Hotel California

Hotel California

Non mi fermo, e infatti eccomi qui a scrivere da una stanza, o per meglio dire da un loculo, di un albergo nel cuore di Londra.

La giornata completamente solitaria in ufficio non era cominciata sotto i migliori auspici: su Eselsberg, il distretto di Ulm dove si trovano i nostri uffici, si é abbattuta per tutta la mattina una furiosa bufera di neve. La speranza era che a Monaco, aeroporto designato per la partenza, la situazione fosse migliore.

Fortunatamente nel pomeriggio, dopo un pranzo liofilizzato causa chiusura mensa per ferie, i forti venti avevano spazzato il cielo restituendogli quel colore azzurro cosí raro in questa stagione.

Un Intercity mi ha portato rapidamente da Ulm alla stazione centrale di Monaco, ma non senza sofferenza a causa di due adorabili bimbi che dal sedile accanto producevano decibel come un mercato del pesce napoletano.

Per la prima volta ho deciso di azzardare a cambiare linea per arrivare all’aeroporto, ma il coraggio non é stato premiato. Il trenino che dichiarava di passare per l’aeroporto si é fermato in realtá a un non meglio precisato capolinea a circa una decina di chilometri dalla mia destinazione. Nulla che un taxi non potesse risolvere, fortunatamente.

Il bimotore EasyJet mi ha portato, in compagnia di umanitá varia e assortita e a tratti molesta, ad atterrare nella nebbia di Stansted, da dove il classico Express preso al volo ha avuto l’incombenza di farmi arrivare a Liverpool Street. Fra la folla di viaggiatori una discreta presenza di gruppi di giovani di ogni nazionalitá, pronti a festeggiare il capodanno.

Da Liverpool Street soltanto quattro fermate di metro (anzi, chiamiamola Tube altrimenti i londinesi si indispettiscono) per la pittoresca stazione di St Pancras, nei dintorni della quale si trova il mio hotel.

Mi ero quasi dimenticato dell’odore di umanitá e di vecchio che emana dai vagoni del Tube di Londra. Fa parte del fascino di una cittá che nonostante tutto riesce ancora a conservare la sua parte vecchia e quella generica sensazione di altri tempi, non solo negli edifici. Forse sporca a tratti e qualche volta fatiscente, ma viva.

Trovare l’albergo non é stato difficile: la scritta “Hotel California” era visibile poco distante dalla stazione. Salire in camera per le strettissime scale ricoperte di moquette, invece, é stato un po’ meno facile, cosí come lo sará farsi la doccia domattina, fra la tazza e il lavabo. Le dimensioni della singola che ho prenotato sono lillipuziane, ma non potevo aspettarmi molto di meglio per il prezzo che ho pagato, per una sistemazione nel cuore di Londra e per di piú con solo sette giorni di preavviso.

La fine. L’inizio.

Natale a Udine

Fine del 2011.

Ripercorro gli ultimi dodici mesi e mi diverto a giocare coi numeri.
Gli anni in fondo sono dei numeri su dei calendari, ma sono anche dei cicli. Stagioni che vanno e vengono e caldi e freddi che si alternano, almeno in questa parte dell’emisfero.

Il mio 2011 ha avuto un principio agitato e convulso, durante il quale vidi il termine di una delle poche cose in cui avevo riposto la mia fede; fede che a un certo punto stavo per perdere, per poi ritrovarla e infine vederla scivolare dalle mie mani.

Insieme a lei anche i miei obiettivi a breve, medio e lungo termine se ne andarono; dovetti rivedere e ripianificare la mia vita, senza sapere da che parte cominciare.

Era il 5 febbraio. Il 5 del 2 del 2011. Sto giocando con i numeri, dicevo, perció: 5+2+2+1+1 = 11. Numero undici.

Da quella data in poi brancolai in penombra per mesi, cercando luci perché avevo perso il sole, e per questo rincorrendo lampadine, torce e stelle lontane come una falena, scottandomi e scottando.

