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Amore ad alta quota al rifugio De Dòo

L’ultimo tentativo di osservazione astronomica era fallito piuttosto miseramente in una serata poco ispirata: la Luna era sorta troppo presto in una rara serata limpida, lasciando visibili ben poche stelle anche lontano dalle luci della città; avevo dimenticato a casa la batteria per l’alimentazione della montatura (una EQ6); trovare le stelle per l’allineamento del telescopio era un’impresa; volendo fotografare la Luna, unico oggetto ben visibile in quella notte sciagurata, mi resi conto che avevo dimenticato a casa anche la memory card per la macchina fotografica.

Domenica scorsa (28 gennaio), la mia compagna di vita Arianna (vicino a me nella foto qui accanto), mi ha regalato una notte nel bel rifugio De Dòo, sopra San Nicolò Comelico vicino a Santo Stefano di Cadore, a 1850m di altezza, con il fine dichiarato di passare una notte di Luna nuova a osservare il cielo montano.

Montato il telescopio e messo grossolanamente in stazione prima che facesse buio, dopo cena sono riuscito per la prima volta a fare un allineamento come si deve. Ai primi due tentativi il computer mi ha risposto “alignment might be poor”, e aveva terribilmente ragione: provando a cercare un qualsiasi oggetto, la montatura andava dove voleva.

Poi l’illuminazione, che adesso a posteriori sembra semplice e scontata: partire dalla stella polare. Allineare tubo, cercatore e asse della montatura alla polare, e poi cercare tre stelle in tre direzioni diverse del cielo per cominciare l’allineamento.

Per prima scelgo Caph, la stella più luminosa della grande W di Cassiopea. Il motore comincia a ronzare, il tubone si sposta e tac, eccola là, una stellina molto più luminosa delle altre nel cercatore, e ai margini dell’oculare. Aggiusto il rate del Synscan, per aumentare la velocità di spostamento manuale della montatura, e coi tasti direzionali sposto la stella in centro all’oculare. Enter.

Per seconda provo con Rigel, una delle luminose stelle perimetrali di Orione, insieme a Betelgeuse e Bellatrix. E anche stavolta *blink*, una stella luminosa appare all’oculare. Dev’essere lei, penso, la centro e premo Enter.

Terza stella. Arianna, con l’app di Stellarium sul cellulare, propone Castor dei gemelli, che non è poi troppo distante da Orione, ma sufficientemente separata da rappresentare una buona candidata. Ronzio, tubo che ruota, e anche stavolta un punto luminoso sovrasta gli altri nell’oculare. Lo centro, premo Enter.

Con soddisfazione, e un po’ di vergogna perché è la prima volta che capita da quando possiedo la montatura EQ6, riesco, finalmente, a leggere “Alignment completed”. L’allineamento è completato. Ora possiamo dedicarci all’osservazione.

Provo, timidamente, a digitare M36, ammasso aperto piuttosto alto in cielo. Il tubo si muove, attendo che si fermi, guardo nell’oculare, e… Eccolo lì. Miriadi di stelle che punteggiano il campo visivo del Baader Hyperion 13mm. La meraviglia.
Ma a questo punto bisogna verificare che non sia stato un colpo di fortuna, perciò non si può esimersi dal provare a puntare M42, la nebulosa di Orione, così grande, luminosa e alta nel cielo d’inverno da non poter non essere protagonista di una serata osservativa.
I motori partono, dopo non molto di fermano, e nell’oculare appare, magnificente, la nebulosa. Starei per ore a guardarla. Lascio spaziare l’occhio per catturarne quanti più dettagli possibile, quasi commosso di fronte alla bellezza dell’Universo, e sollevato per essere finalmente riuscito a cominciare a sfruttare il mio strumento nuovo. Settimane, mesi di frustrazione, lavati via e scacciati per sempre.

Riusciamo a dedicarci a M35, M37, il doppio del Perseo e qualche altra manciata di oggetti prima che la mia piccola batteria da 18A, infreddolita, cominci a fare i capricci, causando ripetuti riavvii della montatura. Ma non importa: ormai conosco un numero sufficiente di stelle per poter riallineare la montatura in pochi secondi, e comunque al terzo riavvio spengo tutto e metto via gli accessori, avviandomi verso il letto felice e col cuore pieno per aver condiviso questa esperienza con la persona che amo.

 

Il filo

Tramonto o alba?

Nel panico del labirinto buio il battito cardiaco di Teseo è fuori controllo, mentre il suo cervello elabora milioni di informazioni al secondo nella smasmodica ricerca di una via d’uscita.
Le onde cerebrali si accavallano, gli impulsi si avvicendano con eccessiva velocità, tale da dissipare ogni residuo di lucidità dalla mente del malcapitato giovane.
Teseo teme il minotauro e non agogna ad altro che alla luce, ma sa di non poter evitare lo scontro con la fiera.
All’ennesima svolta, obbligata dai tortuosi muri di pietra, la bestia si manifesta e si sguainano le armi.
Comincia un lungo turbinìo di colpi, affondi, fughe, rimbalzi e rotolii.
Ferito e ancora sanguinante, sopravvissuto ma non vivo, riverso sulla dura roccia umida accanto al cadavere del mostro, Teseo a fatica tiene aperti gli occhi.
Cedere al freddo, ne è tentato, o sforzarsi di proseguire verso l’uscita della quale non v’è indizio?
Annaspando e scrutando disperatamente nel buio, però, intravede a fatica un bandolo di matassa.
Il capo di un lungo filo.
Appena visibile, inaspettato.
Un aiuto insperato.
Prima strisciando, poi carponi, Teseo segue il filo, fino a scorgere nuovamente il sole.
Ancora intorpidito dall confusione della recente battaglia, però, non comprende se si tratta del sole che muore, o del sole che nasce.
Però è il Sole, senza dubbi.
Allora il battito s’acquieta, le onde cerebrali diminuiscono di frequenza, e nella loro ritrovata maggiore ampiezza c’è spazio per più idee, che allargate sul telo della coscienza come tessere di un mosaico sono più facili da individuare e afferrare singolarmente.
E improvvisamente il tramonto sembra alba.

…E poi venne il Sole

...Poi venne il sole.

Il Sole che squarcia le nubi e manda i suoi raggi, in fasci, a pochi a pochi, sulla Terra ancora umida e gonfia di lacrime, quasi a volerla mondare ma anche solo brevemente confortare.

I campi verdi, chiazzati di luce, cercano affannosi il respiro sotto gli occhi sonnacchiosi e un po’ altezzosi delle montagne, da sempre use a qualsiasi manifestazione della Natura.

Come la speranza di redenzione, che filtra tra le nubi delle nostre colpe e cerca di rischiarare l’oscurità che abbiamo dentro.