Dividere i toni

L’effetto split-tone era molto usato ai tempi della pellicola, o almeno così dicono, perché io ai tempi mi limitavo a pigiare il pulsante di scatto qua e là, in maniera più casuale di quanto non faccia oggi.

Noi ci fidiamo sulla parola e, fortunatamente, possiamo contare sugli strumenti moderni per riprodurre questo effetto, tra l’altro variamente personalizzabile, anche sulla fotografia digitale.

Per prima cosa ci servirà una qualsiasi fotografia, meglio se in bianco e nero, oppure possiamo prendere una fotografia a colori e convertirla in bianco e nero, magari aggiungendo un layer Black/White. Anche servendoci di un’immagine in bianco e nero, però, dovremo lavorare in modalità RGB (Immagine->Modalità->RGB).

L'immagine a cui è stato aggiunto un layer di conversione in Bianco e Nero (click per ingrandire)

Nel mio caso ho optato per una conversione in bianco e nero con filtro a infrarossi custom, ma avrei anche potuto applicare una desaturazione del 100% tramite l’apposito livello Tonalità/Saturazione. Ora che abbiamo la nostra immagine di partenza possiamo cominciare con lo split toning; aggiungiamo perciò un livello Color Balance (Bilanciamento Colore), selezioniamo l’intervallo Ombre (Shadows) e giochiamo con gli slider finché non otteniamo una tonalità che ci soddisfi. Come si può vedere nell’immagine qui sotto, ho deciso di ottenere una sorta di tonalità seppia impostando 20 sullo slider Cyan/Red, 10 sul Magenta/Green e -10 sullo Yellow/Blue .

Il livello di bilanciamento colore con le regolazioni per le ombre (Shadows)

Facciamo la stessa cosa per i toni medi (midtones), replicando i parametri che avevamo usato sulle ombre.

La regolazione dei toni medi (midtones).

Aggiungiamo quindi un altro livello di bilanciamento colore. Questa volta, però, andremo a regolare la tonalità sulle alteluci (highlights). Per questo tutorial dei poveri ho scelto di virare al blu.

Il livello di bilanciamento colore sulle alteluci (highlights).

Ora che abbiamo le tonalità, dobbiamo fonderle per creare l’effetto split-tone. Nella palette dei livelli dovremmo avere qualcosa di simile a questo:

La palette dei livelli, che comprende il livello di conversione in bianco e nero e due livelli di bilanciamento colore.

Ora dobbiamo intervenire sulla modalità di fusione cliccando con il tasto destro sull’icona del primo livello in alto (quello di bilanciamento colore sulle alteluci, per capirci), e selezionando la voce “Blending Options…” (“Metodi di fusione” nella versione italiana) dal menu contestuale.

Selezionare modalità di fusione dal menù contestuale.

Nella finestra che si è aperta, in basso, troviamo la voce “Blend If” (“Fondi se”), e sotto di essa due slider.

Facendo Alt+click sul triangolino a sinistra del primo slider in alto, portiamolo verso destra a piacimento. Ogni pixel più scuro di questa soglia non verrà visualizzato. Facciamo la stessa cosa con il triangolino di destra, che come si può intuire avrà l’effetto di nascondere i pixel più chiari del valore impostato. Otterremo qualcosa di simile:

La posizione dei due slider dopo la modifica.

Per finire, ho deciso di applicare un filtro Diffuse Glow (Filter->Distort->Diffuse Glow) non troppo invasivo. Prima ho fuso i livelli (click destro sulla palette dei livelli e Flatten Image oppure CTRL+SHIFT+ALT+E per creare uno snapshot dell’immagine corrente), poi ho duplicato il livello (CTRL+J), infine ho applicato il Glow all’ultimo livello, impostando il metodo di sovrapposizione a “Overlay” e l’opacità del livello al 62%.

L'immagine finale, con l'effetto Diffuse Glow applicato.

Come si può intuire, questo metodo si presta a numerose modifiche dipendenti dai gusti personali, perciò non resta da fare altro che… Sperimentare!

