Il nonno di Heidi

Cavalli dietro casa

Le palestre in Germania sono state costruite dal nonno di Heidi, mi suggeriscono voci dall’Italia dopo averne visto le foto. I muri interni ricoperti di perlinato ne sono ovvia testimonianza, anche se devo riconoscere che finora il campione statistico esaminato é piuttosto ridotto: appena due palestre su ennemilioni.

Tutto ció per dire che sabato sera ho esordito, fortunatamente con una vittoria, in Bezirksliga insieme alla squadra del paese in cui abito (temporaneamente?).

Caricare la borsa in macchina e macinare una cinquantina di chilometri per andare in una palestra in un paese della bassa Germania mi ha fatto tornare per una sera alle consuetudini italiane, dove il mio fine settimana é stato caratterizzato per decenni dalla presenza del regolare appuntamento cestistico.

C’é voluto qualche minuto per abituarmi alla nuova squadra e ai fiscalissimi arbitri, per i quali qualunque contatto dubbio era da considerarsi fallo (nota: da verificare se si trattasse di un caso fortuito oppure di un imprinting delle leghe minori teutoniche), ma poi l’abitudine al linguaggio internazionale della palla a spicchi é riemersa.

Al termine della partita ritorno a Jungingen e tappa a casa per riportare la borsa con i cadaveri delle scarpe e della divisa da gioco, dopodiché ritrovo con altri cinque o sei compagni di squadra alla palestra del paese dove era in svolgimento la Jahresfeier, cioé la festa annuale della societá polisportiva.

La palestra coi muri di legno per l’occasione era stata riempita di panche di legno e tavoli di legno, sicché la mia testa di legno si é sentita perfettamente a proprio agio fra cibo, bevande, giochi e compagnia, per ripartire non solo nello sport, ma anche in tutto ció che vi gravita intorno a partire dalle interazioni sociali.
E cominciare a biascicare qualche frasetta nella lingua locale, nonché entrare in contatto con le prime forme dialettali.

Dio non è amore; Dio è l’amore.

La copertina

“L’ultimo testamento della sacra bibbia” è un altro romanzo d’impatto per James Frey.

L’autore di “In un milione di piccoli pezzi”, nel consueto stile secco e colloquiale, immagina l’apparizione di una sorta di Messia ai giorni nostri. Si diverte a giocare coi parallelismi fra l’oggi e l’allora, fra le avventure di Ben Zion e il profeta comunemente conosciuto come Gesù Cristo.

Le persone che Ben Zion incontra nella sua vita sono molte, e ognuna di loro racconta la propria storia, il proprio incontro con Ben e come esso ha cambiato la loro vita.

“Non pensavo a niente, solo che amavo quelle persone. Questo era tutto ciò che importava. Che eravamo tutti esseri umani e amavamo altri esseri umani. E questo è Dio. Non un ridicolo vecchio con la barba e la tunica seduto su un trono dorato fra le nuvole. Non un uomo collerico che sa tutto e dice cosa è giusto e cosa è sbagliato. Non un vecchio in Italia che dice cose insensate, o un matto in Sudamerica che giudica tutti. Non un tale in Pakistan convinto di avere il diritto di uccidere, o un tale in Israele convinto di avere il diritto di opprimere. Dio non è una persona o un uomo e neppure un essere di qualche genere. Dio è amare altri esseri umani. Dio è trattare tutti quelli che incontri come se li amassi. Dio è dimenticare che siamo tutti diversi e amarci a vicenda come fossimo tutti uguali. Dio è quello che senti quando c’è amore nel tuo cuore. E’ una sensazione straordinaria. Ed è il vero Dio. L’unico vero Dio.”

Ben porta un messaggio d’amore totale, assoluto, un messaggio sempre attuale ma mai davvero recepito dall’umanità. Lo stesso messaggio che un altro uomo forse portò sulla Terra 2012 anni fa, e che nessuno ricorda più. Perché troppe di quelle persone che si definiscono religiose covano rancore, odio nei confronti di chi è diverso o viene da una parte diversa del mondo.
Disprezzo e nella migliore delle ipotesi commiserazione per chi non la pensa come loro, sebbene Ben Zion dica l’esatto contrario.
Perché Ben non predica, Ben parla.
Ben non vuole convincere nessuno; Ben semplicemente parla, domanda, guarda dentro.
Ben ama e non chiede nulla in cambio, non chiede di adorare qualcosa che non si è mai visto, che nessuno ha mai visto o sentito.  Secondo lui si deve adorare la vita su questa terra perché è tutto quello che abbiamo.

