Relatività

Emigri, sperando di atterrare in un posto migliore. Se non sei così ingenuo da credere a certe favole sai che la terra promessa non esiste, e che tutto il mondo è paese, e mille altri detti popolari che completamente insensati non sono. Hai preso la decisione di abbandonare il tuo territorio, quello di cui come animale selvatico conosci nascondigli e territori di caccia, perché non ti soddisfa più. Le prede sono poche e magre, così ogni giorno ti svegli e cominci a correre, cacci tutto il giorno per portare a casa la cena, e in linea generale non ti lamenti, ma le iene sono sempre troppe. In questo modo non capisci più se sei una preda o un predatore, un felino o un erbivoro, e decidi di rimetterti in gioco per scoprirlo, rischiando forse tutto quello ti dava sicurezza e stabilità. Perché in cuor tuo sai che non esistono terreni migliori di altri, per cacciare, ma di certo ce ne sono alcuni che possono agevolare il tuo stile più di altri. E vuoi scoprire, finalmente, se puoi diventare un leone o un leopardo, o nella peggiore delle ipotesi restare una carcassa di gnu.

Poi ti capita di andare a spasso per i dintorni di Ulm con l’impiegata dell’agenzia di relocation, che ti parla in italiano perché ha sposato un italiano emigrato in Germania, e ti parla del loro progetto di provare ad andare a vivere in Italia, per la precisione in Liguria. Perché là c’è il sole, là c’è il mare, non c’è il freddo canide che c’è qui, e perché la gente da queste parti è chiusa e poco ospitale. Perché è una terra di storia e di tradizioni, dove ancora riecheggiano i fasti dell’impero romano. Poco importa se il nostro paese è la terra del precariato, dei trentenni che guadagnano poco più di mille euro al mese – che qui sono la metà di ciò che guadagna un operaio – con contratti capestri, se i servizi pubblici funzionano poco e male, se la gente di Genova viene descritta come fredda e poco ospitale da altri italiani che vi si sono trasferiti (non me ne vogliano i genovesi, ma io raccolgo solo impressioni e opinioni che come tali devono essere prese).
Tanto, lei tedesca, ha sempre vissuto nella sua terra e quindi dà per scontato che tutto ciò che ha, come gli autobus in orario, siano perfettamente normali e forse si aspetta di trovare le stesse cose altrove.

Forse io, italiano, per contro, so che le cose possono funzionare meglio e spero di trovare riscontro a questa consapevolezza in terra straniera, incurante del freddo e della mancanza del mare. Per annusare il sapore della meritocrazia, se esiste, per non arrivare a 40 anni con lo stipendio di un 20enne appena uscito dal liceo, per vedere come funzionano le cose da un’altra parte del mondo, per vedere se le cose a cui tieni maggiormente funzionano.

Nota a margine del giorno, a proposito di relatività: parliamo di cibo tedesco. Dal nostro punto di vista c’è un solo modo di mangiare correttamente, cioè quello italiano. La maggior parte di noi crede che la Germania sia patria solo di birra e salsicce, che è un po’ come dire che in Italia si mangia solo pizza. Certo è, invece, che qui è sconosciuta la concezione di “primo, secondo, contorno”. La pasta diventa perciò, a volte ma non solo, niente più di un contorno da accostare a uno spezzatino di carne con verdure. E quando versate l’olio extravergine sull’insalata davanti a un tedesco, aspettatevi di vedergli sgranare gli occhi dallo stupore. Anche in questo caso, la relatività vince.

Vento dall’est, musica dall’ovest

Il cielo blu, dopo due settimane

Gli abitanti di Ulm dicono che, quando arriva il vento dall’Est, spazza via la nebbia. Già ieri la valle si era nettamente rasserenata, ma oggi quando mi sono svegliato sentivo il vento fischiare fra gli alberi intorno a casa. E il cielo, sopra la distesa di campi visibile dalla finestra della mia camera, per una volta si lasciava guardare fino all’orizzonte, senza nascondersi pudicamente dietro al consueto sudario di foschia.

Ho passato il resto della giornata in attesa dell’evento di questa sera: il concerto di Yann Tiersen, eclettico artista autore, tra l’altro, della colonna sonora del film “Il favoloso mondo di Amelìe”. L’appuntamento era a Stoccarda alle 19:30.