Partii per Londra, quasi in fuga, l’11 di marzo. Ancora undici. Il tiepido sole di marzo aveva cominciato a illuminare i miei pensieri, e la grande cittá inglese esercitó il suo fascino su di me.

Poco piú di due mesi dopo, infatti, vi tornai.
Era il 22 maggio quando la mia vita prese una direzione inaspettata grazie a un incontro casuale. Ventidue: due volte undici. Alloggiavo alla stanza numero 17 del Gateway Hotel a Clapham. Il Gateway, il cancello verso un’altra dimensione della mia vita.
Quel 22 maggio ricevetti un invito per la California.

Due mesi dopo, cosí, partii per attraversare gli oceani, affrontando il viaggio piú lungo della mia vita.
Il 22 luglio fu il mio primo giorno sulla costa Ovest; ho camminato sulle spiagge di Venice e Santa Monica, A Las Vegas ho alloggiato alla stanza 107 del piano 17 e ho visto uscire il numero 22 alla roulette, ho fatto jogging all’alba sulle colline intorno a Hollywood e Bel Air per poi correre sui tram di San Francisco e navigare sotto il Golden Gate.
Ho guidato da solo per migliaia di chilometri sulla route 66, nel deserto di tre stati americani, e infine mi sono fermato sul ciglio del Grand Canyon a contemplare l’immensitá della Natura e del suo lavoro di milioni di anni, i miei occhi e i miei pensieri vagando nello sconfinato silenzio dove solo gli avvoltoi e le aquile possono avventurarsi.

Quando atterrai nuovamente in Italia, il 3 agosto (3+8 = 11, per inciso), cominciai a capire, pungolato dalle persone che avevo conosciuto durante i miei viaggi, che avrei potuto provare a realizzare il mio sogno di sempre: emigrare per lavoro verso una nuova vita, una nuova esperienza, per mettermi alla prova e conoscere un altro pezzo di mondo.
Sí, avrei potuto farlo, se non avessi avuto paura. Se non mi fossi fermato.
Con una serenitá parzialmente ritrovata, allora, misi mano al CV in inglese e i primi contatti dall’estero cominciarono a bussare alla porta. Era fine agosto, e io non avevo fretta. In Italia avevo un lavoro che in fondo mi piaceva e che tanto mi aveva dato e tolto, ma dal quale non avrei piú tratto la crescita e le soddisfazioni che andavo cercando. Mi sentivo stretto, ma sapevo che avrei volato lontano, un giorno; lo sentivo, ma non sapevo quando né dove.

La mia scadenza ultima era Maggio 2012; speravo che avrei trovato il modo di andarmene entro quella data, ma non ne ero sicuro.

In quei lunghi mesi di alternanze fra buio e luce, da marzo a settembre, ho cercato almeno di non trascurare la cosa piú importante che avevo: le persone care, gli amici e la famiglia, che sono sempre stati lí per me, nei miei pochi alti e molti bassi.
Decisi di non addossare le colpe a nessuno, tranne che a me stesso, ma a un certo punto giunsi alla conclusione che fosse meglio perdonarmi. O almeno provarci.
A volte speravo ancora di ritrovare ció che avevo perso, ma cosí non fu.
Allora ho guardato dentro di me, ho scavato e ho affrontato le mie paure di sempre, cercando di capire l’origine dei miei punti deboli e quali fossero I miei reali desideri nella vita, e perché la fede mi avesse abbandonato.

Dipinsi traguardi, uno dopo l’altro, cercando di trovare il modo per realizzarli.

