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Marche, giorno 4: Tempio del Valadier e Santuario della Madonna di Frasassi

E’ il nostro ultimo giorno nelle Marche, e il tempo non ci è particolarmente amico: pioggerelline intermittenti inumidiscono le strade. Poteva andare peggio, però. Poteva piovere (cit.).

Partiamo dall’agriturismo, sito nel bel mezzo di niente, e dopo l’ormai noto chilometro di sterrato ci immettiamo sulla classica strada di campagna marchigiana, che mette a dura prova le sospensioni dell’auto.

Cinque minuti di strada, e alla nostra sinistra si apre un prato verde sul quale pascola beata una marea di pecore. Abbasso il finestrino e mi fermo, scendo con la macchina fotografica in mano per immortalare quell’oceano di macchie bianche, ma non ho neppure il tempo di inquadrare che intravedo tre macchie bianche in lontananza correre in mezzo a tutte le altre, che si aprono come il Mar Rosso davanti a Mosè.

Socchiudo gli occhi, aguzzo l’udito e mi accorgo che le tre pecore scatenate non stanno belando: stanno abbaiando e corrono dritte verso di me. Sono tre enormi pastori maremmani, bianchi naturalmente, e sembrano incazzati neri. E stanno svolgendo con fin troppo zelo il mestiere di pastori.

Esito un po’, loro si fermano a una decina di metri, sul limitare del prato. Loro cambiano tono, abbaiando sempre più furiosamente e cominciando a ringhiare, sicché mi sembra più saggio risalire in macchina. Faccio per salutare le pecorelle, metto via la macchina fotografica, afferro il volante e sono pronto a partire.
Con la coda dell’occhio vedo un movimento inconsulto vicino al finestrino: è uno dei tre pastori, che non si è accontentato di vedermi risalire nella mia gabbia di metallo, e sta saltando verso il finestrino. Con una mano alzo il cristallo, con l’altra ingrano la marcia, con le ginocchia tengo il volante e parto sgommando, e dopo una cinquantina di metri semino il pastore, ringraziando il suo Dio.

Pastori maremmani al lavoro
Pastori maremmani al lavoro

Ora non ci resta che decidere cosa fare prima di tornare verso Udine.
Dopo una breve consultazione, decidiamo di seguire il consiglio del venditore di cacio e ciauscolo del giorno prima: “visitate il Santuario della Madonna di Frasassi, assolutamente!”.

Al che, data la qualità del cacio al tartufo che ci aveva venduto il succitato uomo, decidiamo di dargli fiducia ancora una volta.

Un po’ di curve nella gola della Rossa, ove scorre il Sentino fra alte pareti rocciose, ed eccoci arrivati al sentiero per il Santuario.

Il torrente Sentino nei pressi di Genga
Il torrente Sentino nei pressi di Genga

Ci incamminiamo, su per il sentiero che in realtà ha più le dimensioni di una mulattiera, essendo pure lastricato, e non senza un po’ di fiatone percorriamo le tappe della via Crucis, segnalate da classici cartelli in legno. Stiamo per arrivare in cima, dopo neppure un chilometro che è però sembrato molto più lungo, e capiamo come mai il nostro spacciatore di cacio caldeggiava questa visita. Date un’occhiata alle foto qui sotto, che rendono solo un poco di giustizia alla cornice naturale spettacolare del Santuario.

A me, personalmente, poco è piaciuto il pomposo Tempo del Valadier, eretto nel XIX secolo, che occupa quasi interamente una grande cavità naturale.

L’antico Santuario, al contrario, costruito in pietra, si integra secondo me più rispettosamente con il paesaggio circostante.
E un paesaggio simile, con il Sentino che scorre placido e costante nel profondo della Gola, le pareti rocciose a ricordarmi che sono solo di passaggio di fronte a quest’eternità, e le piante ad esse aggrappate, non può che essere profondamente rispettato, in dignitoso ed ammirato silenzio.

Marche, Giorno 3: Frasassi – Loreto

Il terzo giorno marchigiano è molto meno girovago del primo, ma non meno intenso emozionalmente. Il programma della giornata prevede infatti la visita alle grotte di Frasassi.

Un’ora e un quarto di strada, ormai abituati all’asfalto patchwork della maggioranza delle strade marchigiane, e giungiamo a Genga, da dove si accede alle famose grotte.

