Addio Facce da Libro.

La consultazione dei social network è, ormai da anni, entrata di prepotenza non solo fra le attività diurne e notturne, ma anche in quelle mattutine, durante le funzioni corporali, il bagno, e probabilmente anche la doccia.
Perché cominciare un post di un blog con una simile banalità, se non per riportarla al vissuto personale?
Non sono quasi mai stato un malato di socialità 2.0, tranne un breve picco su Flickr.com, che comunque richiede un impulso creativo, nei suoi limiti e con tutte le positività e negatività che si porta dietro una comunità. Eppure, non essendo mai stato malato, mi sono reso conto di come 10-20 minuti della mia giornata fossero dedicati a muovere il dito sullo schermo dello smartphone, scorrendo il feed di Facebook.

Gattini.
Citazioni da Fabio Volo.
Citazioni da un qualsivoglia filosofo-statista-psicologo.
Sfoghi depressivo-suicidi.
Fotografie di cibi.
Minchiate assortite.

Ogni tanto, qualche notizia degna di essere letta e ricondivisa.

Un tempo se volevo vedere le foto delle vacanze di un amico andavo a casa sua.
Se volevo mostrare le mie foto delle vacanze, invitavo gli amici a cena sottoponendoli poi a una estenuante sessione di diapositive. Una volta all’anno.
Se volevo una citazione di Fabio Volo, per fortuna non aveva ancora cominciato a scrivere.
Se volevo una citazione di un qualsivoglia filosofo-statista-psicologo, leggevo un libro. Oppure leggevo un libro di massime, quegli orridi bignami del sapere che, tranne “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano” di Gino e Michele, ho sempre aborrito in quanto foriere di una conoscenza parziale e distorta.
Gli sfoghi depressivo-suicidi me li sentivo solo dagli amici intimi, davanti a una birra o un taglio di vino.
Se volevo vedere foto di cibo, compravo un libro o un giornale di cucina. Nessuno sprecava rullino per fotografare un piatto al ristorante. Anzi, nessuno si sarebbe sognato di estrarre una macchina fotografica al ristorante e fare le foto al contenuto dei piatti.
Per le minchiate assortite bastava girare per la città ed ascoltare le persone mentre discorrevano fra loro.

Ora il mondo è cambiato, e io con lui.

Tuttavia ho cominciato a vedere le cose sotto un’altra prospettiva.

Perché vivere di messaggini ed emoticons, di relazioni superficiali, quando si può telefonare, o addirittura – udite udite! – incontrare le persone?

Perché estrarre il cellulare per fare le foto al cibo mentre si è a cena con amici, con una donna, con la famiglia, quando si può godersi il momento?
Mi serve forse stupire i miei contatti sui social condividendo elaborati piatti di cui, in fondo, non frega a nessuno?
Non fatevi ingannare dal “mi piace”. Nella maggior parte dei casi è diventato un “ok, ne prendo atto”.

Perché di questo si tratta: di ottenere un alto numero di “mi piace”, di vedere quel numerino rosso crescere, e insieme ad esso sentire crescere il proprio ego. E scopro l’acqua calda, ne son conscio.

Allora disattivo Facebook, disattivo le poche centinaia di persone che conosco, di vista, di persona o virtualmente, e ritorno nel mondo reale.

E poi vengo a scriverlo su un blog, su Internet, questo è vero. Ma questo blog è qui per me, principalmente, senza pubblicità nè è veicolato attraverso Facebook. Se qualcuno mi segue su Twitter, che ancora uso per le informazioni, e infatti seguo principalmente organi di informazione o personaggi come la nostra astronauta Samanta Cristoforetti (@AstroSamantha), che di cose interessanti da raccontare ne hanno.

E ci si vede là fuori, o qui dentro, ma non nel marasma dei gattini e delle pietanze del Tex-Mex sotto casa.

TripAdvisor & c. – L’algoritmo del viandante affamato?

Sono in un vicolo di Salisburgo, sono le 19 e il sole sta per tramontare. Ho fame. Prendo in mano l’insostituibile smartphone e lancio TripAdvisor.
Premo “Cerca ristoranti”
Poi dove? “Qui vicino”

Appare una lista di locali, che distano dai 20m ai 3km.

Il più vicino ha una votazione media di 4 su 5. “Non male”, penso.
Comincio a leggere le recensioni.

1. “STATE ALLA LARGA! Ho ordinato un piatto pensando che fosse tutt’altro e mi han portato una brodaglia puzzolente. Ho chiesto di cambiarmelo ma non capivano l’italiano. VOTO: 1/5”
2. “Meraviglioso! Consigliatissimo! Cibo di ottima qualità, posto accogliente! VOTO: 3/5”
3. “Locale nella media, si mangia e si beve bene, personale piuttosto accogliente. VOTO: 4/5”

Un po’ spiazzato, proseguo a scorrere la lista degli altri locali e scopro con un certo stupore che… Per tutti il voto è uguale: 4/5!

Fanno eccezione due ristoranti. Uno è votato 1/5 in base a UNA SOLA recensione di un turista scottato per qualche motivo. L’altro totalizza una media di 4.5/5, perché qualcuno ha deciso di essere un po’ più magnanimo.

Indi mi sono chiesto: ma è possibile che i voti assegnati a tutti i locali di qualsivoglia città fluttuino fra il 3.5 e il 4.5, con la stragrande maggioranza a 4?

Dando un’occhiata alle singole recensioni, sì, è possibile, perché la distribuzione dei voti è sempre molto simile:

– Qualche scontento che vota 1/5;
– Un certo numero di timidi e/o severi che assegna una sufficienza d’ufficio, un “sei politico” (il 3/5 di cui sopra);
– La stragrande maggioranza di visitatori, che assegna 4/5 perché davvero soddisfatta o anche “perché sì”;
– Un manipolo di entusiasti che premia l’esercente con il massimo dei voti (5/5).

Quanto è affidabile, quindi, TripAdvisor?

Probabilmente molto poco. Ma il problema non è del servizio in se. Il problema sono gli utenti che, essendo vari come gli abitanti del pianeta, hanno gusti e sensibilità così diverse, e talvolta così bizzarre, da rendere quasi completamente inutile ogni tentativo di qualificazione e classificazione di ristoranti e trattorie. Inoltre ogni locale ha dei punti di forza e di debolezza, quindi per forza di cose ci sarà una divergenza fra le opinioni di chi ha ordinato la specialità della casa e di chi invece si è azzardato a degustare un piatto “qualunque”.

Il mio personalissimo consiglio?

Andate a intuito e usate la testa.

– Osservate dove si raduna la gente del luogo
– Diffidate dei locali assaltati da turisti.
– Usate i vecchi metodi: chiedete consiglio agli abitanti del luogo, che magari vi sapranno consigliare quella trattoria un po’ imbucata in cui si mangia come orsi e si paga come barboni.

Ma alla fine, nonostante tutto, potrete essere delusi o sorpresi, esattamente come lo siete quando provate nuovi locali nella vostra città.

E, dopo aver provato, scrivete la vostra recensione su TripAdvisor o su altri siti simili, per condividere la vostra esperienza, che sarà solo vostra e non potrà essere la Bibbia per nessun altro. 🙂