Verso le 18 circa, un italiano e un finlandese di buona volontà stavano partendo alla volta del LKA Longhorn, locale non meglio identificato della metropoli. Avevo le mie riserve sulle possibilità che Aki, legato esclusivamente a musica classica e lirica, gradisse questo tipo di concerto, vista la recente virata netta dell’artista francese verso l’elettronica e la sperimentazione, ma nonostante qualche avvertimento il mio buon coinquilino ha accettato di provare una nuova esperienza. Finlandese avvisato, mezzo salvato, circa.

Il palco dell'LKA Longhorn prima del concerto

Il Longhorn già da fuori si propone come un locale decisamente alternativo, che suscita sospetto in Aki così come fascino nel sottoscritto. L’interno è quello di un vecchio magazzino o fabbrica, classica location per concerti di natura alternativa (e infatti prossimamente si prevedono Opeth, Dream Theater e tanti altri), che all’ora del nostro arrivo comincia a popolarsi di ragazzi e ragazze di età differenti, e che per l’inizio del concerto è pieno in ogni sua parte.

Parte il gruppo di supporto, che suona ciò che nella mia ignoranza potrei definire un onesto elettro-grunge, e ci intrattiene – Aki non sarebbe d’accordo con questa definizione – per una mezz’ora, prima che Tiersen e la sua band scendano sul palco da una scala laterale.

Il concerto comincia così (cliccami) .

Prosegue nell’elettronica sperimentale per circa un’ora e mezza provocando la felicità degli astanti, me compreso, e la sofferenza di Aki che trova l’unico conforto in un pezzo per armoniche a bocca, gravando sul mio senso di colpa per averlo trascinato in cotanto frastuono.

E ora, ancora un po’ di Tiersen in cuffia prima di chiudere gli occhi e affrontare la notte che mi porterà al principio della mia terza settimana tedesca.

Evasi, sotto la pioggia.

Albergo tipico nella Piccola Venezia

Sono da poco passate le 17 quando una strana compagine si avvia a visionare un appartamento nel distretto di Eselsberg, non lontano dalla sede di lavoro. Una delegazione internazionale formata da un cinese, un italiano, un armeno e un messicano, nella propria eterogeneità sembra la classica rappresentanza di una barzelletta.

Dopo aver constatato lo stato poco interessante dell’abitazione, salto su un autobus che mi traghetta verso il centro città, dove alle otto ho appuntamento con altri cinque o sei italiani per una serata fra “paisà”. Mancano ancora due ore all’appuntamento, tempo che sfrutto per qualche commissione e una cioccolata bianca nel bar italiano che avevo già visitato qualche tempo fa.

Girovago per la città, riempiendomi gli occhi delle vetrine natalizie e, per la prima volta, attraverso il ponte sul Danubio che porta a Neu-Ulm, la parte bavarese della città, sede del mercatino di Natale medievale.

In una piccola piazza, guidato dalle luci e dalle lanterne lungo il fiume, trovo un pezzo di mondo che sembra essersi fermato a secoli lontani. Il legno arde nei focolari, riscaldando saltimbanchi, musici e falconieri. Le bancarelle vendono vestiti e cibi tipici medievali, tranne le sempreverdi crepes con Nutella, alle quali si può però concedere volentieri una licenza poetica.

Alle otto meno qualche minuto sono al ristorante-pizzeria che è stato designato per la cena italiana. Arriva, alla spicciolata, una strana combriccola: il milanese padre di famiglia, dalla parlantina sciolta e dal brillante umorismo; la romana e il veneziano, due designer uniti non solo dal lavoro; l’ingegnerA informatica dal capello corvino, merce rara in un mondo di nerd; infine i due oriundi italo-tedeschi, una ragazza e un ragazzo nati in Germania da genitori italiani, che rispettivamente non possono nascondere un forte accento leccese e campano.

Fra aneddoti curiosi, battute, racconti e italianità assortite, la serata scorre via più che piacevolmente, fra persone che hanno deciso di scappare da un paese che, ora più che mai, mostra i propri limiti nella valorizzazione della propria forza lavoro.

Dopo la pizzeria, il classico drink/birra/whisky in un locale del centro, sotto una sottilissima pioggia che ha lavato via parte della sempiterna nebbia.

Siamo uno sparuto gruppo di italiani in un’azienda che impiega personale letteralmente da tutto il mondo, ma il numero e la qualità dei presenti non fa rimpiangere compagnie più numerose. Sperando di ripetere presto l’esperimento, impegni di vita permettendo.