Prendo il biglietto, 15.50 euro a testa, storco il naso e penso che è un prezzo un po’ alto per visitare una grotta. Arriva il bus navetta a portarci all’ingresso delle grotte, dove ci aspetta la nostra guida, un appassionato e affabile speleologo dal baffo nero.

Dopo una breve introduzione sulla conformazione delle grotte, attraversiamo le porte stagne e ci avviamo a piedi nel tunnel di ingresso, lungo circa duecento metri.

Quando il tunnel si apre sulla prima camera, il cosiddetto Abisso Ancona, quasi mi vengono a mancare le gambe. La guida comincia a parlare e quasi non lo ascolto, e penso che “altro che 15 euro, me ne potevano chiedere 50”.

Non ci sono parole per descrivere una cavità così enorme: 180 x 120 m ed un’altezza di 200 m. Non esistono descrizioni scritte o parlate per delle stalagmiti alte venti metri, come i giganti che potete vedere in una delle foto qui sotto (purtroppo non scattate dal sottoscritto, in quanto nelle grotte si può fotografare solo prenotando un Photo Tour piuttosto costoso ed esclusivo).
Non si può descrivere la sensazione di trovarsi sotto 500 (cinquecento!) metri di roccia, nel cuore della montagna, circondati da un ambiente totalmente diverso da qualsiasi cosa si sia vista in superficie o in cielo. Il candore delle stalattiti e stalagmiti di calcite, che a volte tende al rosastro in presenza di residui ferrosi, è quasi abbacinante, anche alle basse luci che sono state posizionate in grotta. Senza di esse, neppure un fotone arriverebbe qui sotto. Ci sarebbe solo il buio, e senza di noi ci sarebbe il silenzio assoluto, fatta eccezione per l’incessante gocciolìo dell’acqua che, stilla dopo stilla, cade dal soffitto per battere sulle stalagmiti e sulle varie concrezioni multiformi.

Fra canyon, laghetti, formazioni rocciose e paesaggi lunari di calcite bianca come neve, cammino rapito e perdutamente affascinato.
Ho sempre pensato che le viscere della Terra non facessero per me, ma questa bellezza commovente mi fa ricredere.

Quando usciamo dalle grotte, non abbiamo più voglia di vedere alcunché per tutta la giornata. Vogliamo solo passeggiare, respirare aria pura, e tenere impressa nelle retine la meraviglia delle Grotte.

Tanto che la tutto sommato veloce visita a Loreto, che ci era stata consigliata da amici, non solo non riesce ad entusiasmarmi, ma quasi mi infastidisce, quando vedo l’enorme Duomo e penso a quanto l’uomo abbia voluto, con esso, celebrare sé stesso più che il Dio in cui crede.

 

Marche, Giorno 2: Camerano – Sirolo – Numana – Osimo – Offagna – Recanati

Al mattino partiamo dalla Locanda e come prima destinazione puntiamo il muso della Grigia verso la vicina Camerano, dove ad attenderci c’è una simpatica guida che accompagna noi e un altro gruppetto di visitatori nelle “Grotte di Camerano” che, a dispetto del nome, sono un complesso di tunnel e stanze scavate nell’arenaria del colle su cui è stata fondata Camerano. La pratica di scavare dei tunnel sotto la città non era poi così strana nei secoli scorsi, quando avere un rifugio sotto casa era molto più consigliabile di quanto non lo sia oggi. In alcuni casi, però, come in quello di Camerano e Osimo, le “grotte” formano un complesso unico che si estende sotto l’intero paese, e in tempo di guerra in passato ospitava l’intera popolazione anche per settimane. In tempo di pace, invece, le grotte erano usate come cantine, ripostigli, e spesso anche come sale per riunioni segrete (e qui si parla di massoneria, templari, e altre congreghe più o meno mistiche e mitiche).

Nelle foto qui sopra – non fatevi ingannare: le grotte, sebbene illuminate, sono molto più buie di quanto non appaia in foto – appare anche una chiesa sotterranea, scavata sotto una chiesa “di superficie”, che è stata purtroppo rasa al suolo per fare spazio al mercato. Questa chiesa, ornata con croci greche e quindi tendenzialmente associata al culto templare, presenta la particolarità di non essere disposta nella stessa direzione – est, come tipico per le chiese romaniche – della sua sorella sovrastante, bensì con l’altare verso nord, direzione inusuale anche per le chiese pagane.