Dovevo affinare il mio inglese per poter sostenere agevolmente delle conversazioni di lavoro, e cosí per mesi mi esercitavo ovunque. In macchina, a casa, mentre pranzavo e la notte invece di dormire. Sono dannatamente esigente con me stesso anche quando si tratta di imparare le lingue, perché il linguaggio non é solo il mezzo attraverso il quale esprimiamo i pensieri: esso é la sostanza stessa di cui i pensieri sono fatti, perció quanto piú esso é semplice, tanto piú i concetti nella nostra testa si semplificano di conseguenza.
In questi mesi mi sono ricordato di come si fa a volere bene alle persone, anche se alle volte pungo come un riccio. Ho incontrato, approfondito, condiviso. Ho giocato a freesbee con degli sconosciuti in piazza a notte fonda; chiacchierando con amici nuovi e vecchi sono arrivato all’alba molte volte; ho fumato cubani annaffiati di ottimo gin in notti piene di salsedine e confessioni.

E poi la chiamata. I contatti, i colloqui telefonici.
Quanto tempo era passato? Beh, era l’inizio di settembre. 2011. Eravamo ancora lontani dall’autoimposta scadenza del maggio 2012 quando, l’11 settembre 2011, data infausta ma che per me acquisí un altro significato, fui chiamato per volare in Germania il 27 settembre e affrontare un colloquio di persona. Il 27, numero della rinascita e della rivalsa.
Il 7 di ottobre avevo in mano il contratto firmato mentre l’11, guarda caso, avrei dovuto volare ad Amsterdam per un altro colloquio, ma la decisione era giá presa. Mi ero lasciato guidare dalle sensazioni, che nonostante i rischi in ballo mi avevano mandato vibrazioni positive. Potevo finalmente trasferirmi in Germania e lavorare in un ambiente internazionale. Potevo ricominciare ad imparare, potevo vivere un’altra parte di mondo.

L’11 novembre 2011, quel fatidico 11/11/11, un bielica Lufthansa mi portó qui aggiungendo una significativa tappa al mio anno. Con un triplo undici. Gli appassionati di numerologia potrebbero sbizzarrirsi analizzando il mio 2011.

Per capodanno torneró a Londra per la terza volta, dove il cerchio aperto a marzo si chiuderá. Alloggeró – me ne sono accorto solo dopo aver prenotato – all’Hotel California.

A proposito di chiusure: una notte mi trovai a discutere dell’utilitá dei ringraziamenti con un collega. Io sostenni, e sostengo tuttora, che tante volte si ringrazia per dovere, ma che ringraziare con sinceritá non é un atto scontato nè inutile.
Per questo vorrei chiudere il 2011 ringraziando tutti quelli che mi stanno seguendo su questo blog; tutti quelli che ne hanno letto anche un solo post; tutti quelli che hanno bevuto una birra con me; quelli che hanno vagabondato con me nelle notti di primavera, d’estate e d’autunno; quelli che mi hanno aiutato e sostenuto; quelli che hanno gioito e sofferto con me; quelli che mi hanno regalato un sorriso; quelli che mi hanno offerto un’opportunitá; quelli che mi hanno offerto ospitalitá e quelli che mi hanno teso una mano.

Ma qual é il piú bel regalo che mi sono fatto quest’anno? Semplice: arrivare al principio del 2012 sapendo precisamente cosa voglio. Non voglio fermarmi finché avró fiato in corpo, e salteró su un aereo ogniqualvolta sará possibile. Niente rallentamenti e niente impedimenti. Se qualcuno vorrá affiancarmi dovrá volare con me: non c’é posto per la zavorra, nella mia valigia.

Che splendida avventura, la vita.

