Inferni autostradali

Time stops
Time stops

Da mesi e mesi questo post era in gestazione.

Tema: le autostrade tedesche e il comportamento dei teutonici al volante.

Avendone percorse parecchie e varie volte, da Monaco di Baviera ad Amburgo, da Berlino a Karlsruhe, da Trier al lago di Costanza, posso dire di averne una certa esperienza. Della quale, molte volte, avrei fatto anche a meno.

Va premesso che in Germania il mezzo di locomozione principale è l’auto. I treni, che funzionano abbastanza bene per gli standard italiani, sono invece al centro di molte polemiche fra i pendolari e viaggiatori occasionali tedeschi. Lo scorso inverno mi ero unito al coro di disappunto anche io, quando pendolavo da Monaco a Ulm.

L’autostrada è gratuita, invece, e il costo del carburante non è elevato come in Italia, a fronte di stipendi mediamente un po’ più alti.

Quindi, come si comportano alla guida i milioni di tedeschi che ogni giorno intasano le autobahn?

Per prima cosa va detto che sono, per certi versi, piuttosto ligi alle regole che hanno loro insegnato a scuola guida. Con qualche concessione creativa piuttosto diffusa, però.

Ad esempio, hanno detto loro che in caso di traffico pesante bisogna occupare la corsia più libera. Accade quindi di frequente che, su un’autostrada a due corsie come nella maggioranza delle tratte tedesche, vi sia un veicolo lento che ne sta superando un altro. Si forma quindi una lunga coda di veicoli in corsia di sorpasso, che attendono di poter passare a loro volta. Il tedesco che arriva in fondo alla fila che cosa decide di fare, quindi? Applica la regola alla lettera e si imbuca nella corsia di destra, libera. Procede facendo finta di nulla a velocità più sostenuta rispetto ai colleghi imbottigliati sulla sinistra e, quando arriva in prossimità del veicolo lento da superare, che fa? Decide che non ha altra scelta che tagliare la strada a tutti gli altri, infilandosi molestamente in corsia di sorpasso fra un’auto e l’altra! Questo comporta frenate improvvise, sbandate, se va bene rallentamenti a catena – immaginate decine di auto che frenano una dietro l’altra, rallentando progressivamente – e se va male tamponamenti. Questo è infatti uno dei principali motivi per cui, sulle autostrade tedesche, si formano dei rallentamenti a passo d’uomo in luoghi in cui non parrebbe possibile.

Suddetta meccanica diventa ancora più pericolosa nei – pochi, a dire il vero – tratti in cui non esiste limite massimo di velocità, in quanto la differenza di velocità fra veicoli lenti e veloci è enorme. Ad esempio mi è capitato di stare in corsia di sorpasso a 200km/h, superando un’altra auto, e da dietro vedere sopraggiungere veloce una berlina di grossa cilindrata che mi si è attaccata al posteriore lampeggiando e suonando per chiedere strada. Era ai 250km/h almeno, e voleva probabilmente che io mi smaterializzassi ancora prima di avere completato il sorpasso.

Non è finita qui: c’è un’altra regola fondamentale, internazionale, che il pilota tedesco applica spesso alla lettera: rientrare nella corsia di destra appena possibile. Per questo motivo si vedono di tanto in tanto degli scienziati che, a fronte di una cospicua presenza di mezzi pesanti (autotreni, camper, caravan ecc.) sulla corsia di destra, dopo ogni sorpasso rientrano dalla terza o seconda corsia alla prima, slalomeggiando cambiando corsia ogni 200m, costringendo gli autisti che sopraggiungono da dietro a inchiodare. Perché, naturalmente, la freccia viene usata mentre ci si sta spostando, non prima.

Fortunatamente la strada che percorro più spesso è il tratto Monaco-Udine passando per l’Austria, quindi i miei problemi di norma si risolvono a Salisburgo, al confine fra Germania e Austria. Fino alla stupenda città natale di Mozart, infatti, il traffico è un terno al lotto e rispecchia le regole teutoniche. Dopodiché tutto si fa più quieto e, addirittura, sull’autostrada dei Tauri, mi capita di sentirmi quasi solo. Il traffico si riduce sensibilmente e posso inserire il cruise control e rilassarmi.