Incontri casuali e frustrazioni abituali

Random encounters

Riguardando un certo numero di foto, da me scattate più o meno recentemente, sono stato assalito da un fastidioso senso di inadeguatezza e di insoddisfazione, che mi ha reso estremamente difficoltoso valutare anche soltanto uno di quegli scatti come degno di essere mostrato ad anima viva sotto qualche forma.

Mi sono allora chiesto se questa sensazione, forse ipercritica, faccia parte di un percorso obbligato che viene seguito da tutti coloro che si dedicano a un’attività creativa (suppongo che non ci siano grosse differenze sia che si tratti di fotografia, di pittura o di scrittura o di qualsiasi altra cosa). Forse, dopo aver passato diverse fasi, da quella euforica della scoperta di nuove tecniche a quella delirante dei primi piccoli “successi”, si fa un altro passo in avanti, indietro o a lato, e si comincia a scovare inesorabilmente ogni difetto dei propri lavori.

Ecco che la foto avrebbe potuto essere inquadrata con più attenzione, messa a fuoco manualmente, il tempo di scatto avrebbe potuto essere più lento, il processing più curato, il messaggio più forte o più universale, e così via.

E’ esattamente quello che mi sta capitando in questo periodo, nel quale rischio anche di evitare di prendere in mano la macchina fotografica per timore di non essere in grado di cavarne qualcosa di decente. Rischio che puntualmente non si verifica, in quanto credo che sezionare ogni proprio lavoro come se l’avesse realizzato il nostro peggior nemico (cit. da Sara Lando) sia necessario per farci apprezzare ancor più ogni nostro piccolo miglioramento.

La foto che pubblico qui a lato fa parte di quella nutrita schiera di istanti. catturati dalla mia mente e dalla mia fotocamera, che porto dentro in qualità di esperienze ma che non sono sicuro abbiano una sufficiente potenza espressiva per poter essere gradite anche da altre persone. La cosa dovrebbe interessarmi relativamente, ma è indubbio che una misura di ciò che facciamo ci provenga anche dall’esterno.

Mi chiedo quale sarà la prossima fase che attraverserò…

Photographer Of The Year 2010: Breve brivido istruttivo

Pur essendo conscio della scarsa qualità della mia produzione fotografica, qualche settimana fa ho deciso di rompere gli indugi e partecipare al concorso Photographer of the year 2010 su photoradar, che appare sulla rivista Digital Camera magazine.

La tematica in cui avevo a disposizione più materiale era, ovviamente, quella dei paesaggi, ma le mie speranze di ottenere un piazzamento o, ancor meglio, un premio, erano circa pari a quelle di vedere la neve cadere fra le dune del Sahara.

Perciò, quando mi è giunta un’email da photoradar, nella quale mi si comunicava che una delle mie foto (quella che appare in questo post, per la precisione) aveva attirato l’attenzione della giuria, e mi si richiedeva di produrne una versione ad alta risoluzione entro due settimane, ero a dir poco incredulo.

Naturalmente l’episodio si è risolto con un nulla di fatto, perché la foto non ha poi passato il turno, ma essere notati fra oltre 18.800 fotografie della sezione “paesaggi” è stata una piccola soddisfazione.

Analizzando la foto, dopo mesi dallo scatto e dal processing, per cercare di capire cosa avesse di più rispetto alle altre, diversi dettagli mi sono balzati all’occhio, ma l’aspetto principale che ho notato è che questo paesaggio, nonostante offra il fianco a diverse critiche da un punto di vista tecnico, presenta un primo piano discretamente interessante, che conduce l’occhio verso l’albero solitario all’orizzonte.

Rivedendo le mie foto paesaggistiche alla luce di questa considerazione, allora, mi sono accorto dell’assenza, nella maggior parte dei casi, di un primo piano di interesse. Questo perché ho sempre cercato, nei limiti della mia tecnica fotografica, di comporre ed esporre adeguatamente, tenendo sotto controllo istogramma, orizzonte, terzi, regole auree e tutto quello di cui ero a conoscenza, ma il più delle volte la distanza fra l’osservatore e il paesaggio era enorme, e nel mezzo non c’era alcunchè.

Sottovalutare la mancanza di un “soggetto” interessante, sia esso un sasso, un tronco o un fiore, non è stata una buona idea, nonostante la bellezza dello sfondo.