Mare al mattino

La copertina

Quasi per errore mi avvicino a quest’ultimo romanzo della Mazzantini, tradito da un acquisto one-click sul mio Kindle nuovo fiammante.
Anche un lettore come me, strenuo difensore della carta stampata e dell’inconfondibile sensazione che trasmette al tatto e all’olfatto, per motivi di comoditá ha deciso di provare l’inchiostro elettronico dell’eBook reader prodotto da Amazon. Leggero, pratico, in grado di archiviare migliaia di libri, dotato di un display che non affatica gli occhi neppure dopo ore di lettura, il Kindle é il perfetto compagno di viaggio per chi salta su e giú da treni e aerei, e non solo. Kindle consente anche di annotare i propri libri, di cercare le definizioni e le traduzioni delle parole, e di non perdere mai il segno. Davvero un oggettino da tenere sempre in tasca.
Durante il viaggio di ritorno verso la Germania, quindi, non é stato difficile terminare Mare al mattino, spietato racconto storico della scrittrice italiana dai natali dublinesi.
Lo stile é asciutto, secco, paratattico; la risultante segmentazione della prosa, talvolta, sembra in conflitto con l’intensa aggettivazione e con l’utilizzo ricorrente di metafore quasi shakespeariane per quantitá e romanticitá. Quasi shakespeariane, per l’appunto.
Sicuramente la scelta stilistica puó aiutare a creare un senso di ansia e sospensione nel lettore, ma la punteggiatura davvero scarna, lo stile colloquiale, i discorsi indiretti e i costrutti mai ricercati non sono riusciti a convincermi fino in fondo sulle doti di prosatrice della Mazzantini.
Ciononostante il tema trattato é di grande attualitá, e la scrittrice non risparmia i dettagli piú crudi dei drammi umani vissuti dagli immigranti italo-africani di tre diverse generazioni.
La risultante é di poco piú di un centinaio di pagine, attraverso le quali é facile correre e lasciarsi coinvolgere, venendo in contatto con nozioni storiche e sociali che ora piú che mai non sono scontate.
Investire un’ora del proprio tempo per la lettura di questo libro potrebbe non essere una scelta sbagliata, in un’epoca di grande incertezza e xenofobici tentativi di autoconservazione.

Ritorni

Un vecchio tramonto

Sono tornato a casa.
Dopo sei settimane in Germania finalmente a casa. Quarantacinque minuti di aereo mi fanno toccare il suolo italiano, che non é piú la mia patria o forse sí.
Come metto piede a terra comincia uno strano miscuglio di sensazioni: posso rivedere la mia famiglia, i miei amici, le persone care; la consapevolezza di non fermarmi per piú di quattro giorni, per qualche motivo, non mi turba particolarmente.
Mi godo il tramonto italiano passeggiando per le vie fra le quali sono cresciuto, giocando la parte del turista nella mia cittá.
Come a ogni festa italiana che si rispetti, le celebrazioni avvengono riscoprendo le abitudini alcooliche friulane in compagnia di persone che avrei voluto portare con me in valigia fino in Germania, inframmezzando degnamente con abbondanti cibi insieme a famiglia e amici, in un ritmo serrato che non rende dovuta giustizia alla mia necessitá di sonno ma nutre con abbondanza lo spirito pellegrino del viandante che sono diventato.
Gironzolo per i bar, i vicoli e i ristoranti che tante volte mi hanno visto passare, e sento questa terra vicina e nel contempo lontana, familiare eppure legata a un passato verso il quale forse, in un tempo ancora remoto, potrei voltarmi indietro.
Poi, quattro giorni dopo, il volo di ritorno verso la nuova patria, il lungo viaggio in treno, i distacchi e la malinconia nei confronti delle persone a cui voglio bene, lo sbarco nella umida e gelida Ulm e la corsa in taxi verso casa dove, sotto l’abbaino che dá sulla cintura di Orione, scrivo queste righe completando i pensieri che avevo abbozzato durante la breve permanenza in Italia.

Sono tornato a casa.

O, forse, non esiste una casa per me.
Forse le mie quattro mura sono racchiuse fra l’equatore, i poli e i tropici.
Allora con la mente fantastico sul mio prossimo volo, e capisco che la voglia di partire e di esplorare, e di rincorrere l’equatore, non si assopirá molto presto…

Italia: vizi e virtú

Oggi mi addentro in una modesta riflessione molesta in riferimento a questo articolo de Il Corriere.

Il tema centrale dell’articolo non é nulla di rivoluzionario, purtroppo, ma una semplice  conferma di quanto il salario medio italiano non sia cresciuto nell’ultima decade, ma anzi abbia perso di valore non riuscendo a tenere testa all’inflazione.