E ora, che sia il caso di andare a dormire, dopo 20 ore da svegli?

Day 13: Ingranaggi ghiacciati?

La cittá addobbata per Natale

Oggi sono riuscito a visionare il primo appartamento da affittare: un bicamere di dimensioni pari a quello che avevo in Italia, accogliente e in buone condizioni, in un’ottima zona della cittá e pure molto economico per gli standard di Ulm. Tutto bene, quindi? Quasi. Il fatto che si trovi al quarto piano e che non esista un ascensore non giova; dopo quattro anni vissuti al terzo piano con la medesima assenza, mi sono reso conto di come a volte avere un ascensore sia una manna dal cielo. Trasportare per otto rampe di scale un televisore, un piccolo mobile o anche la spesa, magari con qualche PET, puó essere faticoso. L’assenza del garage, invece, é un problema relativo dato che tutt’intorno all’edificio si puó parcheggiare liberamente, previa esposizione del ticket concesso ai residenti. Comunque sia, é il primo che riesco a vedere, nel convulso mercato cittadino degli affitti, e ho tempo fino a lunedí per prendere una decisione. Direi che non ho cosí tanta fretta da buttarmi sul primo appartamento “carino” che visiono.

Passando ad altro, invece, pare che la prossima settimana riusciró a sgambettare su un campo da basket con alcuni colleghi e qualche autoctono. Devo solo procurarmi un apposito paio di scarpe, e sono pronto a scendere in campo nuovamente. Non vedo l’ora!

Nota a margine del giorno: le ferrovie tedesche, Deutsche Bahn, sono attualmente al centro di molte polemiche. I treni sono quasi sempre in perfetto orario, ma qualche volta sono in ritardo. In piú, pare che ci siano dei problemi con gli scambi, che tendono a ghiacciarsi; non sono ancora stati installati ovunque gli impianti di riscaldamento dei binari. Posso testimoniare a loro sfavore, effettivamente: fra le varie volte che mi sono spostato in treno, mi é successo di aver aspettato 4 (quattro) minuti un treno alla stazione di Ulm. La voce registrata si scusava coi gentili viaggiatori per il ritardo imperdonabile nella partenza, ma alla fine il treno é arrivato a destinazione a Monaco alle 11:30 in punto, come da tabella di marcia. Per me, italiano, la cosa aveva dell’incredibile, anzi ero grato a DB per essere in perfetto orario. Mi sarei accontentato anche di 5 minuti di ritardo, ma anche di 15, abituato come sono ai ritmi italiani. E invece i tedeschi sono piuttosto amareggiati e infastiditi da questo andazzo intollerabile. Come cambiano i punti di vista…

Day 12: AAA bilocale cercasi

Il mercatino di Natale

Questa mattina la città era stretta nella morsa del ghiaccio: alberi, cespugli e prati erano completamente bianchi, ricoperti da uno spesso strato di brina.

Arrivo in ufficio, vado alla macchinetta a riempirmi la tazza di caffé, chiacchiero un po’ con il line manager, e poco dopo cominciano ad arrivare le email dell’agenzia di relocatio con le offerte d’affitto. Siamo in dieci a cercare casa; tanti, infatti, eravamo la scorsa settimana alla presentazione dei nuovi arrivati a Ulm.

Sicché, dato che i colleghi d’ufficio erano particolarmente impegnati e non potevano seguirmi per il training, e avevo già finito di leggere praticamente tutta la documentazione, ho deciso dli dirigermi verso il centro città per qualche commissione e per vedere se qualche agenzia immobiliare poteva aiutarmi a velocizzare i tempi per trovare un appartamento. Lavorando su più fronti, ho pensato, dovrebbe essere più semplice.

Alla fine non ho combinato molto: l’agenzia di relocation può contare su molti affittuari e agenzie con cui hanno un rapporto diretto.

Parlando di dettagli, la media degli affitti è altina, se si vuole vivere non troppo lontano dal centro e dal posto di lavoro, perciò bisogna sacrificare qualcosa per ottenere un ragionevole compromesso. Inoltre c’è molta richiesta a Ulm in questo periodo, visto che il numero delle nuove assunzioni è altrettanto elevato. A rendere ancora più complicata la scelta, poi, alcuni landlord tedeschi non conoscono l’inglese, perciò esigono che i loro inquilini parlino un tedesco fluente. Con faccia tosta e un po’ di spavalderia mi butterò, e probabilmente prenderò pesciate in faccia.