Kenya, Day 5: Tsavo East -> Watamu

IMG_9202Il mattino del quinto giorno di viaggio, il quarto in Kenya, segna la fine dei nostri safari, perciò le speranze residue di avvistare gli ultimi animali che ancora non abbiamo incontrato (rinoceronte, leone maschio e leopardo) sono ridotte. Siamo sopravvissuti alla notte anche stavolta, però, e quindi fiduciosi carichiamo i bagagli e partiamo per l’ultima ricognizione della savana.

Dopo qualche chilometro la fortuna ci assiste: una famiglia di leoni composta da due maschi, tre femmine e tre cuccioli si sta crogiolando al sole del mattino. Ammiriamo i poderosi felini a lungo prima di dirigere il pulmino verso la strada che ci condurrà sulla costa, a Watamu, per gli ultimi tre giorni del nostro soggiorno africano.

Improvvisamente, poco prima di uscire dal parco Tsavo East, Francis ferma il veicolo accanto a un altro e ci indica un albero. “Leopard”, dice. “Non lo vedo, rispondo”. IMG_9250_leoOvviamente aveva ragione lui, perché quelle macchie indistinte fra il fogliame erano proprio le chiazze di questo schivo felino notturno, che mi concede il tempo per due veloci fotografie prima di scendere dall’albero e nascondersi tra l’erba alta.

La strada per Watamu è lunga, accidentata e non priva di emozioni, con bimbi, donne, motorette e animali che di tanto in tanto si avventurano in mezzo alla pista, prontamente scacciati dal clacson di Francis.

La nostra guida approfitta per chiederci informazioni sull’Italia, che ha avuto la fortuna di visitare grazie alla generosità di una coppia piemontese, e parlarci ancora un po’ del Kenya. Veniamo a conoscenza degli stipendi medi, che si aggirano intorno all’equivalente di 200 euro, mentre un cameriere ne guadagna 150 e le guide come Francis solo 120, perché i datori di lavoro danno per scontato che riceveranno laute mance, ma purtroppo spesso i turisti non considerano il safari come un servizio aggiuntivo: l’hanno già pagato, perciò non vedono il motivo per cui dovrebbero lasciare una mancia, il che in Europa non fa una piega. Scopriamo anche che l’accesso ai parchi nazionali si paga 50 (cinquanta!) dollari a persona, perciò il giro d’affari è enorme, ma il governo del Kenya non investe neppure una minima parte di questi introiti in infrastrutture e servizi nel tentativo di far crescere il paese.

Lungo i duecento chilometri che percorriamo con Francis e la guardia armata (!) che ci è stata assegnata si avvicendano baracche e catapecchie, capanne e bambini scalzi che si recano alle vicine scuole. Anche qui, come in precedenza, donne e bambini ai lati della strada tendono la mano per chiedere del cibo. Non ne abbiamo con noi, purtroppo, e Francis ha solo una mela che lascia a delle scolarette in divisa.

L’arrivo a Watamu è ancora più disarmante: ci era stato descritto come un villaggio dalla chiara impronta turistica, perciò non ci aspettavamo di trovarvi una schiera di capanne e baracche interrotta soltanto saltuariamente da qualche basso edificio in muratura. E’ evidente che il turismo non ha portato grossi benefici agli abitanti del luogo, che scorgono gli europei come noi passare rapidamente davanti a loro prima di vederli scomparire nelle torri d’avorio dei resort balneari. Per giungere al resort percorriamo ancora qualche chilometro di sterrato, lungo il quale incontriamo ancora baracche e miseria, e vediamo la rabbia di Francis montare, ancor più alimentata dal contrasto fra gli alti muri sorvegliati delle strutture balneari, oltre i quali si intravedono curati giardini e lussuosi edifici, e le sgangherate capanne antistanti, i cui abitanti mancano di cibo, acqua corrente ed elettricità.

