Sulla ciclicita’ dello scetticismo

Mi piacerebbe aggiornare il blog con esperienze osservative, ma il cielo proprio non riesce a scrollarsi di dosso quel manto nuvoloso che ormai l’opprime da settimane – piu’ o meno da quando Zaphod e’ arrivato in questa casa (cfr. Leggi di Murphy).

In mancanza d’altro, allora, continuo i miei studi di scienza e storia della scienza, e di volta in volta, pagina dopo pagina, ritrovo sempre gli stessi leit-motiv, in qualunque brance della scienza e in qualunque epoca.

Uno di essi e’ lo scetticismo, peraltro spesso giustificato, nei confronti delle nuove teorie.
La natura stessa delle teorie rivoluzionarie le rende difficilmente comprensibili ai piu’. Cio’ che non si comprende viene d’istinto rifiutato, tanto che lo stesso Einstein rifiuto’ di credere che l’universo potesse essere in espansione, ed introdusse percio’ nelle sue equazioni una costante cosmologica, un vero e proprio elemento fittizio che potesse in qualche modo riportare l’equilibrio fra la scoperta e il credibile. Il buon Albert, infine, si dovette ricredere quando le scoperte del russo Friedman misero con le spalle al muro la teoria dell’universo statico.
William Thomson poi, conosciuto ai piu’ come Lord Kelvin, il cui contributo alla scienza e’ ricordato soprattutto a causa della scala di temperatura omonima, agli inizi del ‘900 affermo’ che “i raggi X sono solo una volgare presa in giro”.
Chandrasekhar fu un altro che non venne compreso per molti anni e addirittura deriso dai decani del tempo, primo fra tutti quell’Eddington che era stato il padre dell’astrofisica, ma che nonostante l’indubbio contributo all’astronomia aveva fallito nell’intento di comprendere l’ultimo stadio dell’evoluzione stellare.

Anche oggi, per l’ennesima volta, la storia si ripete: i gemelli Bogdanov affermano di aver compreso il principio primo dell’universo, quell’istante Zero che si trova prima del “muro di Planck”, quando ancora il Big Bang non aveva sprigionato la propria potenza inaudita, e per contro gli scienziati piu’ eminenti faticano ad accettare quella tesi, ormai rassegnati a non poter conoscere – ne’ ora ne’ mai – cio’ che era prima.
La comunita’ scientifica internazionale ha duramente attaccato le teorie dei gemelli francesi i quali, nonostante la probabile buona fede, sono stati accusati di numerose imprecisioni ed errori grossolani nella loro esposizione.
Chissa’ se le loro intuizioni potranno in un futuro dare lo spunto per ulteriori ricerche, oppure se si tratta esclusivamente – come pare – dell’ennesima bufala?

La storia della scienza e’, da sempre, costellata di episodi simili, in cui gli stessi personaggi che a loro tempo hanno prodotto solide teorie “di rottura”, riuscendo in qualche modo a farle accettare al mondo accademico, a loro volta adottano una posizione conservatrice quando si tratta di esaminare teorie ancora piu’ ardite partorite da altri.
Non che si debbano accettare di buon grado tutte le strampalatezze proposte da sedicenti scienziati e novelli Einstein, sia ben chiaro; in caso contrario ci ritroveremmo a dover riscrivere ogni giorno tutte le teorie riconosciute come valide fino al giorno prima.
E’ pero’ altrettanto chiaro che quando qualcosa risulta di difficile comprensione si tende ad escluderne la probabilita’, fosse anche basato su un’intuizione corretta.
A volte ci sono delle ragioni politiche alla base dell’atteggiamento scettico; altre volte si cerca di preservare le proprie teorie ritenendole inattaccabili e corrette; altre volte ancora, come appena accennato, l’impossibilita’ di comprendere cio’ che altri hanno pensato e calcolato rappresenta un terribile muro invalicabile.
Invidio chi, avendo precedentemente valutato con attenzione cosa aspettarsi dall’altro lato di quel muro, ha le competenze e la mente adatte per riuscire a scavalcarlo, facendo perdere di significato alle parole mai e sempre.

Grazie Meade!

