Mancano gli stuzzichini

Come Wander with Me

In pieno periodo vacanziero, come posso esimermi dal pensare a un viaggio?

Il budget nemico, come sempre, inizialmente mi ha forzato a dirigere l’attenzione su soluzioni per così dire “di ripiego”, anche se in realtà per me qualsiasi viaggio intrapreso costituisce un arricchimento personale, perciò di vero ripiego non si può parlare.

Insomma, prima ho vagliato il classico villaggio turistico in paese mediorientale, scartato con brutalità in tempo zero dopo aver raccolto terrificanti testimonianze di balli di gruppo, ozio e mojito a bordo piscina snobbando il meraviglioso mare a distanza di sputo, fantomatici succulenti buffet a base di pastasciutta.

Il passo successivo è stato pensare di ripetere un tour che mi stregò molti anni fa, in fuoristrada fra le oasi della Tunisia meridionale. Sarei tornato volentieri in quei luoghi esotici, complice il prezzo decisamente abbordabile, se non altro per riprovare l’emozione indescrivibile di trovarsi nel bel mezzo del Sahara, dove la notte il cielo si riempie di stelle, tante che il nostro occhio non riesce a riconoscere neppure le classiche costellazioni.

Dopo ricerche e ripensamenti, la decisione di osare un po’ e tentare la fortuna verso mete più remote e per questo più costose, sperando magari in un’offerta allettante che limitasse l’esborso.

Risultato: quattro giorni di safari fotografico nella Savana, fino ai piedi del Kilimangiaro, dormendo in tenda, e altri tre giorni di spiaggia per riposarsi dalle fatiche dei giorni precedenti. La perfezione, e a un prezzo tutto sommato abbordabile. Tersi cieli stellati, tranquillità, pace, natura incontaminata, un pizzico di avventura.

Naturalmente, una volta decisa la destinazione, bisogna informarsi sulle diverse opzioni per il pernottamento, e perciò si comincia a spulciare l’Internet alla ricerca di opinioni, racconti, recensioni, impressioni. E ci si diverte un sacco a leggere le lamentele. O ci si deprime, a seconda delle proprie posizioni personali.

Si può ad esempio scoprire che, fra i punti negativi di un dato albergo, c’è la mancanza della palestra, cosa assolutamente inaccettabile per una vacanza di una o due settimane.

Per non dire del cibo: la maggioranza dei nostri fini palati italiani non concepisce le spezie, i sapori agrodolci e in generale qualsiasi gusto che non sia similare alla pastasciutta al ragù, alle pappardelle al cinghiale, alla bistecca di roastbeef, alle patatine fritte. Eretico chi si adatta a ingurgitare dell’ottimo Cus Cus. Una struttura dell’Africa Centrale che non cucini una buona pastasciutta è terribilmente out.

La lingua, poi, è uno scoglio insormontabile: non è tollerabile che, se noi italiani non abbiamo la più pallida idea di cosa sia una lingua straniera, l’africano medio per contro non conosca la lingua di Dante come e meglio del poeta fiorentino, e quando ci rivolgiamo a loro concitatamente nella nostra lingua non ci capiscano alla perfezione! Dannati africani.

Oppure, ancora, si viene a conoscenza dell’assenza, imperdonabile, degli stuzzichini durante l’aperitivo sulla spiaggia.

Ma io dico, che li fate a fare gli alberghi immersi nella natura, a basso impatto ambientale, con una spiaggia corallina bianca a cento metri e il giardino di magnolie intorno, se poi non date gli stuzzichini insieme allo spritz?

Senza paura

Have no Fear - on Flickr

Passo dopo passo, cappuccio calato sulla testa come un paraocchi urbano per una bestia da soma fotografica quale sono, New York mi dona viste e riflessioni sulla vita.

Con la fotocamera a tracolla vedo un uomo di colore, di mezz’età, che si appoggia a un’inferriata lambita dal sole del pomeriggio. Il suo sguardo che punta a qualcosa di lontano, forse troppo lontano per poter essere visto, non può distogliere la mia attenzione da ciò che si trova alle sue spalle: lapidi conficcate nell’erbetta di un cimitero come pugnali nella carne viva, e una coppia di uomini che ammirata alza gli occhi alla chiesa, alla casa di Dio. La morte dietro, la luce davanti, in contrappasso a quella cosa che chiamiamo vita, quella cosa che non è che una corsa inarrestabile verso la fine. Lungo il cammino possiamo provare sollievo soltanto quando ci lasciamo carezzare dal Sole, dalla speranza di aver lasciato qualcosa di buono, di non aver calpestato troppi fiori e non aver ammazzato troppi sogni.