IMG_9323Emblematica la chiosa di francis alla lunga chiacchierata: “noi sorridiamo sempre e diciamo Hakuna Matata (no worries, nessun problema), ma i Matata sono tanti, davvero tanti”. Capiamo che quel modo di dire swahili, così diffuso e così utilizzato a sproposito dai visitatori occidentali, è in realtà un esorcismo contro i molti mali e preoccupazioni che affligono questi popoli.

L’arrivo al resort, con questi presupposti, non può che essere traumatico. Veniamo infatti accolti con asciugamani intrisi d’acqua ed essenza profumata, calici di succo di frutta e sorrisi splendenti. Forziamo un sorriso per ricambiare la gentilezza degli inservienti locali, ma ancora ci tremano le mani per lo shock appena vissuto e per la sensazione di essere arroganti sfruttatori, moderni schiavisti di un sistema che ha soltanto cambiato i connotati, ma che ancora non è morto.

Neppure la vista dello splendido mare riesce a risollevarci, anche perché i cosiddetti Beach Boys, ragazzi che si aggirano sulle spiagge cercando di vendere qualsiasi cosa, dal giro in barca allla collanina e dal batik al safari, ci assaltano rendendo impossibile la permanenza sulla battigia. Il resto della giornata trascorre nell’indolenza più totale, macchiato da un’angoscia e da un senso di colpa che non trovano pace ma anzi vengono alimentati. Dal sontuoso buffet dei pasti , all’arroganza e superficialità dei nostri connazionali ospiti del resort (intollerabili le signore che trattano gli inservienti come schiavi, dimenticando elementari regole di educazione, e le ragazze che affermano con leggerezza che verrebbero volentieri a vivere in questo luogo meraviglioso), tutto ci appare fuori luogo in questo paradiso naturale e inferno artificiale.IMG_9368

Fortunatamente, almeno, abbiamo soltanto tre giorni da trascorrere in questo delirio di canzonette, balli di gruppo e aqua-fitness. Non ci resta che cercare il nostro angolino di quiete ai bordi di una delle piscine o dietro uno dei paraventi della spiaggia, mentre le parole di Francis, rabbiose ma cariche di speranza per la strada intrapresa dal nuovo governo, risuonano ancora forti in noi.

Kenya, Day 4: Amboseli -> Tsavo East via Voi

IMG_9066_lionessStamattina all’Amboseli una processione di nuvole cela il Kilimangiaro alla vista, ed essendo questa una condizione atmosferica non rara da queste parti, ringraziamo di avere già avuto la fortuna di poter ammirare la montagna il giorno precedente.

Dopo un ultimo breve safari dirigiamo il pulmino verso il parco nazionale Tsavo East, passando prima per la città di Voi. Il tragitto è piuttosto lungo e difficoltoso e richiederà circa tre ore di strade sterrate per giungere a destinazione, durante le quali Francis approfitta per introdurci alla condizione politica e sociale del suo paese. Per noi, così poco toccati dagli eventi africani, è interessante venire a conoscenza della rivoluzione del 2007, durante la quale un migliaio di persone persero la vita, la conseguente istituzione di una sorta di federalismo e l’introduzione di diritti primari quali istruzione obbligatoria fino a sedici anni e sanità. Ciò che ci fa riflettere maggiormente, però, è la constatazione di Francis secondo la quale il Kenya è “il più avanzato fra i paesi di questa zona dell’Africa”. Possiamo solo tentare di immaginare in che condizioni versino gli altri stati come Burundi, Congo, Uganda, Tanzania, ecc.

La “città di Voi” è in realtà un paesotto di capanne, con strade in terra rossa, attraverso il quale transitiamo rapidamente prima di entrare allo Tsavo East, che si presenta a noi differente dagli altri due parchi che abbiamo visitato, cioè come una grande pianura dove la vegetazione cresce assai più fitta che all’Amboseli.