“Perché mi ami? Non mi conosci.”
“Per amare bisogna conoscere se stessi, non gli altri.”

Il messaggio di Ben è terribilmente semplice, eppure così spaventoso per le masse e le autorità costituite, e anche per questo così incompreso.

Probabilmente molte persone additeranno questo romanzo come sovversivo, e malato, e sacrilego, dimostrando così ancora di non comprendere il vero messaggio che vi sta alla base. Sì, è vero, Frey massacra le religioni e i culti. Egli dice che la vita, non la morte, è il vero mistero che dobbiamo affrontare, e che le religioni sono nate per esercitare il controllo sugli uomini. Se soltanto alcuni uomini potevano dichiarare di essere in contatto con Dio, essi detenevano il potere. Si facevano portatori della parola di Dio che, guarda caso, coincideva con le loro volontà. Concetti difficili da digerire? Può essere, ma sappiamo che Frey non usa mezzi termini, mai, e mette sempre alla prova lo stomaco e la mente.

Bel colpo, James. Forse il tuo romanzo non è integralmente condivisibile in ogni sua parte, ma sei riuscito nell’intento di suscitare delle riflessioni, e tanto basta.

Mi sono ricordato

Faith renewed

Mi sono ricordato di non dimenticarmi.
Scontato? No. Non è difficile dimenticarsi di se stessi e convincersi che si ha bisogno di altro. Siamo perfettamente in grado di mentire a noi stessi per lungo tempo. C’è chi effettivamente lo fa per una vita intera, senza mai abdicare al  trono solitario del proprio teatrino.

Poi erano le 11 e 11 minuti e mi ha fatto leggere quello che ha scritto un anno fa, dove citava Kill Bill e non poteva sapere che un anno dopo avrei indossato una maglietta di Kill Bill che di solito non indosso mai.

Il giorno prima mi aveva mandato la mail delle 17 e 17 ma non lo sapeva, e il giorno dopo aveva pubblicato qualcosa che ha cominciato a risuonare prima lentamente poi a ondate nei rimasugli del mio cervello. Bum bum bum.

Avanti e indietro come un coro all’alba, sempre più forte.

I numeri non contano e sono soltanto condimento, un dressing ipocalorico senza crauti per una volta.
Ma la mia voce d’un tratto mi ha sussurrato all’orecchio.
Ti ricordi dove avevi lasciato i tuoi sogni?
Ti ricordi che volevi un ruolo da soldato in una guerra e non essere il leader in una gabbia?

Incontri casuali, mi dicono che il caso non esiste, io non lo so ma dannazione sembra che gli incontri avvengano al momento in cui devono avvenire. Non un mese prima, non un mese dopo.

Un anno di incontri randagi che mi hanno insegnato ad annusare i pesticidi di cui ero  cosparso, e che ora senza volere mi hanno forse offerto la chiave sotto forma di un pensiero involontario dolcemente naufragato nel mio subconscio.

Una lettera rubata – Dai un appuntamento a una ragazza che legge

Snow and moonbeams

Per una volta riporto una lettera che é stata pubblicata su un altro blog, e che mi é piaciuta moltissimo.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge.

Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri.

Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.

Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.

Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.

Offrile un’altra tazza di caffè.

Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.

E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.

Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.

Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo.

Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe. Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.

Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono. Eccetto che nella serie di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.

Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre vi guardate su Skype.

Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora non si sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.

O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive.

Rosemarie Urquico

Basket e chiacchiere da sala macchine

Everything's white

Domenica di casa e sport. Al mattino pulizie di casa dopo il sabato trascorso fra ufficio e lavanderia, e al pomeriggio, dopo che la neve era tornata pioggia riportando il verde sui prati, mi sono incamminato verso la palestra di Jungingen, dove la mia futura squadra di basket avrebbe disputato la prima partita dell’anno. Purtroppo sono stato costretto in tribuna dalla burocrazia italiana: mentre i tedeschi erano già pronti lunedì scorso, dopo appena un giorno, i tempi italiani sono un po’ più lunghi, cosicché per la consegna di un nullaosta la federazione pallacanestro stima dieci giorni.

Prima della partita maschile, però, c’era quella femminile, perché in paese pare ci siano due squadre, che giocano nelle stesse giornate agevolando l’organizzazione, che è la stessa.