Quando Zaphod e’ arrivato a casa mia ero contento come un bambino a Natale, ma dopo aver aperto la confezione ed esaminato tutti i pezzi mi prese lo sconforto: mancava una vite, una dannata vite, quella che permetteva di installare la manopola di regolazione dell’asse di declinazione.
Sulle prime l’ho cercata nelle ferramenta vicino casa, pensando che una spesa di qualche centesimo sarebbe stata piu’ indolore di una lunga attesa in caso di apertura di una pratica.
Dopo vane ricerche, tuttavia, mi sono arreso decidendo di scrivere al negozio che mi aveva venduto il tubottolo con tutto il resto: http://optical-systems.com il loro sito.
Dopo aver spedito le foto del misfatto mi risposero che non era possibile, per loro, sostituire o vendere il singolo pezzo, e mi indirizzarono percio’ direttamente alla casa madre, la Meade, fornendomi i contatti necessari.
Dubbioso e timoroso ho scritto anche a Meade e ho atteso con ansia finche’ oggi, dopo qualche giorno, mi e’ giunta la risposta ufficiale: mi e’ stato spedito il pezzo di ricambio completo e dovrebbe arrivare a giorni!
Un servizio del genere dovrebbe essere normale, ma di questi tempi mi sembra corretto segnalare le aziende che si dimostrano professionali e disponibili.
Pollice su, insomma.

Ce l’ho buio!

Uno dei miei crucci in queste prime settimane di telescopite acuta e’ stato quello di essermi scontrato con cieli troppo luminosi per un’osservazione decente.
Nei giorni scorsi, pero’, sono fortunatamente riuscito a trovare una mappa dell’inquinamento luminoso in Italia, un bel file da caricare in Google Earth.
Questo bel file mette in evidenza che, poco sopra le colline friulane, a circa mezz’ora di strada da casa mia, ci sono posti poco inquinati a livello luminoso.
Mi sentivo obbligato a verificare di persona, e complici nuvole amiche stanotte mi sono armato per la missione.
Dopo mezz’oretta di strada, di cui gli ultimi dieci minuti in mezzo al nulla, al buio e con l’auto che da un momento all’altro avrebbe potuto abbandonarmi dopo anni e anni di onorato servizio, mi trovo in un paesino semi-sperduto. Mi fermo, spengo il motore, alzo gli occhi al cielo e… Eureka!
Finalmente una stellata come si deve. C’era un sacco di vento e i puntini luminosi in cielo tremavano, ma questo non mi ha impedito di restare basito di fronte alla differenza abissale, o per meglio dire celestiale, che quel cielo presentava rispetto a quelli che finora ho utilizzato per le mie osservazioni.
Il fondo era molto piu’ scuro, e al binocolo erano visibili una miriade di stelle, altro che quei 7-8 astri spelacchiati che si vedono dal balcone di casa in piena periferia.
Va bene, non sara’ il cielo in cima a un monte o quello del Sahara – unico posto in cui sono riuscito a vedere la Via Lattea tagliare il cielo a meta’ -, ma e’ gia’ un passo avanti notevole!
Devo solo organizzare un’uscita con Zaphod in mezzo ai lupi… Brrr…