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Gli elefanti pascolano indisturbati in mezzo al camp Ndololo

Verso ora di pranzo arriviamo finalmente al lodge dove alloggeremo, il Ndololo Camp, il quale appare assai spartano ai nostri occhi. L’assenza di recinzione e l’estrema vicinanza con la savana circostante, poi, ci tolgono ogni residua sicurezza. Il pasto diurno conferma la nostra impressione: per gli standard kenyoti è certamente di qualità elevata, ma per noi europei è piuttosto scadente. Ad ogni modo riso, ugali (una sorta di polenta) e carne di Dik Dik riempiono lo stomaco a dovere, ma al momento del dessert un grosso babbuino decide di provare il menu umano e salta sul tavolo del buffet, già infestato da una moltitudine di api suicidatesi nella zuccherosa macedonia. Il primate prende in mano un vassoio, tenta di togliere il cellophan che lo ricopre ma non ci riesce, allora prova con un altro vassoio ma viene interrotto da un inserviente che gli corre incontro. Il vassoio viene scagliato per aria, spargendo i dolcetti tutt’intorno, e l’animale si dilegua fra gli alberi. Finito il siparietto e il pasto, constatiamo che la tenda si trova sul perimetro esterno dell’accampamento, a poche decine di metri da una pozza a cui, memori della prima notte, temiamo che molti animali potranno venire ad abbeverarsi.

Il safari pomeridiano a Tsavo East ci mette a dura prova: le strade sono molto accidentate, gli avvistamenti di animali rari rispetto ai precedenti parchi, e lo scenario, per quanto suggestivo, si scontra con la bellezza dell’Amboseli, ancora ben salda dentro di noi. La caccia al leone, felino che da queste parti dovrebbe essere presente, è infruttuosa, frustrante e stancante, dopo tre giorni passati a sobbalzare sullo scassato pulmino.

Torniamo al campo per la cena, dopo la quale ci aspetta una serata intorno al fuoco durante la quale un Masai ci racconta qualche informazione sugli animali della savana e un po’ di cultura Masai. Memorabile, a tal proposito, il metodo utilizzato dai maschi Masai per comunicare alle mogli il loro desiderio di accoppiamento: due colpetti di bastone sulla gamba sono il segnale per dare il via alle “danze”, che si ripetono cinque volte per ogni moglie. Questa informazione suscita sospetto fra gli uomini e sognante ammirazione fra le donne, ma tant’è.

IMG_9113La notte, nella spartana tenda, trascorre non senza un po’ di tensione provocata dall’estrema vicinanza di animali, che si producono in ogni sorta di verso, dal barrito al ruggito, tuffandosi in quella pozza che avevamo visto al nostro arrivo. Sentire gli elefanti strappare i rami degli alberi che ci circondavano non è stato eccessivamente rassicurante, ma alla fine siamo riusciti a chiudere gli occhi un paio d’ore circa prima dell’arrivo dell’alba.

Kenya, Day 3: Tsavo West -> Amboseli

GhepardoLa sveglia suona presto ma, come intuibile, ci trova già svegli, ed è in realtà un segnale liberatorio che segna la fine della tormentata notte. Colazione e partenza per il primo safari della giornata, e la fortuna sembra assisterci spazzando via senza ritegno le tensioni delle ore precedenti: avvistiamo infatti parecchi animali, fra cui gruppi di impala e dik dik, eleganti gruppi giraffe e infine, uno splendido maestoso ghepardo che transita a pochi metri dal nostro pulmino.

La giornata prevede un intenso programma, la cui prima tappa saranno le Mizma Springs, delle sorgenti ricche di fauna fra cui coccodrilli, ippopotami e i soliti immancabili babbuini.

Proseguendo sulla lunga strada verso l’Amboseli National Park attraversiamo un paesaggio quasi lunare: una distesa di rocce laviche nella quale solo alcune rare gazzelle si avventurano. Gazzelle rareUna grossa aquila ci osserva dai rami di un baobab, mentre famiglie di facoceri e struzzi pascolano nell’alta erba ingiallita dalla siccità.

Bimbi Masai
Bimbi Masai

Francis lancia il malridotto mezzo a velocità sostenuta sulle piste dissestate, finché giungiamo a un villaggio Masai, che ci restituisce impressioni contrastanti. Fra capanne di fango e bambini lerci e scalzi, infatti, si aggirano giovani uomini vestiti in tipici abiti Masai, con poco tipici cellulari appesi alla cintura. I rituali di accoglienza – una danza rituale e una preghiera – sono molto teatrali e ci mettono un po’ a disagio. Una visita alle modeste e minuscole capanne e una chiacchierata con i giovani, alti e slanciati, un passaggio obbligatorio all’immancabile mercatino e siamo pronti a ripartire.

