Scorrendo

Far away

Nelle difficoltá a volte bisogna prendere fiato e caricarsi delle negativitá accumulate.
Invece che lasciarle marcire nella cantina dei rimpianti, bruciarle come carbone nella locomotiva del futuro.
Stasera sono susannatamaroso, cosí, e non mi piace.

Il ponte, senza respiro.

A bridge to cross

Tento di applicare il determinismo che é emerso in me nell’ultimo anno. Se si tratti di intelligenza o ingenuitá, di furbizia o rassegnazione, non mi é dato ancora saperlo.
Disteso sul letto in questa camera d’albergo guardo il cielo finto sopra di me, nuvole dipinte.
Penso al mio cielo lontano, eppure forse vicino.
Le cose andranno come devono andare, mi ripeto, sempre aggrappato al fatale determinismo.

Mentre lo penso resto senza fiato.
Sospeso.
Come su un ponte su un fiume gelido il cui ghiaccio si sta ormai sciogliendo.
L’acqua é tornata a scorrere sempre piú impetuosa, e sembra avvicinarsi il momento in cui anche l’ultima traccia di neve si sará dileguata.

Mi manca ancora una volta.
Il fiato.
Possibilitá, pensieri, il futuro che si presenta all’uscio.
Ogni volta sento il respiro fermarsi, sospeso nell’oceano di probabilitá.

Il passato ritorna ma fa meno male.
Due notti su due in Finlandia e per due notti é tornato a trovarmi, in due puntate dello stesso sogno.
Forse stanotte scopriró il prosieguo del sogno, ma credo di sapere cos’abbia in serbo la mia mente.
Credo di intuirlo, anche se c’é sempre la possibilitá di restare sorpreso.
Il rapporto con il passato e la concezione del presente si evolvono anche nei sogni, segno tangibile della profonditá delle radici di nuove consapevolezze.
Il passato ritorna. Per dirmi addio, stavolta.

Senza respiro, di nuovo, ma non c’é ansia.
É soltanto una mente vagabonda in posti sconosciuti e forse giá conosciuti, che viene investita da onde di caldo e di freddo.
Una mente che viene colpita da raffiche di emozioni diverse e sensazioni quasi dimenticate.
Non riesco a respirare, ma non ho piú paura.
Sento la nuova stagione che mi chiama da lontano e le sussurro all’orecchio “vorrei tu fossi qui“.
Torneró.
Arriverá.
Sono pronto ad attraversare il ponte, dovunque esso mi porti.

Mangiando la neve. Non quella gialla, come insegna l’esperienza.

Tipico paesaggio nei dintorni di Helsinki

Dopo un sabato di intenso lavoro nella nuova casa per cercare di renderla abitabile in tempi brevi, anche la domenica é cominciata sulla stessa lunghezza d’onda. In attesa che pensieri primaverili la invadano presto, la sveglia stamattina é suonata senza ritegno a orari antidiluviani in modo che potessi procedere coi lavori al fine di poterci entrare giá venerdí prossimo. Dopo un’oretta abbondante di sistemazioni e pulizie varie, corsa a casa per doccia e preparazione valigia.

Alle 11 e qualche minuto, infatti, il fidato autobus linea 7 mi avrebbe portato alla stazione dei treni di Ulm per cominciare il viaggio, piuttosto lungo, verso Salo, ridente (?) cittadina nel sudovest della Finlandia, a 120km da Helsinki, sede di un training che mi vedrá occupato per i prossimi quattro giorni.
Poi il classico treno Intercity verso Monaco, seguito da un meno classico volo di quasi due ore e mezza in compagnia di un simpatico signore di 170kg seduto accanto al sottoscritto. Olezzava come una distilleria e, oltre ad essere naturalmente ingombrante, faceva di tutto per poter occupare ulteriore spazio distendendo ogni arto nelle direzioni meno indicate, mentre il finnico seduto sul sedile antestante continuava a stiracchiarsi epiletticamente, spingendo cosí indietro il proprio sedile a scatti e di conseguenza rendendo ancor piú angusto il mio giá ridotto spazio vitale.

Dopo aver baciato la terra di Helsinki e ringraziato le divinitá pagane per avermi consentito di uscire infine dal carro bestiame, sono saltato al volo sull’unico mezzo che avrebbe potuto portarmi qui a Salo: un autobus che ha cominciato a macinare chilometri in mezzo a interminabili e innevati boschi di betulle fra le quali qualche sparuto gruppetto di pini reclamava per se un po’ di spazio vitale. Proprio come io avevo fatto per un paio d’ore sull’aereo.