E poi giungere al giudizio universale, in cui forse non c’è alcun Dio a giudicare, e forse non ce n’è alcun bisogno. E’ sufficiente l’onesto giudizio di noi stessi per capire quanti errori abbiamo commesso e quanto male abbiamo fatto soffrire alle persone che ci sono state vicine. Infine la scelta suprema: perdonarsi per garantirsi la pace eterna, oppure scegliere la dannazione perché il perdono di se stessi non è praticabile. Qual’è l’atto di vigliaccheria più grande: perdonare le proprie colpe oppure continuare a infliggersi, ad ogni istante, come una tortura cinese, le sofferenze dei propri errori? Quale la via: restare ed affrontare, oppure fuggire e sperare che il tempo possa lavare il sangue come la pioggia lentamente sciacqua le strade impregnate di sudiciume?

Salire sul proprio Golgotha personale e aspettare che una lancia ci trapassi le costole, alzando gli occhi e perdonando noi stessi perché non sapevamo quel che facevamo.

Canicola astronomica

They Just Run - On Flickr

Inizio con una curiosità: voi sapevate che la parola “canicola” ha origini, per così dire, astronomiche? La canicola infatti viene a luglio, quando le costellazioni dei cani, minore e maggiore, si fanno visibili in cielo. La canicola, secondo detti popolari risalenti all’alto Medioevo, rende gli uomini oziosi e bramosi, le femmine asciutte e fa impazzire i cani.

La canicola è quella che ieri mi ha fatto fuggire dall’afosa pianura alla volta della montagna in cerca di un po’ di sollievo.

Sembrava tutto perfettamente organizzato: panini, acqua, bibite, frutta, spray repellente per insetti e zecche (?), scarponcini, qualche etto di buona volontà. Nella mia sboronaggine avevo anche proposto che, a sera, ci si sarebbe potuti direttamente fermare in quota per una bella sessione al telescopio, onde sfruttare uno dei più bei cieli della regione. Beata ingenuità.

Giunti in quota, a 1.200 metri per la precisione, il caldo era intenso anche se un po’ più sopportabile di quello che si pativa a valle. Gambe e zaini in spalla siamo partiti per un lungo sentiero in salita, fra mucche al pascolo e marmotte che sbucavano qua e là dalle tane.

Vacche al pascolo!

Dopo mezz’ora il fiato cominciava ad accorciarsi e il sudore ormai mi aveva inzuppato ogni indumento. Dopo un’ora le gambe avevano iniziato ad accumulare acido lattico, mentre i ghiaioni impietosi riflettevano e amplificavano la luce solare, scaldando ancor più la già torrida aria. Dopo un’ora e mezza, sbuffando, ho infine gettato la spugna e desistito nel mio intento di soffrire ulteriormente.

La lunga via
Shine on Me - on Flickr

Abbiamo quindi ripiegato mesti mesti verso il rifugio poco distante, dove ho potuto constatare l’utilità dell’unica cosa che avevo dimenticato nell’organizzazione quasi filiniana dell’escursione: la crema solare. Mi sono ritrovato con fronte, viso e braccia paonazze, più rosse di un pacco di ‘Nduja calabrese di prima qualità, e a temperatura molto superiore.

Nel frattempo ho potuto invidiare la poderosa noncuranza con cui escursionisti ben più attempati del sottoscritto divoravano salsiccia, polenta e frico sotto il sole cocente di mezzogiorno, annaffiando le pietanze con dell’ottimo vino rosso friulano.

Stanco e rassegnato e un po’ umiliato ho rediretto la piccola spedizione verso l’auto che ci avrebbe ricondotti a casa a leccarci le ferite, non prima di aver fatto tappa per immergere i piedi in uno dei numerosi laghi che costellano la regione.

Il cif-ciaf dei piedoni nell’acqua mi riesce decisamente meglio dell’escursionismo, annoto con soddisfazione sulla pagina odierna del Moleskin.

e-Scapes su Blurb: emozioni su carta

La copertina di e-Scapes

Il titolo di questo post è un po’ laconico e oscuro nella prima parte e autocelebrativo nella seconda, lo ammetto.

Il fatto è che ho deciso di raccogliere alcune mie foto, una quarantina circa, e di pubblicarle in un libretto di 40 pagine patinate sotto forma di “storiella”.

Volevo un libro fotografico che raccogliesse le foto a cui tengo maggiormente, ma senza uno stile particolare che le accomunasse. Ho pensato allora di accostare alle immagini delle parole andando a creare un filo narrativo.