Essere costretto in tribuna è una delle cose più tristi per un giocatore: ci si sente inermi e inutili mentre i propri compagni lottano in campo.

Ad ogni modo una giornata di questo tipo non può che fare bene. Si respira aria diversa da quella del lavoro, un’aria più informale e fatta di coetanei, accomunati da una passione e non da un cartellino da timbrare. E poi si scopre che quella che al mattino incontri alla fermata dell’autobus milita nella squadra femminile, e allora da sconosciuto in un piccolo paesino cominci forse a poter avere un’identità, evolvendoti verso lo status di “straniero che gioca a basket”.

Stavo accennando all’ufficio, ma anche in quel caso non mi posso lamentare delle frequentazioni e dell’ambiente, la cui impronta generale è amichevole e informale anch’essa.
Ogni tanto si riesce a passare qualche ora piacevole in compagnia di italiani, cercando di importare dei piccoli riti come l’aperitivo, concetto decisamente sconosciuto in terra germanica (sento già i friulani scaldarsi e imprecare per questa grave mancanza).
Poi, mentre in sala macchine al sabato mattina si aspetta che i server finiscano il loro lavoro, si chiacchiera e si scopre che il proprio compagno di scrivania condivide i propri autori preferiti, e ci si ripromette di tornare sull’argomento dietro un boccale di birra.

Nulla di sconvolgente, certamente. Soltanto constatazioni sulla progressione della vita ulmese, nettamente piacevole e sulla quale, si spera, questa settimana potrei avere delle conferme quasi definitive.

Mezza settimana

Over a sea of fog

Mittwoch, mercoledí in tedesco, letteralmente la metá della settimana.

Le stelle sembrano affilatissime schegge di ghiaccio incastrate nel buio, stasera.
Dalle cuffie proviene della musica, ma ci sono delle note che continuano a suonare in me anche quando il lettore mp3 é spento; l’effetto di una serata a base di sport e compagnia é internazionalmente riconosciuto come una delle migliori panacee.
Il cielo resta immobile mentre le case dal ripido spiovente scorrono alla mia destra e alla mia sinistra, l’erba quasi nascosta da uno strato sottile di gelido bianco.
Il freddo abbassa i livelli energetici della nube elettronica e i pensieri si fanno piú limpidi. Ricordo allora che l’unico modo per inciampare é restare intrappolato nel passato e temere il futuro, e che nessuna delle due cose ha senso.
Ci sono accadimenti sui quali non abbiamo potere e che perció siamo chiamati ad accettare, mentre gli altri sono frutto di scelte nostre, consce o inconsce, che abbiamo preso in quanto ritenevamo che fossero giuste in quel preciso istante, oppure non eravamo in grado di agire altrimenti, spesso per nostri limiti. Capirne i motivi é l’unica cosa che non solo é possibile, ma anche doveroso, fare.
Preoccuparsi di ció che potenzialmente potrebbe accadere, poi, non ha ugualmente alcun senso: se non dovesse accadere, infatti, avremmo sprecato della buona preoccupazione per nulla!
Vivere nel presente, che é sempre in grado di offrire cosí tanto, ricordando il passato e pianificando il futuro, senza che nessuno dei due diventi trappola: questo é il mantra.

Vagabondi, palle a spicchi e sono già due mesi


La luna sul Münster

Questo post era stato scritto, cancellato, riscritto. E poi quasi pubblicato, poi fermato, ripianificato, poi fermato ancora.

Doveva essere una piccola e modestissima pietra miliare, posta sul Web l’11 gennaio 2012, ossia a due mesi esatti dal mio arrivo oltralpe. E invece é tornato indietro e si é ripiegato su se stesso, dietro ai timori e alle incertezze. É ripartito da zero, da una pagina disperatamente bianca in fondo a un fine settimana a ritmo di lombrico, senza nulla togliere al simpatico anellide amico d’infanzia.