Dulcis in fundo, quando i tedeschi vedono il segnale di interruzione dei limiti di velocità in Austria, molto frequente sulla A10 Salzburg-Villach in quanto presente dopo ognuna delle molte gallerie, credono che abbia lo stesso significato che in Germania, dove un limite massimo non esiste, e cominciano a viaggiare ad altissime velocità, dimenticandosi che il limite massimo in Austria esiste ed è fissato a 130km/h.

Insomma, voi lamentatevi delle autostrade italiane, ma tenete presente che al di là delle Alpi non si sta meglio.

 

Italiani incivili d’Europa. Davvero?

Two worlds
Two worlds

Interessante è constatare come l’italiano all’estero sia spesso visto come un disturbatore della quiete pubblica. Soprattutto nella ordinata e inquadrata Germania, dove le risate dei gruppi di italiani nei Biergarten sembrano quasi fuorilegge, confrontate con il mogio sussurrare di gran parte degli avventori teutonici. Uscendo con altri italiani avevamo quasi paura di poter essere segnalati ai tutori dell’ordine per divertimento molesto: strideva troppo il nostro atteggiamento rispetto a quello degli autoctoni, che fissavano il vuoto o tutt’al più scambiavano qualche timida risatina.

Anche nella vicina Austria l’atteggiamento è simile, in apparenza. Le casette allineate, le strade pulite e fiancheggiate da bellissime aiuole di fiori, limiti di velocità ferrei per proteggere acusticamente l’ambiente.

Ma tutto questo ordine e rigore austro-tedesco, che cosa produce a lungo andare?

Potremmo chiederlo agli esercenti e agli abitanti di Lignano Sabbiadoro, che hanno appena visto la loro città, per l’ennesimo anno consecutivo, vittima di vandali austriaci e tedeschi scesi in massa ad ubriacarsi sul litorale friulano. I titoli dei quotidiani locali erano piuttosto eloquenti, e chi – come me – ha già potuto vivere in prima persona l’esperienza, non può che confermarli.

Le spiagge e le strade erano ridotte a campi di battaglia, ubriachi si arrampicavano su alberi e palme, entravano nelle case sbagliate e negli alberghi sbagliati, vomitavano ovunque e ogni tanto sfasciavano quello che capitava a tiro.

Trovare un’auto italiana o un italiano era un’impresa, in mezzo a una folla di lingua tedesca. Anche perché i friulani non hanno feste per la Pentecoste, pertanto la domenica sera a fine maggio non vanno a sbronzarsi a Lignano. Il giorno dopo si lavora.

Italiani migliori, tedeschi peggiori, allora? Assolutamente no, ma neppure il contrario.

Più si gira per il mondo e si fa esperienza, infatti, più ci si rende conto di come il detto “tutto il mondo è paese” sia sempre valido e calzante.

Non ci si può neppure appellare ad altri fattori quali la scarsa presenza della polizia italiana, perché l’anno scorso a Ulm, in Svevia, vissi un’esperienza assai simile. In occasione di una festività cittadina molto importante e molto sentita, infatti, gli abitanti di Ulm avevano devastato la città ricoprendola di cocci, bottiglie, rifiuti e ogni sorta di liquami.

Al confronto di tale oscenità, il Friuli Doc di cui si lamentano alcuni negozianti udinesi pareva un ritrovo di chierichetti. È quindi vero che l’italiano all’estero è peggiore di altri popoli? Talvolta sì, talvolta no.

Certo è che, quando il morigerato e inquadrato tedesco trova l’occasione per andare fuori dalle righe, sembra mettersi in competizione con i più caotici esponenti d’Europa. L’italiano, invece, è abituato a vivere al margine delle regole, perciò forse non sente questa necessità di vivere la festività in modo così esagerato. Con l’eccezione del Capodanno napoletano, naturalmente.

O forse, come sarebbe più corretto dire, non esistono poi così tante differenze fra popoli, bensì fra persone, e il raziocinio e la civiltà sono beni rari un po’ ovunque, con o senza  coercizione da parte di un sistema statale presente che controlla e punisce.

Il treno non si ferma

Back home
Back home

Periodo di gran fervore in casa Sambarino. Fra le mie quattro pareti craniche, perlomeno, il che potrebbe essere un bene o un male a seconda dei momenti e delle interpretazioni che ne do.

Due giorni fa, mentre mi stavo rilassando sul divano con un libro in mano, mi sovvenne in un flash un sogno che feci tempo addietro. L’avevo intitolato “il treno del destino”, e non avevo mancato di pubblicarlo su queste pagine il giorno dopo che il mio subconscio l’aveva partorito.