Un dato interessante, peró, é quello relativo agli stipendi nelle piccole e grandi aziende:

“L’Istat osserva che «i lavoratori dipendenti delle microimprese (meno di 10 addetti) percepiscono una retribuzione annua pro capite di 18,4 mila euro, il 65,6% di quella percepita in media dai dipendenti delle imprese con 250 addetti e oltre (28,1 mila euro). […] Le imprese con più di 250 dipendenti sono appena 3.502 su un totale di 4,3 milioni. Quelle con meno di 10 addetti 4,1 milioni. La dimensione media delle aziende italiane è di 3,9 addetti. Il valore aggiunto pro capite nelle microaziende è di 24 mila euro, in quelle con più di 250 dipendenti è invece di 60 mila euro. Eccolo il legame tra salari e produttività.”

La conclusione, basata su mere statistiche, é che chi lavora nelle grandi aziende non solo guadagna di piú, ma rende anche di piú.

In Italia é molto difficile far crescere un’azienda oltre una certa dimensione, a causa dei prelievi fiscali maggiori e dei minori sgravi. Come se non bastasse, a ció si aggiunhe un “maggior costo dei servizi pubblici e privati alle imprese: dai trasporti alla giustizia, dall’elettricità alla burocrazia”, nonché “un livello di istruzione della manodopera inferiore alla media dei Paesi Ocse e con una formazione spesso non in linea con le richieste delle imprese”.

Anche per questi motivi molti piccoli imprenditori non hanno nessuna intenzione di far crescere la propria azienda, ma la creano nella consapevolezza di farla nascere, vivere e morire con loro, spremendo i loro pochi dipendenti allo stremo, sperando di riuscire a raggiungere e poi mantenere la propria posizione benestante per un numero sufficiente di anni, infine traghettandosi in qualche modo verso la pensione.

Nel Belpaese, inoltre, manca anche una relazione fra retribuzione e produttivitá:

“[…]se i lavoratori, azienda per azienda, sanno che producendo di più guadagneranno di più, questo può innescare un comportamento virtuoso che farà crescere la produttività e quindi i salari». È un po’ quello che è successo in Germania e negli altri Paesi dove la contrattazione aziendale è sviluppata e c’è una maggiore partecipazione dei dipendenti ai risultati dell’impresa.”

Insomma, troppe volte l’azienda consegue risultati positivi dei quali il dipendente non beneficia.
Questione di mentalitá, di pigrizia, oppure anche i premi sono considerevolmente tassati?

Non sono io a possedere queste risposte, ma quello che so per certo é che ci sono troppe persone che intascano centinaia di migliaia di euro in modi piú o meno leciti, sfruttando dei dipendenti che, dopo anni di esperienza, percepiscono ancora un salario da apprendista (800-1000 euro al mese), possibilmente con contratti precari. Sono piccoli imprenditori che girano con auto di lusso e hanno un sedici metri attraccato in qualche darsena italiana, mentre la loro forza lavoro, che produce e tiene in piedi l’azienda, lotta ogni mese contro le bollette e gli affitti. Potrei raccontare storie capitate al sottoscritto e ad amici, colleghi e conoscenti, ma non vorrei vedermi recapitare a casa una querela per diffamazione. Perché chi toglie la dignitá agli altri é il primo a non possederne.

Per cercare sollievo, allora, non resta che guardare a chi sta peggio di noi: da quelli che dall’Africa si imbarcano sulle zattere della speranza, a quelli che in estremo oriente lavorano 14-16 ore al giorno per un piatto di minestra, o ancora, senza essere troppo estremisti, i nostri compagni greci che sono giá caduti.

Decisamente una magra consolazione in questo magro Natale italiano ma, del resto, certi aneddoti dalla nostra penisola ci fanno apparire come terzomondisti agli occhi del resto d’Europa.

