Ricomincio da due.

A spasso per Monaco

Procedo a piedi per le strade della prima periferia di Monaco di Baviera, a passo sufficientemente sostenuto per coprire oltre due chilometri in meno di venti minuti. Due chilometri, la distanza fra l’ufficio e l’appartamento che diventerà la mia nuova casa a partire da gennaio. Un altro anno, un altro cambiamento. Un’altra città. La storia si ripete ma con delle sostanziali differenze: nel 2011 mi preparavo a fuggire dall’Italia e, forse, da un passato al quale permettevo di tormentarmi. Saltavo nel buio alla ricerca di un nuovo inizio e, ammetto con riluttanza, di me stesso, dopo che i miei stimoli si erano suicidati in un passato confuso. Nel 2012 salto ancora ma il buio non è più così buio. Non salto più da una nazione all’altra, ma cambio soltanto città e per di più seguendo un posto di lavoro nel quale sono già operativo da quasi tre mesi. In un certo senso so cosa mi aspetta, anche se è la prima volta che mi troverò a vivere in una città con più di un milione di abitanti.

Alle mie spalle sta morendo la Ulm che conoscevo: molte delle persone con cui avevo stretto qualche rapporto se ne sono andate o sono in procinto di farlo. Ad avviare nuove frequentazioni non penso neppure, dato che fra sei settimane circa sarò lontano da qui. Allo stesso tempo, però, non ho neanche la possibilità di ripartire con la nuova vita, perché già il numero di ore trascorse fuori casa è ingente. Se dovessi anche permettermi di bere una birra dopo il lavoro con qualche collega, arriverei a casa a orari ancora più assurdi del solito, dopo due ore abbondanti di lentissimo treno regionale.

Sono, perciò, ancora una volta sospeso a metà. Ancora una volta contando soltanto su me stesso. Questo accomuna il mio 2011 con il mio 2012. La costante e invadente nebbia di Ulm deve ancora dissiparsi.

A questo penso, quando cammino sugli ampi marciapiedi che affiancano le quasi onnipresenti piste ciclabili, costeggiando con riconciliante frequenza parchi alberati dipinti dai colori autunnali. I bimbi giocano nei prati e nei campi di calcio; c’è chi sfida i primi freddi per dedicarsi allo jogging; c’è chi lavora sulle strade, caricando camion o costruendo case e c’è chi, come me, si sposta da o verso il posto di lavoro con ogni mezzo. Si respira vita ma non caos, da queste parti. La trafficatissima Leopoldstrasse è dietro l’angolo, ma qui, a un solo isolato di distanza, il rombo dei motori non arriva e si sentono solo le risate dei bambini, i chiacchericci dei genitori e i profumi delle panetterie e dei chioschi dei mercatini.

Mi piacerà, Monaco? E io piacerò a lei? O sarà capricciosa come Ulm?

Uno.

Leaves

Fuori è ancora buio ed esco dalla doccia con quella piacevole e consueta sensazione di rassicurante tepore sulla pelle. Quella che
fa desiderare di non uscire mai dall’accappatoio o, se proprio si deve, di farlo soltanto per tornare sotto al piumone.
Tuttavia anche oggi devo caricarmi le gambe in spalla in direzione Hauptbahnhof. La stazione centrale mi attende, per caricarmi
anche oggi sul carro bestiame del lunedì insieme a mille altri deportati.
Mentre mi rado penso che esattamente un anno fa mi svegliavo per la prima volta in Germania, in una casa che non era mia.
Ieri infatti era l’anniversario della mia partenza dall’Italia, o che dir si voglia del mio arrivo qui.
Un anno è già passato.
Mi verrebbe voglia di tirare le somme e forse in modo subcosciente lo faccio. Rileggo le pagine che ho scritto su questo blog:
alcune ingenuamente entusiastiche, altre malinconiche ma di sicuro tutte sincere e genuine. L’unica colpa che potrei addurre loro è
l’eccessiva edulcorazione di alcuni passaggi: molte volte, quasi sempre, misurai le parole per timore di mettere in campo una
patetica iperemotività, ma forse avrei dovuto lasciare fluire sul foglio virtuale le emozioni del momento, che si presentavano in
picchi e abissi più che in dolci colline.
Tutto ciò si lega al fatto che quest’autunno è, verosimilmente, l’ultimo che passerò a Blaustein e, si spera, l’ultimo in cui dovrò
continuare a pendolare caparbiamente giorno dopo giorno.
Nelle somme calcolate poc’anzi potrei inserire un sacco di variabili e risultanti, per cercare un significato e un peso alla mia
vita finora e alle mie scelte. Della scelleratezza di molte di esse si potrebbe ragionare a lungo, ma il passato è un luogo in cui
sono già stato fin troppe volte. Vengo proprio da là, tutto sommato.
So che sto facendo quello che ho sempre voluto fare e che ora capisco davvero perché l’avevo voluto fare.
L’emigrato di lusso, quello che non è mosso dalla disperazione di una madrepatria che offre solo un misero tirare a campare (anche
se ultimamente mi sembra che non ce la si passi bene nel vecchio stivale), quando supera le difficoltà di rilocamento del proprio
essere scopre dei mondi diversi i quali, se affrontati con uno spirito mediamente avventuroso e senza abbassare la guardia,
diventano delle cartine tornasole del proprio essere e contemporaneamente molto più di spioncini su culture differenti da quella
d’origine.
Rimettersi in gioco richiede una revisitazione del proprio io, un processo di autoanalisi che si genera automaticamente nel momento
in cui ci si trova immersi nel confronto con altre realtà così dissimili da quella in cui si è abituati a vivere da molti anni.
La ricerca delle differenze fra sè stessi e gli altri è uno dei fondamenti di questo processo che, sia chiaro, non risulta sempre
piacevole. Ci sono giorni in cui lo specchio mostra dei difetti che il giorno prima non si erano notati.
In aggiunta a questo conoscere sè stessi, altre società e altri stili di vita porta ad abbattere con costanza pregiudizi e luoghi
comuni, gli stessi di cui si può facilmente essere vittime in terra straniera. Ma è lunedì mattina e mi godo, con la complicità
dell’ora solare, le brumose campagne ondulate in cui corre la ferrovia.