Laghi ghiacciati, bianche distese, boschi boschi e ancora boschi il poco fantasioso paesaggio che mi ha accompagnato fino a Salo. Non c’é altro intorno alla doppia striscia di asfalto che si distende solitaria fra le ondulazioni della pianura finlandese, interrotta di quando in quando solo da qualche collina, appropriatamente scavata dall’uomo per lasciare posto alla strada, che perció passa talvolta fra alte pareti di roccia stratificata.

Prima. Vera.

Dear old friends

Era il 21 di marzo. Da un anno, un mese e quindici giorni esatti ero entrato nella nuova fase della mia vita. Non facile, per eufemizzare, ma degna di essere raccontata come ho fatto in uno degli ultimi post del 2011.

Era il 21 marzo ieri, quando uscivo dalla nuova casa e il sole si stava rimboccando le coperte per la notte. Per il suo corredo ieri sera aveva scelto tonalitá soffuse e delicate di rosa e giallo, mentre dava la buonanotte ai boschi e alle colline sottostanti, spargendovi sopra gli ultimi timidi raggi di luce.

In direzione opposta, invece, la cittá si faceva bella per la serata, illuminandosi di migliaia di luci, l’orgoglioso Münster svettante con altezzositá sopra di tutto e tutti.

La vista era appagata e quindi mi sono ricordato che, come mi disse un’insegnante quasi un anno fa, a volte dobbiamo escluderla e ricordarci degli altri sensi. Con gli occhi chiusi respirare il vento fresco che corre nella valle del Danubio, con le orecchie sentirne i sussurri.

Con la mente viaggiare lontano e restare vicino, ricordarsi dei sorrisi amici e degli occhi che hanno incontrato i tuoi.
Poi separare nuovamente le palpebre dopo avere provato a cercarvi il tramonto, e accorgersi che le prime stelle sono apparse lá sopra, e in loro compagnia guidare per una delle ultime volte verso la vecchia casa.

La vecchia casa dove, dall’abbaino della stanzetta, le eterne amiche vegliano su di me e con vanitosa eleganza posano per la mia macchina fotografica.

Poi addormentarsi, vinto dal sonno.

Morfeo viene a farmi visita ma questa volta non accompagna demoni alla soglia del mio subconscio.
Nessuna oscuritá ma la luce, stanotte.
Due occhi quasi senza volto.
Labbra che danzano disegnando sorrisi e creando melodie di parole.
Una voce.
Entusiasmo, condivisione, calore.
Nessuna paura, nessun timore.
Felicitá.
Serenitá.
Libertá.
Libertá di vivere nella primavera della vita.

Home sweet home

Traslocando

Nonostante lo splendido tramonto che mi ha accolto all’uscita dalla nuova casa stasera la foto del giorno é, molto prosaicamente, solo un’istantanea della mia vita. Altrettanto prosaicamente non scriveró di null’altro se non di vita comune, quella che fa sudare e a volte puzza un po’, scontentando cosí coloro che sperano in qualche nonsense pseudoriflessione esistenziale che possibilmente culmini in un cliffhanger.