Si puó discutere di Berlusconi, Monti, Prodi e dei sessant’anni di democrazia cristiana, e addossare alla banda di manigoldi scaldapoltrone che ci governa e al sistema tutte le colpe, ma se un imprenditore riscontra un miglioramento di fatturato rispetto all’anno precedente e non ridistribuisce parte dei profitti ai suoi dipendenti, non ha il diritto di lamentarsi.

Perché il sistema non funziona, questo é vero, ma troppo spesso ci si dimentica di farne parte.

I Dieci Tenori

The Ten Tenors

Non ero certo di quello che mi avrebbe aspettato ieri sera. Il concerto dei Ten Tenors, gruppo australiano composto appunto da dieci tenori, era un punto interrogativo ma le impressioni che avevo erano buone. Sapevo che nel loro repertorio c’erano anche, oltre a classici della lirica e canzoni popolari, molte hit della musica mondiale dagli anni sessanta a oggi. Non ero altrettanto sicuro, peró, che il mio finnico convivente, con il quale ormai sembra che io formi quasi una coppia di fatto, avrebbe gradito questa divagazione musicale lontana dai mondi della lirica e della classica.
Il concerto é cominciato in perfetto orario come da teutonica tradizione, con i dieci che hanno intonato tre o quattro pezzi classici piuttosto rilassati. Cominciavo a temere che il sonno prendesse il sopravvento, ma dopo la classica interpretazione di di “Stille Nacht” (click qui per il video), che naturalmente ha colpito nel segno con il pubblico tedesco in pieno spirito natalizio, e la folk song australiana Waltzing Matilda (click per il video) si sono aperte le “danze”: era il momento di un lungo medley (clicca qui per vederne un estratto) di successi anni ottanta e novanta, da “The Final Countdown” degli Europe a “Wake me up before you go-go” degli Wham, gestito con ironia e leggerezza.

Dopo questo punto, purtroppo, la security mi ha impedito di continuare con le riprese del concerto, perció non possiedo altre prove filmate.

Bohemian Rapsody dei Queen, magistralmente eseguita, ha fatto da preludio al gran finale che includeva un’interpretazione del Nessun Dorma che ha fatto spellare le mani al pubblico pagante, e che si é concluso con Hey Jude, durante la quale addirittura il mio finnico amico si é alzato in piedi insieme al resto della platea per oscillare le braccia a ritmo di musica, segno evidente del livello del gradimento degli spettatori.

Insomma, stavolta il risultato finale della soddisfazione per lo spettacolo é stato Italia 1 – Finlandia 1, un ottimo pareggio.

Senza rumore

Neve

Un post che non fa rumore questo, come la neve che è caduta incessantemente per tutto il giorno.

Potrei scrivere della cena di ieri, innaffiata da abbondante birra in occasione dell’addio a un ormai ex collega, che ho avuto modo di conoscere per un giorno soltanto. Della camminata solitaria verso la fermata dell’autobus, e del paesaggio quasi lunare delle silenziose colline ammantate di bianco che mi scorreva a fianco durante il viaggio.

E invece lascio lo spazio alle foto che raccontano, approssimativamente, la mia serata di ieri.

La porta è alta 1.75m. E il soffitto? Ho dovuto entrare in ginocchio in questo locale...
Decorazioni nel Fischerviertel
Fiocchi di luce
La stazione dei treni

Enter the Arena: Ul-ma! Ul-ma!

Ratiopharm Ulm vs Göttingen

Un sabato cominciato da bravo ragazzo, con sveglia alle 8:30 per andare con Aki alle Waschmaschine per il bucato settimanale, come scrivevo nel post di ieri.

Lottando contro stanchezza e mal di testa sono riuscito a trascinarmi fino a sera per la mia prima presenza, rullo di tamburi, alla Ratiopharm Arena, casa della squadra di basket della cittá di Ulm: la Ratiopharm, in seconda posizione in Bundesliga.