L’arrivo all’Amboseli Sentrim Camp non promette bene: il paesaggio è desolato e gruppi di grossi avvoltoi svolazzano sui baobab circostanti. Fortunatamente la prima impressione è subito smentita da quello che si rivelerà essere il più confortevole e sicuro fra i campi tendati che visiteremo.

Il successivo safari nell’Amboseli National Park conferma senza riserve che ci stavamo sbagliando. La sconfinata distesa di erba e arbusti, punteggiata qua e là da qualche sparuto albero, è abitata da grandi branchi di erbivori. Zebre, gnu, bisonti, gazzelle, antilopi, elefanti e una moltitudine di altre specie si muovono liberamente fra pozze d’acqua ed enormi praterie.

A un certo punto Francis attira la nostra attenzione: “guardate, si vede il Kilimangiaro”. Guardiamo sotto la coltre di nuvole che corrono sull’orizzonte ma non scorgiamo la leggendaria montagna. Non finché non alziamo gli occhi sopra quelle nuvole, dove la vetta perennemente innevata troneggia imponente.

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Un elefante pascola sotto al Kilimangiaro

Lo spettacolo toglie il respiro, gli occhi quasi si inumidiscono al cospetto di una bellezza così commovente e pura. Gazzelle, sciacalli, iene, antilopi, elefanti, zebre, gnu e tantissimi altri animali popolano questo parco, il più lontano dalla costa e perciò il meno visitato, immeritatamente, dai turisti in vacanza balneare.

L’immagine di un grosso maschio solitario di elefante che cammina lentamente nella prateria al tramonto, in fronte al colossale Kilimangiaro, resterà impressa per sempre in noi.

Arriva la notte, e solo il vento e i grilli ci tengono compagnia nella sottile tenda nella quale vento e luce lunare non faticano ad entrare.

Kenya, Day 2: Mombasa -> Tsavo West

Acquedotto kenyota“Pulmino numero dieci”, ci comunica la hostess all’esterno dell’aeroporto, “in fondo a sinistra”. Costeggiando la fatiscente struttura arriviamo al nostro mezzo di trasporto dove facciamo la conoscenza di Sergio e Michela, che scopriremo in seguito – fortunatamente, aggiungo – essere la coppia con cui divideremo il resto dell’avventura kenyota. Appena caricati i bagagli sul veicolo, e subito prima di partire, arriva la sfrontata e precisa richiesta di mancia da parte dell’autista: “5 euro!”

La periferia di Mombasa è decisamente diversa dagli scenari a cui siamo abituati noi occidentali: donne che trasportano acqua portando pesanti secchi sulla testa, animali, capanne, baracche, strade sterrate o fortemente dissestate, fuochi e falò lungo la strada, fumo, venditori di strani oggetti.

Sull’unica strada asfaltata in uscita da Mombasa, che scopriamo essere un’arteria di vitale importanza per i trasporti delle nazioni limitrofe verso il porto di Mombasa, transita un’enorme quantità di camion. Le auto sono pochissime, al contrario, perché qui possedere un’automobile è un privilegio riservato solo ai ricchi. Al primo punto di ristoro a cui ci fermiamo, cambiamo mezzo e conosciamo la nostra guida, Francis. Lungo la strada Francis ci confessa che gli incidenti fra camion sono molto frequenti, e poco dopo la presenza di un autotreno ribaltato sull’asfalto ce ne dà tristemente conferma. Aggiunge inoltre che Mombasa é investita dalla piaga della cocaina, la cui crescente richiesta da parte degli stranieri ha comportato un enorme aumento della criminalità. Il primo intoppoIn qualche modo arriviamo all’ingresso del primo parco nazionale, lo Tsavo West, dove il tetto del pulmino viene aperto per consentirci di stare in piedi in caso di avvistamenti di animali. Stare su due piedi si rivela piuttosto difficoltoso sullo scassatissimo pulmino che sfreccia a 80km/h sugli sconnessi sterrati del parco, ma l’aria sul viso in mezzo alla stepposa savana ripaga abbondantemente degli sballottamenti.