Insomma oggi era il grande giorno, per me: dopo oltre quattro mesi sono stato finalmente raggiunto in Germania dai miei mobili, dalla mia moto, dai miei libri. Dopo aver vissuto per tutto questo tempo in uno spazio vitale ridotto e con il minimo indispensabile, dormendo su una sorta di brandina, é stato emozionante rivedere il divano, l’armadio, i vestiti, il letto. Cari, vecchi, ma inseriti in un contesto tutto nuovo, lontano centinaia di chilometri dal precedente.
Dopo aver aperto scatole tutto il giorno, appena i trasportatori se ne sono andati intorno alle due e mezza del pomeriggio dopo avere rimontato i mobili, il mio primo gesto sono stati cinque minuti di silenzio: lasciandomi cadere di schiena sul mio letto, restando a guardare il soffitto perlinato, il sole che filtrava dalle persiane, finalmente di nuovo a casa, finalmente a braccia aperte su una superficie orizzontale sufficientemente grande ad accogliermi tutto.
Il resto del pomeriggio é triviale banalitá per molti, ma immaginate un informatico con il senso pratico di… Beh, di un informatico, che si aggira in uno smisurato negozio tedesco alla ricerca di trapani, cacciavite, martelli, guarnizioni, riduttori e raccordi per tubi, colle e una serie di altri dispositivi e articoli per il fai da te dei quali a malapena conosco il nome italiano. Volete una sala server in casa? Nessun problema. Dovete avvitare un Fischer? Passo, grazie. Nel senso che passo la mano, non che passo da voi a fare il lavoro. Eppure quando la necessitá si eleva a virtú non c’é altra via che rimboccarsi le maniche e affrontare tutto, sicché per una volta maneggeró avvitatori e trapani al posto di tastiere e mouse. Il lato estremamente positivo della vicenda é che, quando potró dire di essere sopravvissuto, avró maggiore dimestichezza con la lingua tedesca e con il bricolage. Cose che tornano sempre utili, nevvero?
Questa é anche l’ultima settimana a Jungingen, dopodiché voleró per una settimana in Finlandia e al mio ritorno mi verrá portata la cucina, che completerá l’abitabilitá della nuova casa. Sperando non si tratti di un pesce d’aprile.

In ultimis: per mantenere la mielositá che mia mamma mi ha piu volte attribuito (lei sí che é un vero uomo!), lascio anche un’aggiunta musicale intonata con il mio stato d’animo. Se non vi va bene potete ascoltare la versione alternativa.

Kevin’s telescope (The Gathering)

His hands hide inside a sleeve
And little feet play with the ground
beneath him
While up in the sky is where he wants to be

Time will fly
And the wind plays with him
The night will give him its charm

While he walks home
His head’s up in a cloud
He feels his pores fill up with fresh air
And there’s no doubt
That one day he will be
Where the eye of his telescope has already been

Night will pass
But he’s a lot faster
No one can do him any harm

Il miracolo della creazione

When the sun goes down

Edward.
Chi piú diverso e inadeguato di lui, al mondo?

Adorava scolpire le siepi e i cespugli e intagliare blocchi di ghiaccio, dando forma ai suoi sogni e ai suoi pensieri dalla materia inerte, quella che tanti davano per scontata.
Quella che era sotto gli occhi di tutti ma che nessuno pensava potesse racchiudere tanta bellezza.

Per dovere o per necessitá era chiuso nella torre di un castello da cui non usciva mai, anche se poteva osservare il mondo senza essere osservato, senza mai fare entrare nessuno nel suo mondo.

Qualcuno, negli anni, ci aveva provato, ma come vi era entrato ne era uscito.
Troppo difficile capire tutte le forme che Edward creava, e da dove provenissero.

Facile innamorarsi di esse; difficile innamorarsi di lui.
In seguito, tuttavia, egli capí che poteva continuare a creare anche senza gli altri, e che gli era sufficiente lasciare scorrere se stesso in ció che creava, lasciando che ognuno decidesse per se il significato di ogni opera.
Cominció allora a creare per mettere il suo cuore e la sua anima, se ne aveva una, in una teca di cristallo dove tutti potevano vederli pulsare ed emettere energia. Senza paura che qualcuno potesse calpestarli o rubarli.

Infine amare, incondizionatamente, quello che era e quello che aveva, perché era perfetto anche con i nei, era perfetto anche se non sempre sembrava giusto, ed era perfetto anche se era cosí diverso da tutto quello che vedeva intorno a se.

All you need is love

Illuminate

Un ragazzo e una ragazza seduti su una panchina sotto un albero, intorno i prati verdi di primavera. Allungano una mano ciascuno l’uno verso l’altra, le uniscono giocando.
Un uomo e una donna di mezza etá si abbracciano a lungo di fronte all’automobile di lui, lei appoggia la testa sulla sua spalla.
Una coppia di anziani cammina per strada, con la borsa della spesa in una mano e la mano del coniuge nell’altra.
Gesti, piccoli, grandi, significativi.
Li catturo con la mente, non con la macchina fotografica, e sorrido da dietro i miei occhiali da sole mentre attraverso la cittá, le campagne e i fiumi per andare nuovamente a caccia solitaria di luce.

Couple

Arrivo all’Ammersee, a circa cento chilometri da Ulm, dove scopro la pace e la riservatezza di una localitá turistica in bassa stagione. Lo specchio d’acqua é immobile, increspato solo da qualche cigno, anatra e germano reale qui e lá. I paesi e le colline circostanti vi si riflettono tali e quali, e l’atmosfera che ne deriva é quasi surrealmente pacifica.