A piedi nel parco

Torno verso il centro città passando per delle zone che ancora non avevo visto, fra giardini pubblici vestiti di rosso per l’autunno, scacchiere giganti ed edifici gotici.

Decido infine di prendere l’ultima botta di freddo gironzolando velocemente per il mercatino di Natale, che ha aperto i battenti lunedì scorso. A dir poco suggestiva la vista della città addobbata a festa, coi suoi stretti vicoli e le case medievali, fra la nebbia e le luci. Avrò comunque tempo per visitare il mercatino con più calma fino al 23 dicembre, giorno in cui volerò in Italia dopo cinque settimane di permanenza in Svevia.

Nota a pie’ di pagina di oggi: in Germania c’è una strana usanza per quanto riguarda i pagamenti periodici, dall’affitto all’assicurazione al contratto telefonico. Non si può disporre un bonifico a cadenza regolare o pagare cash, bensì bisogna dare al fornitore i dati del proprio conto in banca (numero di conto e di banca, Kontonummer e Bankleitzahl), e lui provvederà a verificarlo e prelevare il dovuto. L’utente, perlomeno, ha tempo un paio di mesi per contestare i prelievi che vengono effettuati.

Day 11: Little Italy

Nebbia e ghiaccio a Eselsberg, Ulm

Se scrivessi anche oggi la parola “nebbia” su questo blog, risulterei scontato? Probabilmente sì, ma la visuale oggi era estremamente limitata da un’intensa nebbia ghiacciata, perciò non vedo perché non dovrei menzionare l’agente atmosferico più presente nei miei dieci giorni in Svevia.

Fortunatamente per me, il resto della giornata ha nettamente riscaldato il mio animo, tutt’altro che nebbioso ma sicuramente infreddolito.

Nel primo pomeriggio, infatti, c’è stata la prima riunione con il line manager e un collega, dove si è definita una pianificazione di massima per le prossime settimane, incluse le persone a cui verrò affiancato e i compiti che dovrò svolgere in autonomia. Intravedo interessanti possibilità, staremo a vedere cosa succederà nelle prossime settimane.

Rinfrancato dal poter entrare nel vivo dell’azione, arriva la sorpresa pomeridiana: il recruiter inglese che mi aveva contattato per il colloquio iniziale, ricordandosi che mesi fa gli avevo accennato al fatto che giocavo a pallacanestro, mi mette in contatto con un altro collega italiano, anch’egli appassionato di questo sport, che sta cercando persone per qualche partitella fra amici. Chattando con quest’ultimo , inoltre, sono venuto a sapere che venerdì si è organizzata una cena fra i pochi italiani presenti in azienda, 7-8 persone, e vi sono stato invitato. Sarà un’occasione per allargare la cerchia di conoscenze e ammorbidire l’impatto con la terra straniera.

Con l’umore sopra la media, allora, vado alla nota a margine di oggi.

In Germania è praticamente obbligatoria, non per legge ma necessaria anche qualora si volesse prendere una casa in affitto, la cosiddetta assicurazione di responsabilità privata. Il costo non è esoso, si parla di una cinquantina abbondante di sonanti eurini all’anno, ma copre tutti i danni che si possono causare a persone e/o cose. Impatto con un pedone mentre passeggio distrattamente per la città e gli rompo gli occhiali? Se sono assicurato, nessun problema. Altrimenti mi tocca tirare fuori i soldi di tasca mia.

Day 10: Flexi time!