Adesso, peró, le dita sono partite a seguire la mente in una corsa che non so dove porterá, e a questo punto non deve interessarmi. Troppe volte durante la stesura di questo post mi sono chiesto se fosse troppo intimistico, troppo noioso, troppo autocelebrativo, troppo o troppo poco. E l’ho lasciato qui a maturare e marcire, sedimentato come limo in fondo al fiume della mia esistenza, della quale sto condividendo alcuni passi con molte piú persone di quanto avrei pensato possibile. Il blog come diario online come spioncino sul mio mondo interno ed esterno, piccolo foro attraverso il quale alcune persone che non mi conoscevano hanno guardato, e ne sono felice perché ne sono nati scambi di idee, esperienze e sensazioni con gente che non é gente ma ha nomi e cognomi, gente nuova e gente vecchia, gente che non conoscevo e gente che conosco da una vita, viandanti e casalinghe. Gente con cui sarebbe bello sorseggiare una, due, diverse birre mentre si chiacchiera del mondo.

Il blog anche come cordone ombelicale ancorato a una realtá che é ancora mia, incontestabilmente. Tuttavia in questi giorni é spuntata una sensazione diversa. Gli ingranaggi cominciano a muoversi, a oliarsi; dimostrano che il meccanismo puó funzionare. In ufficio comincio ad entrare nel vivo del lavoro e ad assumere le giuste responsabilitá, pur con le difficoltá legate alle dimensioni enormi dell’azienda e della struttura (solo capire chi deve fare cosa é una sfida, a volte). Fuori dall’ufficio ho cominciato a sgambettare su un campo da basket con una squadra che mi ha accolto a braccia aperte e con la quale, pare, affronteró la seconda parte del campionato.
Tutto bene, quindi? Sí, ma piuttosto irrazionalmente é come se il mio cervello si accorgesse che ogni passo mosso in avanti mi stacca sempre piú dalla vecchia vita, da tutte le persone da cui é difficile separarsi. É come se gli impulsi elettrici mi facessero preoccupare di giungere a un punto in cui non saró né qui né lá. Mi troveró in mezzo e non avró patria, non avró humus, non avró vera vita.

Fortunatamente c’é tutta un’altra parte di testa che crede fortemente che ció non accadrá. Troveró finalmente una sistemazione definitiva, potró muovermi piú liberamente e dare ospitalitá, potró tornare a qualcosa di somigliante alla mia vecchia routine, ma a 600km di distanza. Verrá il giorno in cui prenderó una confidenza sufficiente con la lingua straniera da potermi gettare in discussioni quasi pari a quelle in madrelingua, ma allo stesso tempo continueró a discorrere amabilmente e meno amabilmente in italiano con le vecchie conoscenze, che non possono andare dimenticate grazie a una mera legge fisica. Nel frattempo non mi resta che lottare e lavorare duro perché tutto vada come deve.

Ci sono giorni in cui bastano due pensieri sbagliati messi in fila per demolire l’umore, e altri in cui sono in grado di sopportare qualunque cosa. Fortunatamente i giorni del primo tipo si contano sulle dita di una mano incompleta, per ora, ma altri ne verranno cosí come altre soddisfazioni sono in arrivo.

In definitiva si arriva alla fine di un post come questo e lo si rilegge per controllare eventuali errori ortografici o di battitura, ma niente piú. Si clicca su “Post” e si pubblica, senza piú pensarci per giorni e giorni.

Questo é quello che avevo da dire, e non avrebbe avuto senso filtrarlo esageratamente attraverso il setaccio dei timori.

Buonanotte con la stupida canzone della buonanotte di stasera.

P.S. Fra due settimane saró di nuovo in Italia per un lungo weekend, e chissá che non riesca ad abbracciare tutti di nuovo prima di ripartire.

Monaco

Rathaus-Glockenspiel

Domenica scorsa la malsana idea di alzarmi all’alba per portare le gelide terga a Monaco di Baviera si é impossessata di me, o sarebbe meglio dire di noi.

Io e il mio finnico compare eravamo in possesso di due biglietti per una partita di Hockey su ghiaccio a Monaco. Era una partita di DEL, la prima lega federale di questo sport, e sebbene non ne sia un appassionato mi sono lasciato trascinare in questa nuova esperienza dal nordico coinquilino. Essendo la gara nel pomeriggio, perció, quale migliore occasione per approfittare della giornata per una gita fuori porta e un ritorno a Monaco, dopo anni dall’ultima volta (della quale peraltro ho ricordi tutt’altro che felici) in cui ho passeggiato per il centro storico? E quale miglior orario per partire della mattina presto, quando anche i galli sono stati svegliati da due imbecilli che camminavano tremebondi in mezzo al nevischio ulmese? La speranza di questi due soggetti era di trovare a Monaco non uno spiraglio di sole, ma anche solo una breve tregua nelle precipitazioni.