La partita non era certamente fra quelle considerate “di cartello”, dato che l’avversaria era la squadra di Göttingen, che derelitta naviga nel limo della bassa classifica dal basso della penultima posizione. Il poco appeal del Göttingen, in compenso, mi ha permesso di trovare – seppur a fatica – un paio di biglietti per la partita, mentre quelli per le restanti gare da qui a fine gennaio sono esauriti.

Giá questo i suggeriva l’attaccamento degli ulmesi alla loro squadra di basket, ma non avrei potuto immaginare lo spettacolo a cui avrei assistito.

Per cominciare, ci sono voluti tre quarti d’ora in auto per raggiungere l’arena. La distanza da coprire era esigua, appena 6-7km da Jungingen a Neu-Ulm, ma il traffico era completamente congestionato. Poco prima delle sette riusciamo ad entrare e a prendere posto, giusto in tempo per la presentazione delle squadre che avviene in stile quasi americano, in un palazzetto gremito, in ogni suo angolo, di un pubblico calorosissimo.

All’urlo di (suppongo) “Ul-ma! Ul-ma!” i componenti della squadra locale entrano in campo a uno a uno, annunciati dalla verve dello speaker che scalda i tifosi ancora di piú.

Il resto é storia sportiva, con Ulm che deve rincorrere i viola di Göttingen fin dall’inizio per colpa di un approccio mentale poco concentrato. Capita, quando si affrontano squadre sulla carta piú deboli. Per fortuna nostra, la gara vuole regalarci delle emozioni e infatti, dopo tre quarti e mezzo a inseguire, Ulm impatta e con un paio di zampate dei due americani di turno mette al sicuro il risultato.

É ora di festeggiare non solo per i giocatori ma anche per il pubblico, che si trattiene nell’arena a lungo dopo la fine della gara per salutare adeguatamente i propri beniamini.

Chi avrebbe mai detto che a Ulm avrei trovato un tale attaccamento ai colori della squadra di basket locale? E che quei colori siano gli stessi della (ormai ex) squadra di Udine, con il tipico arancione nella stessa tonalitá? Che sia un segno di continuitá con il mio passato?

Public relations, small pigs, and the last Beck’s

Timidamente, neve

Ieri, venerdì, una lunga e ansiosa settimana volgeva al termine, e il clima pareva volerla chiudere onorandola: piogge torrenziali e raffiche di vento sufficientemente forti da sfasciare l’ombrello che mi era stato gentilmente prestato da Aki.
Alla fine della giornata era il momento di decidere se unirsi o meno a party natalizio aziendale. L’idea di prendere l’autobus, inzuppandomi completamente nell’attesa alla fermata, per arrivare alla festa bagnato come un pulcino pelato di un quintale, non stuzzicava il mio morale già altalenante. Poi, però, in maniera piuttosto casuale, ho rimediato un passaggio pur senza sapere in che modo sarei tornato indietro e a che ora, ma è stata una fortuna, perché il resto della serata – che poi è diventata nottata – è trascorso chiacchierando con persone provenienti da tutto il mondo. Parlando con una sudcoreana ho scoperto che i suoi ritmi di lavoro a Seoul erano forsennati e l’organizzazione della sua ex azienda, una famosa multinazionale tecnologica sulla cresta dell’onda, era pressoché militare: sveglia alle 5:30, un’ora abbondante di mezzi pubblici per arrivare in ufficio verso le 7, dove restava tempo per un riposino e un po’ di colazione, e poi sotto con il lavoro, indefessamente fino a sera inoltrata. Ritorno a casa in tarda serata, pronti per ricominciare un’altra alienante giornata. A suo dire, poi, la tipica timidezza che noi occidentali possiamo associare, nella nostra generica ignoranza sull’argomento, ad alcune popolazioni dell’estremo oriente, deriva dal fatto che in Sud Korea, ad esempio, la persona media difficilmente osa e rischia, e difficilmente si sbilancia. Rischiare significa infatti mettere in preventivo la possibilità di un fallimento, ma se il fallimento è percepito socialmente come inammissibile, si preferisce far restare il proprio profilo più basso piuttosto che rischiare di accollarsi un’onta.