Venerdì scorso avevo scritto di essere uscito dall’ufficio più presto del solito, ma poi mi sono reso conto di non aver specificato per quale occulto meccanismo ero abilitato a farlo. Quel meccanismo non è fittizio ma esiste ufficialmente e porta il nome “flexitime”. Che significa?
Semplicente, fermo restando che, come ho già scritto, è illegale lavorare più di dieci ore al giorno in Germania, si è liberi di gestirsi le ore in ufficio come meglio si crede. Non solo si è perfettamente liberi di cominciare a qualsiasi ora, ma anche di finire a qualsiasi ora. Le ore lavorate in più rispetto alle normali otto ore giornaliere, obbligatorie per contratto, vanno a finire in un monte ore apposito, dal quale poi si devono attingere le ore da recuperare, riducendo quindi la lunghezza di altre giornate lavorative oppure prendendo dei giorni di permesso.
Ad esempio, la scorsa settimana ho lavorato 35 ore su 4 giorni, quindi ho già accumulato 3 ore di flexitime, che potrò usare a piacimento.
Ci sono delle piccole clausole, fra cui: 1) se si sta in ufficio più di sei ore, l’azienda considera automaticamente la pausa pranzo di 45 minuti (tradotto, vuole dire che di norma bisogna stare in ufficio 8 ore e 45 minuti, non si può saltare la pausa pranzo); 2) le ore del monte del flexitime devono essere consumate entro l’anno solare.

Insomma, un altro motivo per guardare al nuovo impiego con fiducia, nonostante le indubbie difficoltà iniziali dovute alla lingua differente e alla mole sterminata di documentazione da studiare. A tratti capita di sentire la mancanza di una chiacchierata con gli amici di sempre , ma con il passare del tempo e la presa di padronanza della lingua tedesca queste mancanze saranno meno sofferte.

Day 9: Noia?

Un giorno come un altro a Jungingen

Niente sveglia oggi, è domenica. Il corpo, però, poco prima delle nove si sentiva già riposato a sufficienza. La nebbia era ancora bassa su Jungingen e un controllo sulle attrazioni cittadine non dava molte opportunità. Con questa consapevolezza e ancora mezzo sbadigliante, mi sono diretto alla cucina dove un po’ di colazione casuale ha dato il via a una sonnecchiosa giornata casalinga: un po’ di pulizie, qualche modestissimo lavoro come il montaggio di una tendina per l’abbaino della camera, la preparazione di un pasto che potesse avere le sembianze di un pranzo domenicale. Una lunga videochiacchierata su Skype con gli amici rimasti in Italia, mentre la nebbia si alzava leggermente allargando l’orizzonte sui campi, e poi una rotolata sul letto fra un libro e una mail. Noioso? Assolutamente no: la noia non esiste, ma è uno stato mentale di inquietudine. Datemi una stanza buia, senza nulla dentro, e non mi annoierò: tutto quello che mi serve per combattere il tedio è dentro la mia testa.

 

Day 8: Stoccarda, finalmente

Il castello di Stoccarda

Il secondo sabato tedesco (sì, il tempo vola) è stato teatro di un’improvvisata. Io e Aki avevamo già in mente di visitare Stoccarda, ma ieri sera non avevamo pianificato nulla per oggi. Stamattina alle otto, orario normalmente impensabile per me al sabato, ma qui i ritmi si sono sconvolti, abbiamo deciso di volare alla stazione dei treni per tenere fede al nostro proposito.

Avevamo soltanto mezz’ora prima che il treno partisse, il tempo di farsi una doccia flash e partire, lancia in resta, alla volta della Hauptbahnhof. Al momento dell’acquisto del biglietto, la simpatica convenienza dei treni tedeschi mi risultava quantomeno sospetta: 31 (trentuno) euro per 5 (cinque) persone, comprensivo di trasferimenti in treno in tutto il Land (in questo caso il Baden-Wuerttenberg) e anche coi mezzi pubblici cittadini, in questo caso quelli di Stoccarda.

Il ragionevole sospetto si tramuta in tremenda verità quando saliamo sul treno: sembra un treno merci carico di bestiame umano, con persone sedute anche sugli scalini e i corridoi pieni di gente in piedi. Fortunatamente per noi il viaggio dura “soltanto” un’oretta.

Premessa: da qualche anno a questa parte la città suddetta mi aveva incuriosito. Sei o sette anni fa, infatti, avevo ricevuto una chiamata per un lavoro a Stuttgart, ma avevo rifiutato. Mi era però rimasta in mente questa città, che avevo udito essere in buona posizione geografica, e piena di cultura e di vita, con i suoi 600.000 abitanti. Ora, perciò, abitando a soli 80 km di distanza, era d’obbligo soddisfare la curiosità.

Appena il sovraffollato treno esce dalla conca che ospita Ulm il sole torna a splendere in cielo, e dietro di noi è ben visibile la cappa di nebbia appiccicata alla città.

Giunti a destinazione alla  stazione ferroviaria di Stoccarda, usciamo e cominciamo a portarci verso il centro della città, non distante.