I primi intoppi

Ieri sera sono riuscito finalmente a fare un’altra uscita con Zaphod, ingenuamente speranzoso di poter rintracciare almeno una piccola parte della lista di oggetti che avevo compilato.
Avevo annotato, parte mentalmente e parte su carta, i percorsi da fare per raggiungere oggetti relativamente “facili” come M13 o M57.
Avendo preso un po’ di confidenza con le costellazioni e la carta del cielo mi aspettavo di riuscire ad individuare almeno un ammasso brillante.
Ma, come già detto poco sopra, era ingenuità pura unita a inevitabile inesperienza.
Nella mattinata avevo provveduto a sostituire l’inutilizzabile cercatore red dot fornito di serie con Zaphod, procurandomi un bel Telrad.
In origine, in realtà, avevo intenzione di acquistare un piccolo cercatore ottico 6×30, ma sembra che nessun negozio ne tenga. Zaphod, inoltre, non ha neppure un supporto universale per cercatori quindi dovrei forare il tubo. Ne varrebbe la pena? Boh…
Ecco che la scelta del Telrad è stata pressoché obbligata, tanto più che ne avevo sentito parlare molto bene.
Tornando a bomba: in serata ho caricato in auto armi e bagagli e mi sono diretto in collina alla ricerca di uno spot un po’ più decente del mio balcone.
Arrivato sul posto ho collimato il Telrad e stazionato alla bell’e meglio il telescopio, ma la (poca) accuratezza era sufficiente a inseguire gli astri senza troppe correzioni.
Il problema successivo era trovare gli obiettivi che mi ero prefissato, e lì sono arrivati i dolori.
Ormai ero in grado di puntare Saturno a occhi chiusi, così mi sono dilettato a salutarlo per un po’.
Dopodiché ho provato a spaziare.
M57 nella lira era uno degli obiettivi, ma il cielo piuttosto luminoso a causa della vicinanza delle luci dei paesi vicini era inclemente: Sheliak e Sulafat erano a malapena visibili a occhio nudo (nel binocoletto invece splendevano piuttosto bene) ma sono riuscito ad inquadrarle nel Telrad, ho allora provato a starhoppare su M57 ma niente. Mi era sembrato di vedere un po’ di foschia nell’oculare, però quasi certamente si trattava di un riflesso, un’imperfezione o un’altra stellina fuori fuoco. Provando a mettere a fuoco, inoltre, la mia meravigliosamente stabile montatura ha provocato un mezzo sisma nell’oculare, facendomi ritrovare solo e abbandonato in un campo visivo buio.
Il resto della serata non è andato molto meglio con i restanti oggetti: fra cielo poco buio, senza cercatore ottico, inesperto e con una montatura a dir poco ballerina è molto, molto difficile ottenere dei risultati.
Ma non mi scoraggerò così facilmente: la prossima volta mi spingerò più in alto e prenderò maggiore pratica con i movimenti del telescopio, cercando di fare un po’ di semplice star hopping senza grosse pretese usando solo telrad e 36 ingrandimenti in oculare… Ce la farò?

La febbre del sabato sera. E del mercoledì. E…

E’ ufficiale: non sono recuperabile, non a breve almeno.
Mentre milioni di persone ogni giorno attendono la fine della giornata o della settimana lavorativa per potersi dedicare alla televisione, agli aperitivi, alle serate in discoteca e ad altri mondani e meno mondani eventi, io continuo a guardare fuori dalla finestra.
Scruto il cielo avanti e indietro, sussultando di speranza ad ogni raggio di sole, o imprecando di frustrazione ad ogni nuova perturbazione di dimensioni pari a quelle del Messico.
Nei rari momenti liberi organizzo quella che nei miei sogni potrebbe diventare una fruttuosa serata osservativa al telescopio o anche al binocolino – sì, mi accontenterei anche di uno di quelli da teatro! – compilando liste di oggetti Messier o NGC che potrei osservare, consultando effemeridi e carte del cielo. Puntualmente, però, in questo periodo l’uscita osservativa si tramuta in deprimente nottata coperta da fosche nubi fantozzianamente addensate sopra il Friuli.
Come un leone in gabbia, o come un criceto sulla ruota forse, faccio la spola fra il divano e la finestra, appoggiando temporaneamente il libro che sto leggendo per verificare se qualche spiraglio si è aperto lassù, almeno temporaneamente.
Naturalmente l’esito non cambia, anzi: pare che, quanta più sia l’insistenza che metto nel controllo del cielo, tanto più la mia insolenza venga punita da Giovepluvio con rovesci, acquazzoni, bufere, uragani e tormente.
Almeno non soffriremo la siccità.
Neppure quest’anno.
Sigh.