Sulla strada per il lodge nel quale trascorreremo la notte abbiamo la fortuna di avvistare i primi elefanti e antilopi, beatamente immersi nel proprio ambiente naturale, indisturbati.

Il primo elefanteIl Rhino Valley Lodge sorge ai piedi di alcune colline che dominano una vasta piana all’interno del parco, della quale un imponente Baobab rompe prepotentemente la regolarità. La vista toglie il respiro, soprattutto a chi non è abituato a trovarsi così lontano da qualsiasi forma di umanità. L’accoglienza alla reception, cordiale, puntualizza immediamente gli orari di colazione, cena e utilizzo della corrente elettrica (qui non ci sono linee dell’alta tensione, solo generatori diesel), e chiosa intimandoci di non uscire da soli dalla camera per la cena: sarà loro cura mandare una scorta.

La conformazione della camera, che al posto di una parete presenta un’enorme zanzariera aperta sulla savana, non aiuta a rassicurarci, nè lo fa l’assenza di qualsiasi recinzione o la presenza di una pozza d’acqua a breve distanza, cosicché i grossi gechi che corrono sui muri costituiscono la preoccupazione minore.

Dopo pranzo il primo safari ci regala incontri con elefanti, impala, antilopi, gazzelle, babbuini, manguste, scimmie, giraffe e riusciamo a scorgere da lontano una leonessa su una roccia.

Prima di tornare al camp una famigliola di tre elefanti ci attraversa la strada con la dovuta calma: madre e cucciolo passano senza neppure voltarsi, mentre il padre si gira verso di noi e apre le orecchie, suscitando in noi il giusto timore reverenziale.

Consumiamo l’ottima cena all’aperto e un masai ci accompagna alla stanza ma, appena cominciamo a prepararci per la notte, dalla pozza d’acqua giunge a noi una sinfonia di ruggiti, grugniti, respiri, barriti, poderosi miagolii agli steroidi e versi non meglio identificati, che ci impedisce di dormire sonni tranquilli. Con gli occhi puntati alla zanzariera cerchiamo in qualche modo di tranquillizzarci e chiudere occhio, ma ci riusciamo a malapena.

Kenya, Day 1: Si parte

Dall'aereo
L'arrivo in Kenya

Finalmente si parte: per la prima volta nella mia vita sconfinerò nell’altro emisfero.

La partenza è fissata per la sera da Malpensa, perciò, onde evitare che qualche contrattempo ci costringa a terra, partiamo al mattino per affrontare quattro ore abbondanti di strada.

Dopo una lunga attesa in aeroporto, durante la quale vengo assalito dalla sindrome da panico da viaggio organizzato (dove si va? chi ci dà le carte di imbarco? cosa si fa? con chi saremo), si avvicina il momento del check-in. Sbrigate rapidamente le formalità per il visto d’ingresso in Kenya, ci mettiamo in coda e cominciamo ad avere esperienza della fauna che popolerà il volo e – forse – anche il viaggio. C’è un po’ di tutto, dalle signore di mezz’età in partenza per il safari, agghindate con abiti degni di Indiana Jones in versione grandi griffe, alle giovani coppie in partenza per un lungo soggiorno balneare, indossanti magliette dell’Italia, infradito, piercing multipli e occhiali da sole anche nel buio.

Mentre siamo in coda con i bagagli, un distinto signore di mezz’età mi si avvicina e mi chiede il favore di tenere d’occhio i suoi bagagli, perché lui si sarebbe allontanato di pochi passi per pochi istanti. “Devo avere la faccia onesta”, penso candidamente. L’uomo si reca ai banchi del check-in e comincia a discutere, e dopo qualche minuto una hostess nota i bagagli in un angolo e comincia a chiedere spiegazioni. Io mi avvicino e le racconto del mio nobile compito, e lei mi consiglia di non ripetere più un simile gesto. Istantaneamente capisco che la mia faccia non è onesta ma fessa, perché il signore succitato probabilmente sperava in qualche modo di eludere i controlli del check-in. Beata la mia ingenuità. L’episodio, però, assume un risvolto positivo quando la hostess si intenerisce e mi fa riservare sull’aereo un comodo posto vicino all’uscita di emergenza, utile a stiracchiare i miei lunghi arti.