Il Carl Zeiss Planetarium

Il primo impatto con la città è “ok, è carina ma non è Ulm”. Castelli, chiese, viali alberati, mercatini di Natale in allestimento, musei ad accesso promozionalmente gratuito. Ci sono un sacco di cose meritevoli da fare e da vedere, ma manca quella sensazione di “bomboniera” che la piccola Ulm è riuscita a darmi. E ci sono anche tutte quelle cose, assai meno belle, che le città più grandi possiedono rispetto alle cuginette minori. Una su tutte, l’accattonaggio.
Al museo d’arte moderna segno, tra gli altri, il nome di Otto Dix, pittore dei primi del ‘900 che mi ha affascinato con il suo stile a tratti inquietante.

A metà mattinata mi sono sentito in dovere di rinfrancarmi lo stomaco con un bicchiere (un boccale, in realtà!) di Gluehwein (una sorta di Vin Brulè) e un panino con Rostbratwurst.

La squadra Robin Wood occupa un albero

Girando per la città assistiamo a un sit-in di protesta contro il nuovo piano di rivalutazione della città, che a fronte di un investimento di un paio di miliardini dovrebbe radere al suolo un paio di parchi cittadini, abbattendo inoltre gli alberi pluricentenari che li popolano.

Infine, poco prima di lasciare Stuttgart, decidiamo di dirigerci verso il Carl Zeiss Planetarium per lo spettacolo principale. La mia deviazione per i planetari ha reso questa tappa assolutamente obbligatoria, ma devo ammettere che il planetarium del museo di storia naturale di New York era molto, ma molto, più spettacolare. Questo è il fratellino più piccolo, in cui lo spettacolo puro lascia il posto a una piacevole divulgazione scientifica. D’altra parte, anche il prezzo del biglietto è il fratellino minore.

Sul treno del ritorno riusciamo a strappare due posti a sedere, e dopo una mezz’ora di viaggio rivediamo la familiare nebbia che avevamo lasciato al mattino.

Day 7: Se il buongiorno si vede dal mattino…

Aspettando l'autobus all'alba

La sveglia suona impietosa: manca qualche minuto alle sette di mattina, ma ormai i ritmi vitali, sebbene sia trascorsa soltanto una settimana, sono nettamente diversi rispetto all’Italia. Albeggia ancora quando, dopo la consueta e sostanziosa colazione e l’altrettanto consueta doccia, mi porto verso la fermata dell’autobus. L’aria è frizzante, ma non punge come nei giorni precedenti. Le nuvole, colorate dal sole nascente, formano un motivo quasi marmorizzato in cielo.
Alla fermata dell’autobus arrivo per primo, dopo di me una ragazza che supera di slancio il metro e novanta, che mi saluta con un sorriso.  Dopo qualche minuto cominciano ad arrivare altre persone, e buona parte di loro saluta nonostante io sia un perfetto sconosciuto nel paese.  La giornata comincia bene, insomma, con un po’ di teutoniche buone maniere.

Entro nell’ecopalazzo, sono fra i primi in ufficio. Comincio a rovistare nel materiale a cui ho accesso, cerco di districarmi nella rete aziendale, tento di dirimere questioni logistiche quali l’attivazione del badge all’accesso ad alcune aree.

Poi, poco prima delle 12, come da tradizione consolidata, il pranzo a una delle mense presenti nel complesso. Dopo pranzo, visto che la giornata è splendida, il capoufficio propone una passeggiata intorno al parco, sotto il sole e immersi nella vegetazione.

Al ritorno alla poltrona avrò ad attendermi una buona dose di materiale da studiare: qualche ora di videocorsi sui sistemi in uso in azienda, che comincio avidamente a guardare alternando la posizione seduta a quella eretta, con l’aiuto della scrivania regolabile elettricamente in altezza.

E’ così che arrivano le quattro e un quarto, senza che neppure me ne accorga. Ed è l’ora in cui si alzano e mi salutano gli ultimi due rimasti in ufficio oltre a me, fra cui il capoufficio che mi ricorda che dovrei andare a casa e riposare, perché qui non si può lavorare più di dieci ore al giorno per legge.

Ed è così che mi avvio al mio secondo fine settimana tedesco, pensando che, con queste premesse, se il venerdì ha un sapore più dolce del consueto, anche il lunedì diventerà d’incanto meno traumatico.