scalini che digradano nella piccola vasca circolare, immersi in acqua fino al mento, le loro guance a contatto, e guardano un punto che potrebbe essere sull’altissimo soffitto della volta. Emanano pace, con i loro sorrisi appena accennati, così spontanei e naturali. Ogni tanto si scambiano qualche parola, sottovoce per non turbare la sacralità del momento, e a un certo punto lei mette le proprie mani sotto la schiena di lui, lo solleva, lui orizzontale si gira sulla schiena e chiude gli occhi. Lei lo muove lentamente in acqua, descrivendo semicerchi e linee ondulate, trascinando il suo amato in una strana danza lentissima, dove ogni fretta e ogni legame con l’esterno non esistono più.
Il resto del mondo è scomparso.
Esistono soltanto loro due e la loro danza.

Poi arriva la canzone che dà il titolo a questo post.

Like Fountains

A scar inside
For such a long time
I’ll do it all over again
Can’t face the wounds
Have to go on
Stop remembering
[…]
Till the day I’m done with the shades
The rage I create towards myself, the hate
To claim the blame that I feel
To damage the dreams I need
Facing uncertainty
Facing the truth
Got to get on through

Hit the city

Courtyards
Courtyards

Primo fine settimana a Monaco di Baviera: nevica. I miei piani di conquista del mondo cittadino sono andati a rotoli quando ho deciso di dare una parvenza di senso logico e compiuto al mio appartamento. Ci è voluto un po’ di tempo e un po’ di consiglio prima di capire come disporre i mobili in soggiorno, rompendo gli schemi a cui ero abituato e riadattando ciò che era stato pensato per tutt’altro ambiente.

Non avrei potuto chiedere di meglio del silenzio della neve per accompagnare i febbrili lavori di spostamento, montaggio, smontaggio e disimballaggio. Scopro di possedere un’energia che non credevo possibile, quando per due giorni continuo a correre per la casa dando una forma accogliente a un appartamento che sento già mio, e riscopro una quiete che non ricordavo, quando mi addormento e senza agitazioni raggiungo il mattino successivo.

Dopo un lungo trafficare arriva la soddisfazione di sedermi sul divano, finalmente nella posizione corretta, e guardare i tetti innevati fuori dalle finestre sorseggiando finalmente un meritato bicchiere di buon vino friulano.

E poi passeggiare per il vicinato scoprendo chiese e parchi, aree pedonali e perdendosi fra la luce giallastra dei lampioni che scalda il colore della neve. Sentendomi un po’ a casa di nuovo, dopo oltre un anno di vagabondaggi, come se fossi tornato da un viaggio intorno alla Via Lattea e avessi finalmente trovato la strada. Senza sapere quel che accadrà domani o dopodomani nè curandomene, ma con la sola serenità di sapere di essere arrivato fino a qui e l’impressione di essere su una buona strada e non sulla strada.