Ho scelto Blurb in seguito alle opinioni positive di “certe persone” (Sara Lando è una di queste), mi sono quindi registrato sul sito e ho scaricato BookSmart, il software personalizzato per l’authoring dei libri. Molto intuitivo e potente, gradevole da usare, BookSmart ha reso la creazione del libro semplice e immediata. Direttamente da BookSmart ho premuto il magico tastino “Order Book” e – pam – è partito l’upload su blurb.com . Tutto molto semplice.

L'interno di e-Scapes

Ho aspettato con trepidazione la prima copia, e finalmente è arrivata: la qualità di stampa è ottima, la resa delle foto davvero soddisfacente, la carta premium con finitura lustre è ottima, pesante e opaca. L’edizione con sovraccoperta dà una sensazione di “lusso” al tocco. Ovviamente la qualità si paga, e infatti la versione con copertina rigida e sovraccoperta costa quasi trenta euro (l’edizione paperback con copertina morbida senza sovraccoperta costa quasi venti euro, invece). Un prezzo che in valore assoluto non è di certo popolarissimo, e che probabilmente terrà alla larga molti curiosi. Avrei anche potuto impostare un prezzo più alto per provare a guadagnare qualche euro su ogni copia venduta, ma visto e considerato che a) la base di partenza è già alta e b) non credo che in molti si compreranno un libro di un perfetto sconosciuto, ho preferito vendere “al costo”. Insomma, quello che paga l’eventuale acquirente è esattamente coincidente con quello che pago io.

Il testo è in italiano e inglese (la versione inglese mi è stata corretta da un’amica madrelingua, Nicola Parry, che ringrazio infinitamente).

Non diventerò ricco, ma la soddisfazione di tenere fra le mani una propria creazione è notevole. 🙂

Quasi dimenticavo: il libro, con relativa preview, si trova a questo link (ma i più “sgamati” avranno notato sulla destra di questa pagina il badge di Blurb).

Il Maestro e Margherita

"Modern Golgotha" on Flickr

Parlare del capolavoro di Bulgakov non è facile, ma d’altra parte non ho intenzione di presentare alcuna recensione. Mi basta fissare su un pezzo di carta virtuale le mie impressioni su un romanzo che mi sentirei di consigliare ai più avventurosi.

Devo premettere di non essere un grande conoscitore di autori russi, avendo letto in precedenza poco o nulla degli stessi, ma visto che da qualche parte dovevo cominciare ho optato appunto per “Il Maestro e Margherita”.

Inizialmente, trovarmi catapultato nella Russia degli inizi del Novecento un po’ mi ha spiazzato e affascinato in quanto si tratta di un contesto generalmente poco conosciuto sia da me che, credo, dai lettori occidentali.

Comprendere poi quale sia il filo conduttore della trama nelle prime duecento pagine è pura utopia, soprattutto perché l’autore, non contento di avere architettato un intreccio di notevole spessore, si sollazza nell’introduzione di decine di personaggi differenti, che creano non poca confusione durante la lettura. Questo per diversi motivi: in primis, almeno per quanto mi riguarda, i nomi russi suonano piuttosto simili fra loro alle volte; secondo, a volte viene usato il vezzeggiativo del nome mentre altre volte è usato il nome di battesimo; terzo e più importante, i personaggi non vengono assolutamente caratterizzati fisicamente, perciò risulta difficoltoso individuarli “visivamente”.

Perseverando, però, sono riuscito a godermi dei momenti di lirismo assoluto, che non esiterei a definire, nella mia seppur scarsa cultura letteraria, dei capolavori. Il Ballo di Satana o le parti ambientate nella Giudea di duemilla anni fa ne sono ottimi rappresentanti.

Nella seconda metà del libro si riesce finalmente a comprendere il perché del titolo del libro, e si passa attraverso amore e redenzione fino allo struggente finale.

Possedendo sufficiente stomaco per non scoraggiarsi di fronte ai numerosi personaggi di minore importanza, Il Maestro e Margherita è in fondo una storia d’amore senza tempo che merita sicuramente almeno un tentativo.

Basta tonno!

"Summer's Symphony" on Flickr

Lo ammetto: da mangiatore goloso e incallito di tonno in scatola non sarà facile ridurne il consumo, ma sarà necessario farlo.

Sarò la classica gocciolina nell’oceano, da qualche parte bisognerà pur cominciare, no?