Dopo la lunga permanenza nel sottosuolo, abbiamo la necessità di respirare dell’aria pura e di sentire il vento che soffia, perciò come tappa successiva scegliamo i dintorni del monte Conero, sulla costa. Pranzo, poi una passeggiata a Sirolo, un sonnellino sulla spiaggia nella vicina Numana, e si riparte per Osimo.

Panorama da Sirolo
Panorama da Sirolo

A Osimo c’è un altro esempio di “città sotterranea”, scavata in parte dai frati domenicani come luogo di preghiera, rifugio e stoccaggio. I frati usavano dei lunghi camini (se visti dal basso) o pozzi (se visti dall’alto) per accedere alle grotte (qui sotto ne vedete una foto). Noi usiamo una semplice e comoda scala in pietra, e insieme ad altri due visitatori e all’immancabile guida ci addentriamo nelle viscere della collina, fra simboli a quanto pare templari (triplici cinte e stelle a otto punte, fra gli altri), bassorilievi, e cunicoli labirintici. Si stima che sotto Osimo ci siano, in totale, circa 12 km di cunicoli, che coprono l’intera area cittadina. Di questi 12km, circa un quarto non sono ancora stati mappati ed esplorati.

Per la seconda volta fuoriusciti da un complesso sotterraneo, decidiamo che per il momento possiamo anche restare in superficie per qualche ora. Dopo aver visitato il centro e il belvedere (nella foto sopra), ripartiamo per Montefano, dove dormiremo.

Prima, però, un rapido passaggio ad Offagna per gustare il tramonto dalla Rocca.

Lasciamo i bagagli nel B&B a Montefano, e andiamo alla ricerca di un ristorante che possa dare del cibo a due viandanti. Alla fine optiamo per un piccolo ristorantino a Recanati, molto particolare perché durante il giorno è una macelleria, mentre di sera diventa una piccola osteria grazie a qualche tavolo posizionato all’esterno, al coperto. Non nominerò detto locale per non fare pubblicità gratuita, ma si sappia che è davvero notevole la cura con cui viene preparata e cotta la carne. Eccellente la qualità della materia prima, eccezionale la resa dei piatti. Per gli amanti di tagliate, filetti e lombate, questo è il posto giusto. Chi invece non riesce a mangiare la bistecca se non è ben cotta se ne vada pure in pizzeria. Dopo questa digressione enogastronomica, torniamo alla macchina passeggiando per il centro della cittadina che diede i natali a… Se non lo sapete, “sapevatelo”!

Marche, giorno 1: Udine – Gradara – Senigallia – Camerano

Si parte, tutt’altro che all’alba, destinazione Marche. Fortunatamente il tempo e il traffico non ci sono avversi, e in quattro orette, sosta compresa, siamo arrivati nelle Marche, per la precisione a Gradara, bel borghetto medievale  ospitante la famosa Rocca malatestiana ove, secondo la leggenda, furono uccisi Paolo e Francesca.

Valeva la pena visitare anche l’interno della rocca, riccamente decorato con mobili e opere d’arte di epoche diverse.

Dopo Gradara, ripartiamo per Senigallia, della quale vorremmo visitare il Duomo, i portici Ercolani, la Rocca roveresca. L’impatto con la cittadina marittima in provincia di Ancona non è lusinghiero: il litorale prima, e la città poi, ci comunicano per lunghi tratti un senso di abbandono e di cupezza. La piazza del Duomo è desolata e l’asfalto un patchwork.  Più vivo, invece, il centro città, in un paio di vie. Caratteristici i portici, sebbene niente di così emozionante, mentre il Duomo purtroppo era chiuso alle visite.

Arriviamo infine all’imponente rocca, che visitiamo in lungo e in largo, apprezzandone diversi aspetti notevoli: la scala elicoidale, un capolavoro di ingegneria e architettura; i bassorilievi onnipresenti; le antiche scritte sui muri.

Dopo Senigallia dirigiamo verso Camerano, dove ci attende la prima locanda in cui dormiremo, soddisfatti e ben rifocillati.