Doccione nel cortile del municipio

Quasi due ore di tranquillo treno regionale per arrivare alla stazione centrale e da lí riprendere il cammino, ancora mezzo addormentato e infreddolito, verso il centro della cittá. Contrariamente al solito stavolta non mi ero assolutamente informato sulla cittá, fidandomi dei vaghi ricordi che avevo e del prode GPS del cellulare.

Arrivare a Marienplatz sotto il nevischio sottile e bastardo non é stato difficile, fisicamente, come non lo é stato trovare rifugio da Ritschart per una cioccolata calda poco dopo che il Glockenspiel, l’orologio animato del municipio, aveva intrattenuto la folla di inumiditi turisti con il suo consueto spettacolo musicale animato.

Spielzeug Museum

Sotto leggere docce di nevischio i due hanno proseguito il loro tour cittadino visitando il museo dei giocattoli (il sottoscritto é affascinato dai giocattoli antichi, testimonianti non solo un’epoca ma anche una cultura differente e remota), diverse chiese e, per rifocillarsi degnamente, la Hofbräuhaus, secondo errore della giornata.

Se il primo errore é stato rinunciare al sonno per buttarsi sotto un cielo impietoso, l’idea di pasteggiare in uno dei luoghi piú caratteristici e per questo turistici di tutta Monaco ha avuto l’effetto di svuotare il portafogli senza riempire parimenti lo stomaco.

Statua nei pressi di Marienplatz

Messa la tacca e insieme la croce sulla HB, era quasi tempo di dirigersi verso l’Eishallee per i preparativi della partita, e anche se eravamo un po’ in anticipo non avremmo voluto restare a vagabondare sotto l’impalpabile precipitazione atmosferica monegasca.

L’Eishalle, sita fra l’avveniristico design del BMW Zentrum e l’Olympiastadion, ex (grazie Penny per la precisazione) campo casalingo del Bayern München, é una struttura piuttosto grande, che puó contenere oltre seimila spettatori. Essendo un palazzo del ghiaccio, chiaramente, come potevo aspettarmi una temperatura mite? Altre due ore e mezzo di freddo, quindi, in mezzo a quasi quattromila persone in pieno delirio per le gesta dei propri beniamini pattinanti.

Face-off

Fortunatamente il finnico collega ha avuto la bontá di spiegarmi qualche regola base dell’hockey, permettendomi di comprendere almeno le azioni principali. Incredibile la partecipazione dei monegaschi a uno sport considerato “minore”, e incredibile anche la libera vendita di birra e vin brulé all’interno dello stadio durante la partita: come mai in Germania non hanno ancora vietato la distribuzione di alcolici negli stadi, al contrario dell’Italia?

Tra un face-off e una sportellata sul plexiglas, la squadra di Monaco perde 4-2 lasciando l’amaro in bocca ai tifosi locali, che mestamente lasciano il palazzo per finire pigiati nella metro insieme a noi, diretti alla stazione centrale verso la lunga e sonnolenta via del ritorno.

In un milione di piccoli pezzi

In un milione di piccoli pezzi

Il titolo di questo post é il titolo di un libro di James Frey, autore che ha suscitato un sacco di polemiche negli USA proprio con questo romanzo autobiografico, che tratta del tentativo di disintossicazione di un ragazzo ventitreenne dipendente da alcool e droghe. Il ragazzo in questione dovrebbe essere l’autore stesso, anche se in seguito si é scoperto che, al contrario di ció che era stato asserito inizialmente, la narrazione non era veritiera in ogni sua parte.

La mia opinione é che in questi casi il vero sia solo un corollario al teorema espresso dal libro, che scorre via senza intoppi nel suo stile quasi epilettico, cosí spezzettato e rabbioso e disperato.

La relativa semplicitá del lessico e delle costruzioni non nasconde un sapiente lavoro di costruzione, o ricostruzione, dell’intreccio, costellato di numerosi flashback. Semplice, ma non banale, é lo stile di Frey.

Contenutisticamente é difficile non lasciarsi coinvolgere dalla discesa agli inferi di un ragazzo che non ha perso tutto, ma che al contrario si é perso molto prima di trovarsi. James non é cattivo, non é un criminale come egli stesso si definisce piú volte nel corso del racconto. James é solo un ragazzo che, per qualche motivo, ha avuto una vita diversa da quella di molti altri, una vita votata alla dipendenza e allo sfascio della propria persona.