Due signore prendono il the sedute sulla veranda di una splendida casa in riva al lago, un cerchio di ragazze sedute nell’erba parla, ride e scherza.

Sulla riva del lago torreggia una struttura in legno che d’estate viene usata per tuffarsi nel lago da diverse altezze, ma d’inverno sembra la posizione ideale per un cacciatore solitario di luce. Sono all’ultimo piano della torretta e mi appresto a cambiare obiettivo quando appare una ragazza da sola, con la quale scambio nulla piú di un “hello” mentre contempliamo in silenzio lo spettacolo della natura; soltanto qualche click del mio otturatore interrompe la quiete del momento. La ragazza sta in piedi e osserva il lago con una vena malinconica negli occhi, una vena simile alla mia. La vera bellezza, infatti, viene celebrata attraverso la sua condivisione. Tenere una stella rinchiusa in una scatola di cartone é un atto vile e insensato.

Danza su ghiaccio

The Ice Dance

Non si tratta di pattinaggio.

Oggi, invece che raccontare le mie avventure alla ricerca di una cucina tedesca, lascio spazio al tema principale di uno dei miei film preferiti, per l’occasione accompagnato da alcune delle foto che ho scattato negli ultimi due anni e mezzo, in giro per il mondo, a volte da solo e a volte no. Ogni immagine ha il suo significato ed é stata scattata in un momento significativo della mia vita. Come se esistessero momenti non significativi…

Musica, immagini, nessuna parola:

The Ice Dance

Musica di Danny Elfman e immagini di chi scribacchia su queste virtuali pagine, e colori che se ne vanno e poi tornano al loro posto.

Il film é naturalmente Edward Scissorhands (Edward mani di forbice) di Tim Burton. Serviva dirlo?

A caccia di luce: Lago di Costanza, Lindau e Friedrichshafen

Lindau

É quasi caldo in Svevia, quando il termometro sfiora i dieci o addirittura dodici gradi sopra lo zero. Tanto caldo che alcuni autoctoni cominciano ad uscire di casa in pantaloncini e maglietta, e le capotine delle auto si aprono come fosse un caldo luglio afoso italiano.

Con questo sole e il “tepore” suddetto, dopo una mattinata di battaglie all’Ikea per pianificare la nuova cucina tedesca in lingua tedesca con la commessa tedesca, e un altrettanto tedesco pranzo, un’ispirazione si é impossessata di me e mi ha trascinato sul Bodensee, cavalletto e reflex nel bagagliaio, alla ricerca della luce giusta e all’esplorazione di un nuovo pezzo di mondo.

Tramonto a Friedrichshafen

L’Autobahn mi porta veloce attraverso gli oltre cento chilometri che separano Ulm da Lindau, prima tappa della mia gita fuoriporta. Per lunghi tratti non c’é limite di velocitá e lascio i cavalli liberi di galoppare oltre i 180, ma di quando in quando i tipici cartelli bianchi rossocerchiati, luminosi o non, avvertono i viaggiatori di non superare i 100-120. É completamente diverso dall’Italia, dove si potrebbe impostare il cruise control ai 130 e stare relativamente tranquilli, cosí come anche il paesaggio si differenzia notevolmente dal belpaese.

Molo a Lindau

Come avevo giá avuto modo di scrivere diverse volte, questa zona fra Svevia e Baviera é molto verde e cosí anche le autostrade corrono fra boschi e colline punteggiate di villaggi.

A Lindau appare il Bodensee, altrimenti detto lago di Costanza, cinto da montagne ancora innevate che dopo un paio d’ore si sarebbero tinte di un tenue rosaceo.

Porticciolo di Lindau

Entro in modalitá scatto, con l’occhio pronto a cercare il particolare e il dettaglio che potrebbe regalarmi la foto della giornata, quella che ti fa tornare a casa con il minimo sindacale di soddisfazione. In questo stato di grazia cammino per chilometri ignorando la fatica e incurante del tempo che passa, e di quando in quando alzo il mirino della reflex all’occhio, controllo e modifico le impostazioni, misuro l’esposizione, inquadro e scatto, in una routine che ormai é diventata semiautomatica ma che ogni volta richiede dell’attivitá cerebrale per essere portata a termine correttamente. L’obiettivo in questi casi é sempre il fidato ultragrandangolare, che fa convergere tutte le linee ed elimina i parallelismi.

