In volo

Learn about it

Nella zoppicante primavera che stiamo vivendo, e che dovrebbe già essere quasi estate ma invece porta con sé intensi ricordi d’inverno, papaveri e soffioni punteggiano spensierati l’erba.

Giochi di bambini.

Soffiare forte per affidare la nuova vita al vento.

Aprire il bocciolo per scoprire il colore dei petali, delicatamente tirarli con le manine per spiegarli al sole.

Giochi d’adulti.

Veder sfuggire via ricordi dolci o dolorosi, speranze e sogni e incubi, portati via in frammenti e schegge dai venti delle scelte fatte e mai fatte. Vederli volare e sperare che, ovunque si depositino, possano generare nuova vita alla luce del sole.

Mettersi una mano nel petto e aprire i petali della propria anima; lentamente, pazientemente e non senza agonìa districarli e tentare di distenderli sotto la luce del sole della primavera della propria vita, che occhieggia qua e là fra eterni inverni e autunni.

Con le mani ancora intrise di linfa e sangue lasciar cadere la schiena sull’erba.

Provare la paura di cadere nel cielo.

Temere il volo.

Il terrore di essere trascinato dai venti perché si potrebbe non essere in grado di ascoltarli; il timore di non avere gli appigli e le certezze, spesso fasulle, che si hanno quando i piedi poggiano sul solido o cedevole terreno.

Invidiare le nuvole, i raggi di luna e le rondini.

Invidiarli perché non si ha il coraggio di fare quello che fanno loro.

Perché loro, semplicemente, sono quello che sono.

New York, New York

Spesso penso a quelle panchine su Madison Square Park, agli scoiattoli transgenici. Alla struggente bellezza della boardwalk di Coney Island al tramonto.

Al traffico caotico di midtown e downtown, alla quiete e alle contaminazioni etniche di Harlem, al calderone quasi brodaglia del Queens.

Sto sul mio balconcino ad aspirare cancro spray dal filtro arancione e  sento che il mondo è piccolo, e volo.

Mi libro leggero come un passerotto di un quintale verso quella méta così convulsamente viva e pulsante, spietatamente ricca di opportunità e di cocenti delusioni, dove la gente si guarda ma non troppo, si parla ma non si conosce, sorseggiando da grandi bicchierithermos di plastica o carta una bevanda che noi stenteremmo a definire caffé.

Mi vedo seduto in una domenica di sole su una panchina a Central Park, muovendo una carrozzella dolcemente avanti e indietro col piede, mentre tengo fra le mani un libro di quelli veri, di quelli che profumano di carta e non di plastica, perché gli ebook sono comodi ma non potranno mai rimpiazzare la lussuria che provo nello strofinìo dei polpastrelli sulla carta ruvida.

Mi seguo nella giornata di lavoro caotica e così impegnativa, fra appuntamenti e agende da rispettare, in ore che freneticamente si susseguono portandomi dritto a sera senza passare dal via e soprattutto senza essere riuscito ad ottenere il Parco della Vittoria.

Dopo una mezz’ora di metro arrivo a casa dove mi preparo una succulenta cenetta italiana, cinese, indiana, africana o americana o cos’altro in base a quello che il mio frigo rigurgita.

Tutte cose che potrei fare – e faccio – tranquillamente nella piccola cittadina italiana, ma New York è un altro mondo e mentre lo scrivo e lo penso mi sembra di essere un emigrante del diciannovesimo secolo in procinto di imbarcarsi per il nuovo mondo in cerca di fortuna.

Mentre scrivo queste righe, alla radio del centro commerciale parte “Empire State of mind”, la canzone di Alicia Keys e Jay Z che mi ha accompatormentato per due settimane mentre gironzolavo fra le vie della Grande Mela, e che ogni tanto risuona ancora nelle casse di qualche auto barra centrocommerciale barra qualsiasi apparato in grado di riprodurre musica.

Strane coincidenze.

Insomma, da aspirante emigrante del ventunesimo secolo o terzo millennio che dir si voglia, mi chiedo cosa dovrei portare come bagaglio a mano: sogni, speranze, o illusioni?

Risvegli

Verso la luce

E’ un’altra notte sudata e disfatta in cui Morfeo non ti ha dato neppure un secondo di tregua, afferrandoti per un braccio e trascinandoti per il suo sterminato regno, parlandoti dell’abbandono di tre isole e di un sacco di cose che non riesci a ricordare.

Ti svegli e – bum bum – la tachicardia è lì a ricordarti che non puoi dimenticare davvero i tuoi sogni, ma non riesci neppure ad afferrarli, perché appaiono e scompaiono, ineffabili e incomprensibili. Ricostruirli a partire dai pochi frammenti che ti sono rimasti fra le dita al mattino, attaccati come frammenti di una lampadina vecchia.

Giorni, settimane e forse mesi di sonno tormentato e risvegli a metà, con gli occhi ancora insabbiati e la testa pesante e vuota.

C’è una scala di marmo che si avvolge e si arrotola sulle pareti della torre d’avorio in cui hai deciso di arroccarti anni fa, quando decidesti che le persone potevano essere un elemento superfluo della tua vita, e soprattutto che tu saresti sempre stato a tua volta superfluo nella loro. Oggi sei ancora lì, ad annaspare nel tuo laboratorio di idee incomplete e desideri irrealizzati al piano terra, con la luce che filtra debole da centinaia di piani più in alto.

Dormi, ti svegli, dormi. Sopravvivi. Ogni tanto leghi alla zampa di qualche piccione viaggiatore qualche messaggio, vago e inconcluso, indirizzandolo a destinatari approssimativi, raccontando le tue ultime scoperte sperando che a qualcuno interessino.

Qualche giorno non resisti alla solitudine e prendi a testate i muri, e quando il cranio è spaccato a metà e sanguinante e giaci a terra esausto, punti lo sguardo verso quel primo scalino.

Ti alzi a fatica in piedi e con passo tremolante, un piede dopo l’altro, cerchi di raggiungerlo.

Forse è arrivato il momento – ti dici – di provare a salire lassù.