I cieli del nord

Centrali eoliche nei pressi di Lübz, in Germania

É lunedí e sono tornato ieri sera da un lungo fine settimana nella Germania settentrionale, per la precisione fra Lübz e Amburgo.
Ricomincio a pendolare fra Monaco e Ulm , in un sonnacchioso Intercity che senza fare troppo rumore scorre veloce fra i campi bavaresi.
Avendo percorso oltre millecinquecento chilometri sulle autostrade della Germania centrale negli ultimi quattro giorni, mi sono reso conto di come il paesaggio tedesco sia in genere piuttosto monotono, almeno dall’autostrada: non ci sono montagne o pianure ma solo dolci e continue colline, che senza arroganza increspano il suolo e costringono la striscia d’asfalto a incessanti saliscendi.

L’autostrada tedesca talvolta é cosí vecchia da essere ferita da continui cantieri che interrompono o rallentano il viaggio dei milioni di viaggiatori che la percorrono a ogni ora.

Potrei raccontare di Amburgo o di Lübz, o di quanto mi appaia strano, alle volte, ritrovarmi circondato da persone che parlano in una lingua completamente diversa e hanno abitudini completamente diverse dalle nostre. Non sempre é facile, soprattutto perché l’esercizio mentale richiesto per poter conversare in maniera basica é oneroso. Non serve dire quanto il coefficiente di difficoltá si elevi quando poi si tratta di tedeschi ubriachi che biascicano il loro idioma a tarda notte…

Tuttavia la notte di Lübz, paesino di poco piú di seimila anime sito fra Berlino e Rostock, non mi ha regalato solo conversazioni umidicce di pioggia e di alcool. Ció che ho portato con me é invece la assolutamente soprendente sensazione di quando ho alzato, a mezzanotte inoltrata, gli occhi al cielo: c’era la Via Lattea, lassú. A pochissima distanza dal centro del paese, in una frazione di Lübz, c’era un cielo stellato che in Friuli avevo visto solo in alta montagna, lontano da qualsiasi centro abitato. Le stelle tappezzavano la volta celeste fino all’orizzonte, dove normalmente l’inquinamento luminoso friulano le soffoca e le smorza fino a spegnerle. In quelle zone della Germania settentronale, al contrario, con l’illuminazione urbana ridotta al minimo indispensabile, gli astri splendevano numerosissimi. Un trasferimento da quelle parti mi riporterebbe con forza all’utilizzo del telescopio…

Pendolando

È il primo giorno di reale lavoro dopo la ferale notizia del giugno scorso riguardante la chiusura della nostra sede di Ulm. L’azienda per cui lavorerò mi attende a Monaco di Baviera, 120km a est di Ulm e praticamente capitale tedesca dell’IT. Molto più facile trovare lavoro qui che in una piccola città, per un informatico – tanto più se straniero e non in possesso di un eccellente tedesco – a causa del grande numero di aziende, grandi e piccole, di stampo internazionale, in cui la lingua ufficialmente parlata è l’inglese.

Mi sveglio a un orario per me insensato, e cioé quando la lancetta grande è più vicina alle cinque che alle sei, seppur non di molto. Ho dormito a malapena tre ore dopo aver faticato a cadere in un sonno sottile e intermittente, assillato dai pensieri dei mezzi di trasporto, delle coincidenze e di tutti gli interrogativi e le incertezze su biglietti, abbonamenti e in genere sul costo del pendolarismo in termini economici e temporali.

Dopo una corsa in autobus di una dozzina di minuti salgo su un Intercity e mi piazzo vicino a un finestrino, speranzoso in un’ora abbondante di relax e, magari, condita da un po’ di quantomai necessario sonno. Tuttavia il sogno si infrange immediatamente quando una chiassosa comitiva di cinesi arriva sulla carrozza e reclama come prenotati il mio posto a sedere e i cinque circostanti. Mi alzo e mi sposto, impacchettandomi fra altri quattro pendolari, cercando in quegli spazi angusti di non intricare le mie gambe coi loro arti in laocontiche figure.

I cinesi di cui sopra non hanno intenzione di lasciare dormire gli stanchi e annoiati pendolari e si godono il loro viaggio, i loro cellulari e i loro giochini. Come se non bastasse, un treno davanti a noi si è guastato – annuncia il capotreno – e quindi dobbiamo fermarci per una ventina di minuti, ritardando il mio arrivo nella capitale bavarese dove, dopo aver comprato l’abbonamento per i mezzi pubblici e aver percorso qualche fermata di U-Bahn (la metropolitana) e cinque minuti di camminata, arrivo finalmente in sede, tardi a sufficienza per dovervi restare qui fino a troppo tardi, il che significa che stasera arriverò a casa non prima delle otto e mezza ma, con maggiore probabilità, più verso le nove meno qualcosa.

Dalle sei alle ventuno fuori casa. Quindici ore. Se tutto va bene domani riuscirò a ridurre a meno di quattordici, ma per mantenere questo ritmo per qualche tempo dovrò organizzarmi al meglio.

Forse, in fondo, questo pendolarismo non è neppure così tragico: servirà a dare una regolata alla mia vita, che negli ultimi due mesi e mezzo aveva preso, complice l’assenza di lavoro e di finalità, una piega sconsideratamente disordinata. Ora, invece, coi tempi estremamente ristretti, se voglio sopravvivere devo sfruttare ogni minuto utile al meglio.

Aggiornamento dell’ultima ora: il treno del ritorno non ha voluto partire regolarmente, ma siamo stati coattamente imbarcati su un altro treno per i primi dieci chilometri, tutti stipati come filetti di sgombro e in piedi, per poi attendere altri venti minuti che il treno giusto arrivasse. Morale: soltanto quaranta minuti di ritardo, che mi hanno fatto varcare l’uscio di casa alle nove meno venti solo grazie al taxi. Con l’autobus sarei ancora per strada, alle nove e mezza di sera. In un giorno le ferrovie tedesche hanno disfatto l’onesta reputazione che si erano guadagnate col sottoscritto nei precedenti viaggi…

Mi consolo con le amenità offerte dalla nuova azienda: aree ricreative con calcetto, Xbox, bevande gratis (fra cui prosecco e birra!) e un venditore cinese che ogni mattina viene in azienda a portare bretzel al burro, panini, insalate e croissant per le colazioni e i pranzi aziendali.

E via verso un’altra sfida…