De gustorum relationibus

No bird call
No bird call

Barcollando sulla neve, tentando di mantenere un malfermo equilibrio, affiorano pensieri.
Il suolo ghiacciato è oramai una costante di questo primo bimestre a Monaco, ma non mi infastidisce. Non c’è freddo e non c’è stanchezza mentre sono sempre più convinto che siano stati mentali più che fisici.

Ripercorro le vie dei miei gusti musicali, letterari e artistici, e noto come tutto ciò che apprezzo maggiormente sia strettamente interconnesso.

Prendo Neil Gaiman e penso alle sue collaborazioni con Dave McKean, come ad esempio, fra le tante, Signal To Noise. Poi prendo Michael Nyman, la cui musica ricorda per certi versi le atmosfere burtoniane e quindi Danny Elfman, che adoro, e scopro che ci sono suoi album il cui cover e booklet design è stato curato da McKean stesso (Live, per esempio). Ma Neil Gaiman ha anche collaborato con il grande illustratore fantasy Charles Vess, come nel magico Stardust e nel dolcissimo Blueberry Girl. E parlando di Vess noto con una certa sorpresa – ma non troppa – la sua collaborazione con un altro grande della graphic novel, Jeff Smith. Smith è il creatore della splendida saga di Bone, un fumetto di circa 1500 pagine, uno scrigno che racchiude in sè poesia, sogni, battaglie, idee e ideali in forma umoristica e semiseria, sceneggiata con rara cinematicità dall’abile Jeff nel corso di quattordici indimenticabili anni (dal 1991 al 2004). Da una simile, epica storia non ci si poteva non aspettare uno spin-off; ecco quindi nascere Rose, illustrato guarda caso da Vess. La lista di opere e autori naturalmente non si ferma qui, ma la fermo io onde evitare di inondare il post con nomi forse poco significativi per molti. Se un minimo di curiosità è stata instillata non è difficile reperire questi lavori e trarne le conclusioni, nonché trovare altre relazioni fra i vari artisti, in una lunga catena di fratellanza espressiva.

Mi fermo qui anche perché in background nel mio cervello sento altri ronzii, ora e ancora. Altri pensieri.

Il brutto dei pensieri è che, quanti più se ne hanno, più se ne avvicendano e i nuovi vanno a sedimentare coprendo e seppellendo quelli vecchi, ma non sempre viene rispettato un ordine di attendibilità e ragionevolezza. Le idee a cui assegnamo più forza e credibilità sono quelle che sopravvivono al turbinio, ma non è detto che esse siano le più sane e le più sensate. Spesso sono soltanto quelle che crediamo possano aiutarci a vivere meglio, e tante volte sono proprio falsità e menzogna le migliori illusioni di serenità che possiamo avere. Sono le cosiddette comodità dell’anima, quelle che in qualche modo mettiamo a guardia delle nostre paure e dei nostri dubbi, come tappeti ideali per coprire la polvere e le ragnatele di ciò che ancora non è stato affrontato.
Il quieto vivere, tuttavia, non esiste, perché la staticità in natura è morte.
Perché ove non c’è movimento caotico non viene prodotta energia.

Potenza e atto

Your hand in mine
Your hand in mine

Dimentico del freddo pungente che dovrei sentire ma che invece ignoro in questo gelido e rovente inverno tedesco, cammino sulle rive di un lago ghiacciato specchio per nubi vanesie, che tuttavia quasi ritrose corrono veloci a cercare riparo dietro l’orizzonte.

L’inusuale immobilitá dell’acqua imprigionata sotto il ghiaccio é energia potenziale. S’acquieta con il freddo scioccante e scorre lenta, protetta da uno scudo inscalfibile. Serve solo del calore per liberarla e fare tornare le onde, il movimento, la vita, trasformare il potenziale in cinetico.

É allora che penso che un lago ghiacciato é cosí simile all’animo umano: potenziale che attende solo calore e la caduta degli schermi per essere rilasciato.
A ogni colpo che subiamo, dalla nascita in poi, ci rifugiamo sempre piú nei nostri gusci allontanandoci sempre piú dalla nostra superficie, dimenticandoci come si ascolta la nostra natura.
Viviamo scappando da noi stessi nel ricordo di un dolore che speriamo di poter evitare innalzando barriere tutt’intorno a noi, ma otteniamo l’effetto diametralmente opposto: per ogni muraglione che riusciamo ad erigere impediamo a della luce di raggiungerci. Poi al buio abbiamo paura, e quando siamo spaventati non facciamo che correre in circolo spaventandoci ancor piú. Per ritrovare la via non possiamo fare altro che fermare la corsa e, invece di scalare i muri, buttarli giú. Ma prima dobbiamo capire perché li abbiamo costruiti, altrimenti non riusciremo a demolirli. Per farlo non c’é altro modo che affrontare se stessi, ed é la piú sanguinosa battaglia che si possa combattere.