Subrahmanyan Chandrasekhar

Anche stasera il cielo non mi è amico: le sue nubi, emissarie furibonde, stanno ricoprendo la terra di catinelle d’acqua. Arroganti, sfilano come un oscuro esercito di Mordor davanti alle timide e silenziose stelle, oscurandole.
Sicché, essendo pressoché disoccupato in casa per un breve periodo, leggiucchio qua e là di Chandrasekhar.
Chi conosce un minimo le basi dell’astronomia si ricorda quasi certamente di “Chandra”, perlomeno perché ne ha letto quando ha affrontato uno degli argomenti più interessanti della cosmologia moderna: l’evoluzione stellare e più in particolare i buchi neri.
Non ho però alcuna intenzione di riportare qui alcuna delle sue teorie; si possono infatti trovare facilmente ovunque sul Web.
Leggendo parte della biografia di Chandra, però, ho rilevato due interessanti aspetti della sua vita.
Il primo è che, come Gandhi, egli di trovò ad essere prodotto di un’India che voleva emanciparsi dal dominio inglese, pertanto le difficoltà che incontrò durante la sua carriera furono decisamente maggiori di quelle di un qualsiasi astronomo che non provenisse dal mondo coloniale. Quanto maggiori sono le peripezie, tanto maggiore è l’importanza del risultato, a parer mio.
Il secondo aspetto è la formazione che ricevette: il nonno era un illustre matematico che scrisse anche un certo numero di testi, conservati nella biblioteca di famiglia che il giovane Chandra divorò in giovane età; la madre insegnò al giovane Subrahmanyan , fra le altre cose, l’inglese in quanto ne riteneva la conoscenza perfetta – a ragion veduta – elemento base per la sua carriera di studioso; sorelle e fratelli erano studiosi; il padre era nientemeno che un ingegnere se non ricordo male, ma era quasi disprezzato dai figli che lo biasimavano per aver preferito la carriera da professionista a quella accademica. La pecora nera della famiglia, insomma!
Si dice poi che le discussioni e le dissertazioni di casa Chandrasekhar fossero sempre piuttosto impegnative e non banali, decisamente lontane dai nostri quotidiani assilli sul vincitore del Grande Fratello o sull’andamento del campionato di calcio nazionale.
Chandra, che era persona indubbiamente brillante parecchio sopra la media, nasce e cresce in questo rigoglioso fermento culturale. Come sarebbe andata se le condizioni ambientali fossero state diverse?
E quante persone, al mondo, perdono il treno per l’eternità semplicemente perché nascono in posti sbagliati?
Se qualcuno mi desse una chance per reincarnarmi dopo la mia morte credo che dedicherei la mia vita all’astrofisica… Scoprendo certamente di non avere la minima parte del talento di Chandra e tanti altri, ma chissà, forse qualche piccolo contributo alla scienza potrebbe arrivare anche dal sottoscritto (chi ha urlato “bum!” ?)!

Ma in fondo mi va bene così, con il mio sfigatissimo Zaphod e la mia cara Maria a tenermi compagnia sotto il lenzuolo di stelle.

Costellazioni, queste sconosciute…

Prima che iniziassi a dedicarmi all’astronomia visuale consideravo le costellazioni come un’inutile costruzione dell’uomo, buone solo per riempire pagine di giornali con suggestive frasi incoraggianti sulla giornata che verrà.
Purtroppo sono stato smentito clamorosamente quando ho iniziato a rivolgere gli occhi verso l’alto per cercare oggetti celesti interessanti da osservare a occhio nudo, al binocolo o al telescopio.
Le costellazioni sono sì una convenzione, ma sono necessarie per orientarsi in cielo. Bum. Ecco, la scoperta dell’acqua calda, direte voi, e avreste ragione.
Eppure, senza ragionare troppo, avrei pensato che per dirigere l’obiettivo sulla volta celeste sarebbe bastato conoscere le coordinate dell’oggetto da inquadrare. Il ragionamento era fallace alla base, naturalmente, perché senza conoscere il sistema di riferimento risulta impossibile misurare alcunché!
Non mi ero mai posto seriamente il problema fino a quando non ho dovuto sbatterci il naso con violenza, quando mi son detto: “Ecco cosa succede a sottovalutare le cose…”.
Così, ora, dopo aver snobbato asterismi e costellazioni, mi trovo a dover recuperare il terreno perduto, nubi friulane permettendo.
E allora parto dal Grande Carro, ne seguo le due stelle di testa per giungere alla Polare, poi scendo a sud ovest per individuare il Leone, Saturno dovrebbe essere lì sotto da qualche parte, in mezzo dovrei trovarci i canes venatici, chissà mai che non riesca poi ad arrivare a Boote o addirittura al serpente, formato da stelline poco luminose, maledetto!
Dove avevo messo quella carta del cielo?

Il signore degli anelli!