Il fatto è che, è ormai ufficiale, le nostre riserve ittiche soffrono di overfishing. In altre parole, peschiamo più pesci di quanti il nostro mare ne “produca”. Il pesce è sempre più presente sulla tavola degli europei, anche dei popoli che storicamente non ne sono consumatori, così i consumi salgono e i pescatori devono catturare esemplari sempre più giovani perché, ahimè, non c’è tempo per farli crescere. Così, se 20 anni fa i tonni pescati pesavano in media 150-200kg, ora ne pesano 40. Ci si accanisce poi solo contro alcune delle specie, quelle cioè più in voga, più semplici e veloci da preparare, o semplicemente quelle trascinate con forza dal marketing (merluzzo e relativi bastoncini, per esempio).

Ecco che i mari si svuotano e, il 9 luglio di quest’anno, abbiamo pescato l’ultimo pesce del Mediterraneo, andando ufficialmente in overfishing.

D’altra parte nessuno ci spiega mai, a un telegiornale o per strada, che per produrre un chilo di carne servono otto chili di mangimi vegetali, né che per produrre un chilo di salmone ce ne vogliono più di tre di mangimi animali ricavati da organismi marini. E allora ce ne freghiamo e mangiamo bistecca 3 volte su 4 pasti, e pesce non più solo al venerdì ma ogni volta che possiamo, anche una al giorno.

Fare a meno completamente di carne e pesce è forse chiedere troppo, ma si può di certo ridurre il consumo: nella mia dieta, infatti, la carne appare in meno di due pasti per settimana, e il pesce in un pasto ogni due settimane. Non credete a quelli che vi dicono che bisogna mangiare carne e pesce spesso per stare in forma. Hanno terribilmente torto, perché anzi le tossine contenute nella carne sono, appunto, tossiche per l’organismo umano. Come sempre ci sono troppi interessi economici per sperare in un ravvedimento della razza e nella nascita di un vero progetto di sostenibilità.

Allora dovremmo essere noi gente comune, che interessi economici di scala non abbiamo, a capire che siamo in troppi e che stiamo spremendo le risorse del pianeta più del dovuto.
Oppure possiamo estinguerci togliendo per sempre il disturbo.
Questo è dilemma.

Scorpacciata di Messier

La Via Lattea sopra la pianura

Dopo mesi di astinenza forzata causa meteo, finalmente stanotte sono tornato ad alta quota per una sessione osservativa al telescopio. Dopo aver caricato tutto il materiale in auto partiamo e dopo un’oretta di strada arriviamo sul monte Matajur a quota 1300 circa.
Subito ci accorgiamo che, come previsto, la temperatura lassù è a dir poco fresca e il vento è sempre presente anche se, fortunatamente, non fastidioso.
Dopo aver messo in stazione l’attrezzatura e aspettato un minimo che il tubo andasse in temperatura, cominciamo a riscaldarci dirigendo il cercatore verso un oggetto piuttosto “facile”: M57, una nebulosa nella costellazione della Lira che è il residuo dell’esplosione di una supernova, dalla classica forma anulare. Poi è la volta di M13, l’ammasso globulare in Ercole, uno dei grandi classici del cielo estivo, che si presenta a noi come una tempesta di stelline. Il nucleo è un po’ impastato e onestamente non so se si tratti di un limite strumentale o di collimazione approssimativa, ma per la prima volta riesco ad apprezzare – con un mio strumento – ben più di un fioco sbuffetto di luce.

Poi un passaggio su M4, ammasso globulare nello Scorpione. Da lì proseguiamo verso il Sagittario, che dovrebbe individuare una porzione di cielo zeppa di oggetti interessanti. Matteo e Simone si mettono al timone e riescono ad inquadrare un meraviglioso M6, ammasso aperto di rara bellezza, seguito a ruota dal vicino M7, altro ammasso aperto. Poi è la volta di M22, bel globulare poco distante da Kaus Borealis.

Il cielo visto da lassù; nell'angolino in basso a DX Matteo sta puntando M29 nel Cigno.

Una volta individuato il Cigno immerso nella Via Lattea, puntiamo il telescopio su Sadr, stella “centrale” della costellazione, e da lì arrivare all’ammasso aperto M29 è un attimo.

Scivoliamo allora verso Albireo, una meravigliosa coppia di stelle di cui una blu e l’altra gialla, che individua la “coda” del Cigno e che ci serve come base di partenza per il globulare M56, nonché per approdare su M27, la nebulosa Manubrio o Dumbbell nella Volpetta.

Passaggio radente quindi sul Doppio Ammasso del Perseo, che come sempre regala grandi emozioni essendo un oggetto molto semplice ben visibile anche – e soprattutto, visto il campo inquadrato maggiore – in un binocolo di medie dimensioni.