Il leone e il faro a Lindau

Dopo un giro a Lindau, paese che si trova su un isola del lago, riparto verso Friedrichshafen, paese che conoscevo di nome in quanto sede di un aeroporto, e quindi possibile punto di partenza per un viaggiatore quale sono. Ventidue chilometri di strada normale durante i quali vedo il sole che, in lenta discesa verso il lago, dipinge il cielo con varie tonalitá di rosso e arancione.

Tramonto a Friedrichshafen

Impreco fra me e me per la presenza di un mezzo pesante che rallenta la colonna d’auto, e che potenzialmente potrebbe farmi perdere la luce migliore. Quando arrivo a Friedrichshafen e parcheggio, comincio a camminare verso la riva del lago e, una volta arrivato all’acqua, trovo una fila di persone appoggiate sui parapetti che stanno godendo dello spettacolo del tramonto riflesso sull’immenso specchio d’acqua. Cavalletto in spalla, scatto e scatto ancora e cammino veloce verso il punto raggiungibile che mi sembra piú interessante, dove riesco a prendere ancora un paio di foto prima che il sole abbandoni il cielo lasciando un cupo azzurro dietro di sé.

Il lago visto da Lindau

Un signore dalla folta barba, dalla voluminosa panza e con un classico cappello tedesco, mi vede armeggiare con macchina fotografica e treppiede e, sorridendo gentile, mi dice che se fossi arrivato mezz’ora prima avrei goduto di uno spettacolo molto migliore. Lo ringrazio dell’informazione e della gentilezza e rispondo che purtroppo devo “accontentarmi” di quel che ho visto, per oggi, ma che non lo vedo come un grosso sacrificio.
Il prossimo passo sarebbe stato attendere ancora un po’ per gli scatti in notturna, ma il freddo e la stanchezza mi hanno consigliato di tornare verso casa e rimandare alla prossima sessione.

Lo studio del territorio

Una nuova casa

Sono giorni di incontri, telefonate, accordi e chiacchierate, che in aggiunta al normale ritmo lavorativo producono un discreto carico di impegni per il sottoscritto.

Fortunatamente, almeno per ora, tutto é finalizzato all’insediamento semidefinitivo in Germania: dopo aver ritirato l’auto mercoledí sera, giovedí mattina mi sono state consegnate le chiavi del nuovo appartamento. La situazione delle case in affitto a Ulm é tutt’altro che rosea: le abitazioni disponibili sono davvero poche, sicché trovarne una che risponsa a tutti i requisiti é un’impresa molto ardua, che richiede un sacco di tempo e molta fortuna. Ho fatto ricorso alla seconda risorsa, anche se ho dovuto adattarmi all’assenza di un garage coperto, accontentandomi di un posto auto riservato, e alla mancanza di una cucina, come giá scrissi un paio di giorni fa.

Di nuovo in strada

Possedere nuovamente un veicolo ruotato mi ha permesso di gironzolare, nel poco tempo libero, nei dintorni di Ulm, alla scoperta di un circondario del quale non conosco assolutamente nulla.
Vivendo per una vita nello stesso posto diventa perfettamente naturale e semplice muoversi fra Feletto Umberto, Tricesimo e Cividale, ma quando i nomi diventano Blaubeurer, Illerrieden e Blaustein, beh, i riferimenti si azzerano.

Molte ere fa la conoscenza del territorio era fondamentale per l’uomo cosí come lo era per gli animali. Essere a conoscenza dei posti in cui abbeverarsi, ristorarsi, cacciare, ripararsi, era di vitale importanza per la sopravvivenza. Oggi siamo meno legati al territorio ma, cionondimeno, non possiamo ignorare la necessitá di possedere una consapevolezza almeno parziale dell’ambiente circostante. Diventa quindi un piacere, anche per me che non sono mai stato un amante della guida, rimettersi al volante e seguire le sinuose strade tedesche, fra paesini e boschi, in una regione che dimostra come sia possibile mantenere un equilibrio fra natura e uomo decisamente piú bilanciato rispetto a quello italiano. Alla scoperta di tutti quei dettagli che non si possono assaporare senza un mezzo di trasporto personale, gironzolando senza meta godendosi l’ultimo sole invernale.