Ricordai di questo bellissimo treno, supermoderno, che correva veloce e silenzioso in una landa nevosa spazzata dal vento. La giornata era assolata e luminosa e io mi stavo godendo il viaggio prima che il treno curvasse bruscamente per entrare ad altissima velocità in una galleria. Saltando direttamente alla conclusione, quando riuscii ad uscire dal treno dopo aver tentato di rompere i finestrini e non esserci riuscito, c’era una figura incappucciata che credevo mi stesse seguendo. Temevo fosse la morte, dal cappuccio nero e dal passo costante e lento. Scoprii infine che si trattava di null’altro se non di un ragazzino spaventato, che come me cercava di salvarsi risalendo le scale di emergenza della galleria.

Andai quindi a cercare il post su questo blog e scoprii che era datato 15 giugno 2010. Oltre un anno prima della mia partenza per la Germania.

Ora, a volersi divertire con i sogni, è divertente pensare che poco più di un anno dopo, ero davvero su un treno ultramoderno e ultraconfortevole come mai ne avevo visti, e stavo viaggiando dall’aeroporto di Monaco di Baviera verso Ulm, città in cui andavo a sostenere un colloquio di lavoro che avrebbe cambiato di molto la mia vita.

Il treno era veloce e silenzioso e correva in mezzo a una terra innevata, spazzata dal vento. Era la valle del Danubio.

E poi il tunnel. Scuro.

Il primo tentativo di uscirne, senza successo.

Il secondo tentativo, quando cercai di rompere il finestrino per scappare dalla carrozza. Ma non ci ero riuscito.

Poi, quando tutto sembrava perduto, il terzo tentativo. Le porte finalmente che si aprono e la risalita verso la luce. La paura della morte, dell’oscurità, per poi scoprire che la morte era un ragazzino spaventato. Solo un ragazzino spaventato, che avrei potuto essere io.

Singolare che mi torni in mente oggi, quel sogno, quando sento che la risalita è cominciata, che il ragazzino spaurito ero io, e che non serviva rompere il finestrino per rompere gli schemi. Bastava chiedere al capotreno di aprire le porte.

Simbolicamente il sogno di tre anni fa racchiude tantissimi spunti, ed è divertente che si ripresenti così vivido nella mia mente proprio in questi giorni.

Ed è la nascita e la morte del giorno.

Greggi cittadini

Look in the air
Look in the air

É una splendida giornata di inizio maggio, in questo angolo meridionale di una Germania in cui le temperature non sono ancora miti come nella nostra penisola. Un vento dolcemente intenso fa danzare gli alberi fuori dalle finestre del mio appartamento, e mi rendo conto che non onorare la Natura oggi sarebbe delittuoso.

Inforco la mountain bike e comincio a pedalare sulle quasi ubique ciclabili della città, senza precise mete ma seguendo a istinto le direzioni che preferisco. Attraverso quartieri commerciali e un po’ desolati, ma dopo poco una deviazione mi riporta sulle deliziose e fiorite ciclabili interne al Ring. Naturalmente molti altri hanno avuto la mia stessa idea e le piste sono affollate di biciclette, monopattini, pattinatori in linea, joggers e passeggiatori.

Il vento è fresco mentre passo veloce accanto a tende che ospitano feste della birra, a laghetti, a campi sportivi, a praticelli in cui i tedeschi, avventurosi, hanno deciso che è tempo di indossare il costume da bagno e abbronzarsi. Saranno sedici o diciotto gradi, temperature proibitive per il bagnante italiano, ma tutt’altro che scoraggianti per il teutonico che, stufo di quattro mesi di rigido inverno e di tre mesi di neve, vuole credere che la primavera sia arrivata infischiandosene delle condizioni climatiche.

Seguo l’indicazione per l’Englischer Garten, il giardino inglese a pochi passi dal centro, che rappresenta per Monaco un po’ quello che Central Park è per New York, con le debite proporzioni. I prati sono cosparsi del giallo dei denti di leone ma a un tratto vengo investito da un odore di stalla, il che mi stranisce all’interno di una città. Giro lo sguardo verso sinistra e intravedo una macchia bianca su un prato poco distante, sicché decido di deviare su una viuzza laterale per arrivare a quello strano candore e cosa vedo? Un nutrito gregge di pecore e agnellini intenti a brucare. Perché dovrei esimermi dal fermarmi e, con i polpastrelli sporchi e sudati, estrarre il telefono per scattare una foto?