Era uno dei miei obiettivi di questi primi giorni di prove del mio nuovo Zaphod – il mio Newton da 114 nuovo fiammante su montatura EQ-Sky.
Stando a quanto avevo appreso, Saturno sarebbe stato visibile a Sud Ovest del Leone nelle prime ore della notte, fino circa alle 0:30, dopodiché sarebbe sceso troppo basso sull’orizzonte per essere apprezzato.
Così è stato: dalle 22:20 circa fino a poco dopo la mezzanotte, dal mio sfigatissimo sito di osservazione improvvisato, cioè il balcone di casa mia che punta guardacaso a ovest, ho potuto assistere a uno degli spettacoli più belli che avessi mai visto.
Non avevo mai fatto caso alla costellazione del Leone, ma stasera ho riconosciuto immediatamente lo pseudo-trapezio del corpo della bestia in cielo.
E’ una banalità, direte, ma per un novellino come me è già un traguardo…
E, guarda caso, esattamente a sudovest del “trapezio”, c’era il mio obiettivo. Sembrava una stella a occhio nudo, naturalmente, ma in cuor mio speravo che fosse proprio il pianeta dagli anelli. Doveva essere lui.
Prendo l’oculare da 25, uno sfigato Kellner, e lo punto verso quel puntino luminoso. Ecco che iniziano i primi problemi legati allo stazionamento della montatura: purtroppo, non avendo visibilità del nord, non ho potuto puntare correttamente l’asse polare della mia montatura equatoriale, perciò ogni aggiustamente sulle assi di declinazione ed a.r. di Zaphod si traducevano in scarti improbabili su assi inesistenti.
Avrei potuto allinearlo al polo nord magnetico per avere almeno una parvenza di stazionamento, ma ho deciso di essere “garibaldino” fino in fondo per stanotte.
Comunque sia, riesco a seguire il pianeta regolando a.r. e declinazione tramite apposite manopole (o quasi, visto che una delle due manopole mancava di una vite, che mi stanno spedendo dalla Germania, così mi è toccato usare la rotellina del motorino A.R. che, ovviamente, non ho).
Già nel 25 si iniziano a vedere gli anelli intorno al corpo luminoso di Saturno: è lui, non c’è dubbio!
Provo con il 10, ma vedo solo buio. Rimetto il 25, e mi accorgo che il pianeta non era al centro dell’oculare. Lo centro per bene, mi preparo al cambio di oculare rapido e tac! Eccolo lì, splendido, a 90 ingrandimenti!
Ripeto l’operazione, provo con il Ploessl 4mm e – magia! – ora il disco luminoso è molto più grande, si vede lo schiacciamento ai poli, gli anelli e pure un altro puntino luminoso a poco distanza: dev’essere Titano!
Passo decine di minuti a rimirarlo, impazzendo con le regolazioni sugli assi della montatura, ma non voglio perderlo.
Appena tocco il focheggiatore poi, seppure con mano chirurgica, nell’oculare inizio a non vedere più magnitudini stellari, bensì Richter!
Nonostante tutto questo, però, sono tremendamente soddisfatto: sarà una banalità, un’idiozia, semplice e triviale, ma l’emozione di osservare da me gli anelli e almeno un satellite di Saturno nell’oculare del mio primo telescopio ha ripagato abbondantemente tutte le ore passate a studiare l’argomento.
Ora devo affinare la tecnica ed iniziare a riconoscere altre costellazioni, provare cieli bui, e più avanti – quando saranno ben visibili – passerò a Marte, Giove, ripasserò per bene la Luna, e poi chissà, un po’ di deep sky e qualche nebulosa o ammasso facile facile non mi dispiacerebbe.
Dovrò migliorare un sacco l’utilizzo di Zaphod, ma ce la farò.
Per ora, però, vado a letto felice e soddisfatto dalla mia prima esperienza extraterrestre.

La Luna, finalmente!

Dopo due settimane di nubi, temporali e piogge, stanotte finalmente il cielo si è aperto.
Il sipario delle nuvole è rimasto alzato per circa un’ora, non molto tempo, sufficiente tuttavia alla Luna e parecchie stelle per palesarsi.
Erano le due di notte, e naturalmente non potevo esimermi dal portare il telescopio sul terrazzino di casa.
Purtroppo lo “stato interessante” del nostro satellite, in “piena forma”, la rendeva appiattita dall’eccesso di luce, e faceva sì che la volta celeste fosse troppo luminosa nascondendo la maggior parte delle stelle.
Mi sa che nella lista della spesa devo mettere anche un filtro lunare per agevolare l’osservazione della Luna.
Tenendo conto, però, anche dell’inquinamento luminoso e delle difficoltà “tecniche” di questa prima osservazione, mi ritengo soddisfatto. Non è stato facile, a causa anche della mia mole, districarmi fra lo stendibiancheria, la ringhiera e il treppiede!
Sì, avrei potuto portare lo strumento fuori casa, su un prato, ma con un tempo ballerino come Giuda e un cielo così luminoso avrebbe avuto poco senso.
Per non parlare della difficoltà iniziale nel trovare le giuste regolazioni per lo strumento e per la sua montatura equatoriale…
Nonostante questo, è stato bellissimo. Non vedo l’ora che arrivi una vera notte serena, questa volta per portare il mio piccolo e sfigato Galaxia (che devo ancora battezzare) a spasso.