Il viaggio è lungo, 7500km di volo circa, e mi ricorda quanto poco mi piacciano le lunghe permanenze in volo. Qualche turbolenza e un po’ di apprensione mi impediscono di chiudere occhio praticamente per tutta la notte, mentre fuori dal finestrino il buio è totale, fatta eccezione per il disco dorato della Luna che fa capolino dalla punta dell’ala.

Finalmente, alle prime luci dell’alba e al risveglio della colorita e variegata popolazione dell’aeromobile, intravediamo sotto di noi quello che supponiamo essere il Kenya: qualche luce punteggia sparuta e timida una sconfinata distesa verdastra. L’aeroporto di Mombasa è, come previsto, degno di essere appuntato come un figlio illegittimo di una sala d’attesa di Malpensa: due piste, due gate, sistemi di sicurezza e check-in che definire retrò sarebbe lusinghiero, il tutto circondato da una sonnolenza generale del personale, forse agevolata dalla pesante afa equatoriale.

Come sempre, alcuni italiani riescono nella non facile impresa di distinguersi per la loro molesta presenza, come il tamarro in occhiali da sole che, dovendo attendere un paio di minuti per le formalità di sbarco, spazientito comincia a vociare che lui “è tutta la notte che viaggia, c’ha da anda’ a dormi'”.

Il mio infantile entusiasmo, al contrario, mi impedisce di pensare all’agognato sonno in questo momento, perché un pezzo di Africa è là fuori in attesa di essere esplorato.

Il range dinamico e l'esposimetro dei poveri

Spesso capita di trovarsi in difficoltà a fotografare scene in cui c’è un ampio range dinamico. Per range dinamico si intende “semplicemente” la differenza di esposizione, in f-stop, fra l’ombra più scura e la luce più chiara presenti nella scena; esempi classici di queste situazioni si verificano quando il cielo è molto luminoso.

In questi casi l’esposimetro valutativo presente nella reflex digitale può sbagliare, soprattutto se si utilizza l’impostazione di default (evaluative exposure), con la quale l’esposizione viene valutata facendo una sorta di media di tutto il fotogramma.

Un esposimetro esterno è la soluzione ideale, ma per chi non ne disponesse esiste un metodo empirico per ottenere un’esposizione corretta nella maggior parte dei casi.

Iniziamo mettendo la fotocamera in priorità di diaframma e aprendo al massimo il diaframma, diciamo a f/2.8 per esempio. Poi impostiamo l’esposimetro della fotocamera sulla modalità spot, che misura l’esposizione soltanto nel punto centrale dell’inquadratura. Portiamo il centro dell’inquadratura sull’ombra più scura della scena e premiamo a metà il pulsante di scatto. Otterremo un preciso tempo di scatto, ad esempio 1/60 sec., che sarà il tempo necessario a non sottoesporre l’ombra. Poi impostiamo la fotocamera in priorità di tempi, impostiamo il tempo ottenuto (1/60 sec. nel nostro caso) e puntiamo verso il punto più luminoso della scena. Otterremo, stavolta, un valore di apertura del diaframma, nel nostro esempio f/22.

A questo punto possiamo dire che la nostra scena ha sei stop di range dinamico; contando da f/2.8 (ombre) a f/22 (alteluci) in incrementi di uno stop, infatti, otteniamo: ƒ/4, ƒ/5.6, ƒ/8, ƒ/11, ƒ/16, ƒ/22 .

A metà strada fra f/2.8 e f/22 c’è f8, quindi se esporremo la scena a f/8, 1/60 sec., dovremmo ottenere il miglior range dinamico possibile. In pratica ogni parte della scena, con questi valori di diaframma e otturatore, sarà resa come tono medio, perciò elimineremo o ridurremo al minimo le sovra(e sotto)esposizioni.

E’ un metodo che sembra forse un po’ macchinoso, ma una volta presa confidenza si rivela molto utile soprattutto nella fotografia paesaggistica.