Senza mezzi termini e senza risparmiare alcun dettaglio, Frey trascina il lettore giú nel pozzo insieme a lui, dove tutto é buio e dove il buio pare quasi confortevole perché cela le debolezze, le annacqua e le fa dimenticare, ma senza possibilitá di cancellarle. Un pozzo le cui pareti sono ripide e lisce, quasi impossibili da scalare per uscirne, se non attraverso una ricostruzione, o costruzione, completa, del proprio essere. É una costruzione dolorosa, un cammino pericoloso nel quale si rischia di cadere piú e piú volte, ferendosi o perdendo la vita, ma va fatta. Non si puó che affrontare la propria paura e i propri drammi irrisolti, per poter finalmente trovare la pace e uscire dal pozzo. Per farlo, peró, ci vuole una dose di coraggio enorme, e la consapevolezza del rischio che si puó correre, toccando il fondo per annusarne il tanfo mortale e poi risorgendo lentamente spezzandosi le unghie sulle pareti del pozzo.  Fatte le debite proporzioni, il cammino di James Frey é lo stesso che tutti dovrebbero fare, senza naturalmente arrivare agli eccessi della dipendenza da sostanze dannose. Ma quante persone “normali” possono dichiarare con onestá di non possedere dipendenze? Non solo da beni materiali o sostanze tossiche, ma anche dal gioco, dallo sport, dalla compagnia, dalla solitudine, dall’amore? Dipendenze che cercano di colmare parti di noi che reputiamo incolmabili, e che ci permettono di scacciare via per un po’ l’inquietudine nella quale poi si ricade senza apparente motivo.

Augusta

Fuggerei

Qualche settimana fa mi ero deciso a visitare Augusta (Augsburg), ma ero stato fermato da previsioni meteo non confortanti.
Nel tempo, peró, ho imparato che da queste parti le previsioni sono fra le piú inattendibili che abbia mai trovato, perché i forti venti e la presenza di molti microclimi diversi fanno cambiare le condizioni meteo in breve tempo e a breve distanza.

Ieri mattina, allora, mi sono incamminato sotto un fitto nevischio verso la fermata dell’autobus e la stazione dei treni.
Mentre tre o quattro centimetri di neve scricchiolavano a ogni mio passo e un vento gelido mi sferzava il viso, ero quasi tentato di tornare a casa e mettermi sotto coperta, al caldo. La possibilitá di stare una giornata sotto il nevischio al freddo era concreta e non allettante.

Maria Dom

Sperando in un premio per la mia perseveranza, non ho ceduto e sono salito sul treno regionale, da dove potevo vedere la valle del Danubio e i suoi tipici paesini alternarsi velocemente, le case dal ripido spiovente che parevano tenersi strette come pinguini nella bufera di neve e vento.

Sembrava che anche Augusta non fosse intenzionata ad accogliermi calorosamente: mi sputava in faccia altro affilato nevischio misto allo stesso vento che avevo sperato di lasciarmi alle spalle.

Arrendersi non era una scelta, e cosí ho rimesso in moto le gambe per portarmi ai principali landmark di questa cittá storica. Augusta infatti é stata fondata dai romani nel 15 d.C. ed é diventata nei secoli un importante centro di scambio culturale e religioso.

La perseveranza é stata premiata con una minima apertura della massa nuvolosa che intasava il cielo, e nel primo pomeriggio ho potuto addirittura scorgere un raggio di sole.

Non mi voglio dilungare sulle cattedrali romanico-gotiche, sulle chiese, sulle piazze e sulle vie di Augsburg, ma credo che un luogo in particolare meriti di essere menzionato: la Fuggerei. Si tratta del primo complesso di case popolari al mondo, fondato nel 1521 da Jacob Fugger. É una sorta di cittá nella cittá composta da una settantina di edifici, che sono tuttora abitati secondo le regole originarie.

Cripte sotto Maria Dom

Per viverci, quindi, si deve essere originari di Augusta, essere cattolici e indigenti. L’affitto costa ancora un fiorino renano all’anno (circa 0,88 euro).

Fra le attrazioni, un piccolissimo museo allestito in un’abitazione liberamente visitabile, e la casa del bisnonno (!) di Mozart.

Arte moderna ad Augsburg
Interno della Fuggerei
Una stanza da letto nella Fuggerei