La congiura del meteo

Così l’ho fatto: ho trovato un’offerta su un sito di un negozio tedesco di telescopi, e l’ho ordinato mercoledì sera.
Un piccolo riflettore newtoniano da 114 mm, sembra uno strumento dignitoso per iniziare.

Per le ore successive all’ordine verifico costantemente lo stato del mio ordine, ma nella suspence mi diverto un po’ a leggere le traduzioni italiane dal tedesco: il mio ordine, appena confermato, era in stato “Apertamente”; successivamente, quando è stato preso in carico è passato allo stato “Nel Trattamento”; infine, al momento della finalizzazione e spedizione è stato definito “Rifinito”.
Fine della parentesi semiumoristica – siano lodati i traduttori automagici!

Comunque sia, il mio piccino era stato spedito giovedì mattina. Era solo questione di aspettare, ma il timore che il corriere potesse passare a casa dei miei e non trovare nessuno era forte. Ciò avrebbe significato rimandare anche di un giorno la consegna, se non di un intero fine settimana! La tragedia era dietro l’angolo!

Venerdì mattina, ultimo giorno prima di una settimana abbondante di ferie che mi spetta di diritto dopo aver usufruito di *ben* 14 giorni (lavorativi) di ferie in due anni e mezzo, mi arriva una telefonata sul cellulare. Era il corriere UPS!
Per una strana coincidenza il corriere si trovava a passare dalle parti del mio ufficio, quindi la consegna è stata più semplice e indolore del previsto.
Torno in ufficio con lo scatolone da 20 kg e lungo un metro abbondante sottobraccio, soddisfatto e sorridente come un bimbo nella fabbrica di Willy Wonka.
Arrivano finalmente le 18 e corro a casa, dove mi accingo a montare il telescopio con eccitazione, ma senza dimenticare che ho a che fare con un marchingegno delicato e costoso. Scopro con sollievo che le mie letture sulla teoria e la pratica dell’osservazione del cielo hanno portato buoni frutti: non impiego molto a scoprire come assemblare la montatura equatoriale in dotazione, né a riconoscere tutti i pezzi contenuti nella confezione. Niente di che, ma già un punto di partenza per non sentirsi completamente spaesati.
Dopo un quarto d’ora circa, il tubo ha già trovato casa sulla sua montatura e troneggia fiero in salotto.
A guardarlo bene è più grande di quanto mi aspettassi, in realtà… Ora devo solo usarlo.
Stasera non riuscirò a portarlo fuori: piove a dirotto, e comunque non sarei ancora organizzato per l’osservazione all’aperto.
Non mi resta che incrociare le dita e sperare in un rasserenamento del cielo nella tarda serata, almeno per poter fare un minimo di prove sulla Luna dal balcone di casa… Meglio di niente.
Ovviamente la cappa di nuvole che ottenebra il Friuli Venezia Giulia da ormai dieci giorni non accenna a svanire, perciò mestamente smonto tutto, ripongo i componenti nella scatola e mi siedo sul divano a leggere.
Mi sveglio verso le 2 di notte, guardo fuori speranzoso e vedo il disco lunare far capolino fra le nubi!
Riapro la confezione in fretta, rimonto il tutto a velocità luce cercando di non far troppo rumore – i vicini non credo capirebbero – e quando tutto è pronto mi dirigo verso il balcone. Alzo gli occhi al cielo e… La Luna è tornata sotto la coltre di nubi.
Deciso a non rinunciare, attendo 5 minuti.
I minuti diventano 10, e ancora il cielo è completamente scuro.
Dopo 20 minuti e nessuna speranza neppure remota di rasserenamento del cielo né del mio umore mi rassegno al sonno ristoratore.
Dopo essermi lavato i denti faccio ancora capolino fuori dalla finestra per controllare che non ci siano state sorprese (chissà, forse il meteo mi ha graziato). Niente da fare, sarà per un’altra volta.

Dicono che fino a martedì non vedremo il Sole, qui… Ma a me interessa la Luna!