Prima di partire verso casa riusciamo a toglierci ancora tre piccole soddisfazioni di cui la prima è la galassia M51 accompagnata dalla sua “sorellina” NGC5195 nell’Orsa Maggiore.

Io sull’attenti di fronte alla Via Lattea. Sullo sfondo l’osservatorio dell’Afam sul Matajur.

La seconda è M3 nei Cani da Caccia, uno degli ammassi più luminosi del cielo ma anche uno dei più difficili da trovare fra quelli “famosi”, almeno per quanto mi riguarda, visto che dal nostro sito osservativo le stelle di riferimento sono appena visibili, a occhio nudo e con visione distolta. E purtroppo non ho ancora la manualità per permettermi di fare star hopping con l’equatoriale utilizzando il solo cercatore ottico…

Poco prima di andare riusciamo ad osservare il terzo oggetto: Giove, che nel frattempo è sorto e, sebbene ancora basso sull’orizzonte, si mostra senza troppi veli insieme ai suoi satelliti. Se ne riescono a distinguere un paio di bande equatoriali a fatica, ma il ribollire dell’aria dovuto alla scarsa distanza dall’orizzonte non lo fa ancora esprimere al massimo delle sue potenzialità.

Mentre cercavamo gli ultimi oggetti, inoltre, ho provato a mettere la reflex sul mio sfigatissimo cavalletto e, impostando tempi di esposizione intorno ai 20-30 secondi, ho catturato le foto che vedete qui. Niente di trascendentale a livello tecnico e qualitativo, ma volevo immortalare la suggestione di un cielo così bello. E pensare che fino a cinquant’anni fa o poco più si aveva a disposizione un cielo molto meno inquinato dalle luci parassite delle città, dei centri commerciali e delle strade, e si poteva osservare anche dal giardino di casa senza essere costretti a scalare le montagne…

I 3 osservatori del cielo

Alla fine, però, fra belati di pecore, cani da pastore, lucciole e fresco venticello abbiamo trascorso una notte alla scoperta del cielo, osservando oggetti che finora non avevamo ancora osservato direttamente, e riscoprendo le vecchie conoscenze (M57, M13, Perseo) attraverso la visione decisamente più appagante regalata da uno strumento più grande e più performante.

Mi resta il dubbio sulla collimazione approssimativa e la frustrazione di non possedere una montatura un po’ più stabile della mia vecchia EQ5… Ma almeno per ora non sento la mancanza del goto e trovo molto più appassionante scandagliare il cielo imparandone costellazioni e saltellando di astro in astro.

…E poi venne il Sole

...Poi venne il sole.

Il Sole che squarcia le nubi e manda i suoi raggi, in fasci, a pochi a pochi, sulla Terra ancora umida e gonfia di lacrime, quasi a volerla mondare ma anche solo brevemente confortare.

I campi verdi, chiazzati di luce, cercano affannosi il respiro sotto gli occhi sonnacchiosi e un po’ altezzosi delle montagne, da sempre use a qualsiasi manifestazione della Natura.

Come la speranza di redenzione, che filtra tra le nubi delle nostre colpe e cerca di rischiarare l’oscurità che abbiamo dentro.

Grandi cambiamenti su Flickr… Ma…

Don't worry, be happy

Don’t worry, be happy? Neppure tanto, dopo i grossi cambiamenti al layout del sito di Flickr.

La nuova veste grafica è piuttosto snella e funzionale ma presenta qualche problema di troppo per i Flickr-addicted, ad esempio l’incompatibilità con molti script utente, uno fra tutti il celebre FlickrAwardCounter, utilizzato per conteggiare il numero di riconoscimenti ricevuti dalle proprie foto e capire così se meritano di essere promosse al livello successivo. Fortunatamente ci ha pensato un simpatico utente, che ha messo mano allo script modificandolo per farlo funzionare sul nuovo layout. Il risultato della sua fatica si trova qui e, dopo averlo provato di persona, posso dire che funziona!

In compenso ottenere l’HTML per l’inclusione delle foto in altre pagine Web è molto più veloce e semplice: è sufficiente cliccare su “Share This”->”Grab the HTML”. Non male.

Accanto a “Share This” c’è soltanto un altro pulsante, “View/Edit”, che raccoglie le funzionalità di aggiunta a gruppi, collezioni, modifica foto ecc. Insomma, il nuovo layout è molto più snello anche se l’impressione è che sia ancora parziale, poiché il menù principale è rimasto identico e visivamente fa un po’ a pugni con la nuova impostazione piuttosto Ajax-oriented.

Staremo a vedere le future evoluzioni, per ora si tratta solo di fare un po’ di pratica con il nuovo sistema.