Goodbye Ulm. Soon.

Every morning

Manca meno di una settimana all’anniversario del mio arrivo oltralpe.
Un anno fa partivo dall’Italia con una valigia e un trolley, che avrebbero dovuto servirmi a coprire le necessità per il seguente paio di mesi. Le cose andarono diversamente, però, e prima di riabbracciare i miei averi e i miei mobili dovetti aspettare cinque mesi.
L’avevo vista, Ulm.
Mi era piaciuta, Ulm.
Evidentemente non le ero piaciuto altrettanto poiché decidette subito di chiarire che la mia presenza fra le sue antiche mura non era poi così gradita: tentò di spedirmi sotto la porta di Brandeburgo ma non ci riuscì perché, da buon innamorato, cieco continuai a volerle bene e a desiderare di restarle appresso.

Ogni tanto mi dava una carezza e mi regalava dei momenti spensierati e delle soddisfazioni, ma non durava a lungo prima che mi mettesse nuovamente alla prova.
Avevo titubato in questo ultimo periodo, quando la passione iniziale si era un po’ affievolita nonostante le avventure passate insieme e il forte legame che avevamo instaurato fin dall’inizio. La nostra storia era intensa, ma in qualche modo una parte di me sapeva perfettamente che non sarebbe durata a lungo. Non avrei saputo dire con precisione quanto a lungo e quando sarebbe finita, ma avevo l’impressione che non fossimo fatti l’uno per l’altra. Spesso la fiamma più intensa brucia e si spegne più rapidamente, e così è stato fra noi.
Avevano bussato alla porta Stoccarda, affascinante ed eclettica, poi Karlsruhe, classica e più riservata, e infine Monaco, una semiepilettica e polivalente bellezza, spiazzante nell’immensità di offerte, promesse e contraddizioni, eppur intrigante.
Proprio a Monaco di Baviera, la “città italiana più settentrionale” a sentire gli svevi, riparto da dove avevo smesso a Ulm. Ricomincio senza tutti i compromessi che avevo accettato in precedenza sulle rive del Danubio, e la città in sé mi accoglie positivamente. Decido quindi di cominciare, timidamente, a cercare una sistemazione, nonostante le titubanze relative a un nuovo trasloco, la scarsa voglia di reimballare tutto e portarlo via nuovamente, il relativo affetto per le quattro mura che avevo cominciato a considerare mie e per la città con cui ho tuttora un rapporto ambivalente e spesso ambiguo.

Un giorno, è durata la mia ricerca.

Normalmente il tempo necessario per procurarsi un affitto qui è molto più lungo, dicono: la concorrenza è elevatissima e agguerrita e bisogna essere così fortunati da essere scelti fra i molti pretendenti per la stessa abitazione. La richiesta è sempre alta, cosa che provoca una stabilità dei prezzi degli affitti verso l’alto.
Parlando di me però, non ho dovuto aspettare molti mesi, bensì un giorno. Ecco quanto è durata la mia ricerca, dicevo.
Il tempo di trovare un appartamento vicino all’ufficio, senza provvigioni, non arredato, delle dimensioni adeguate e in una bella zona della città, di visitarlo e constatare che mi piacesse.
Di mettermi in lista insieme agli altri tre che erano presenti in visita con me lo stesso giorno. Di attendere un fine settimana, senza troppe speranze, una risposta dall’agenzia. Il tempo di riflettere sulla decisione di trasferirsi e di farsi venire anche qualche attacco di nostalgia preventiva.
Poi alle nove e mezza del lunedì, dopo un weekend di attesa, la telefonata da un numero fisso della capitale bavarese. Già rassegnato a sentirmi sparare in faccia un diniego, la voce femminile dall’altro capo del telefono accenna “se lei è d’accordo, avremmo deciso di dare a lei l’appartamento”. Chiedo conferma di ciò che ho appena sentito nonostante l’avessi capito perfettamente, ma non si sa mai: forse nella concitazione del momento ho male inteso una negazione sepolta fra suoni semialieni.
Invece no, mi viene confermato ciò che ho già capito, e cioè che Monaco sembra volermi.
Avevo dei dubbi? Non ero certo di voler lasciare Ulm, di non poter più guardare negli occhi azzurri del miglior Danubio?
Bene, eccomi servito. Senza mezzi termini e mezze misure Monaco mi prende per un braccio e mi porta a lei, prendendomi in effettivo e affettivo contropiede e levandomi ogni possibilità di replica.

“Ti sto offrendo un lavoro che ti piace, una casa confortevole e a giusto prezzo nella quiete di una prima periferia. Che altro devo fare per portarti a me?” – mi dice fissandomi spavalda.
“Niente, hai ragione.” – le rispondo, e firmo il contratto di locazione senza esitazioni.

Mi lascio volentieri catturare e mi ributto volentieri in una nuova avventura che mi costerà un notevole sforzo iniziale, ma sembra promettente.
Ho ancora circa due mesi per godermi ancora un po’ gli occhi azzurri del Danubio, dopodichè sarò fra le braccia di un’altra città.
Goodbye Ulm. Mi mancherai, nonostante tutto.