Dopo un po’ di chiacchiere e qualche calice di vino – e in questo bisogna rendere onore alla suddetta coreana, che beveva vino rosso con disinvoltura e in quantità non indifferenti nonostante le sue dimensioni ridotte – uno strano quartetto composto da un friulano adottivo, un cinquantenne tedesco che ne dimostrava parecchi di meno e ha dovuto mostrarmi un documento per convincermi della sua età, un oriundo italo-tedesco e una messicana con la passione per l’astrofisica, si stacca dalla festa e dirige verso il centro per tenere fede a una legge non scritta del bon-ton italiano: la famigerata usanza del “bere l’ultima”.

Le ore scorrono via veloci e piacevolissime, e presto i nostri fisici cominciano a suggerirci di ripiegare verso casa.

In definitiva, tirando le somme della serata, è un bene che la mia pigrizia non abbia preso il sopravvento: non capita spesso di poter confrontarsi con persone provenienti da ogni parte del globo, peraltro tutte di mentalità sufficientemente aperta da poter intavolare discussioni interessanti.

Un piccolo prezzo da pagare, però, c’è: il mal di testa che oggi mi accompagna da quando mi sono svegliato per andare, sotto la neve, a fare il bucato settimanale alle Waschmaschine, rito consolidato finché la mia lavatrice non mi raggiungerà. Quella dannata ultima Beck’s…

Curiosità del giorno: forse non tutti sanno che in finlandese non esistono preposizioni. Come fare, quindi, per esprimere i più comuni complementi? Semplice: usando i casi e le declinazioni come in latino e in tedesco. Il punto è che il latino ha sei casi, il  tedesco ne ha quattro, ma il finlandese, mancando di preposizioni,  ne ha quattordici!

Bonus: l’equivalente della nostra “figata” italiana, “cool” in inglese se si vuole, in finlandese è letteralmente: “bella/o come un porco” (sika kaunis). E il rafforzativo è “bella/o come un porco da piccolo” (kaunis sika pienene)!

E ora stacco e vado a prepararmi per la partita di stasera: Ratiopharm Ulm vs Goettingen, basketball Bundesliga!

Nuvole bianche

Nubi

Cambia il luogo, cambia la lingua, cambiano le persone, ma la vita non può cambiare. La sostanza è sempre uguale a se stessa ovunque si vada, sempre pronta a essere affrontata allo stesso modo.
In fondo sono solo i punti di vista a cambiare, come cambia il cielo sotto cui si alza il naso in queste fredde notti d’inverno. E’ lo stesso cielo, ma ne osserviamo una porzione diversa a seconda della posizione geografica. Cambiano le costellazioni e la loro posizione in cielo: alcune scompaiono e altre appaiono, altre si levano dal perenne orizzonte in cui sono confinate in altri luoghi, altre ancora infine declinano dallo zenith e si fanno silenziosamente da parte. E’ allora che molti valori si relativizzano, e si comprende che alcune delle verità assolute erano soltanto abitudini abilmente camuffate per amor di stabilità.
Ma ovunque tu sia, il vento ha lo stesso suono e le nuvole hanno lo stesso volto.
Capita allora di sedersi di fronte a uno schermo e cominciare a ticchettare i polpastrelli sui tasti, forse senza avere nulla da dire ma solo per il desiderio di lasciar fluire le emozioni sul foglio virtuale dove i pensieri prendono una forma pressappoco compiuta.
La vita, quindi, non può cambiare: resta sempre terribilmente degna di essere vissuta.

Il mio post scriptum, oggi, riguarda ancora le chiavi di ricerca usate per arrivare fin qui. Oggi tocca a “Non voler seguire le orme del padre”. Come qualcuno sia arrivato al mio blog inserendo una simile chiave su google mi risulta ancora una volta incomprensibile…