Arrivederci, piccola guerriera. Grazie Doc.

Arrivederci, piccola guerriera. Grazie Doc.

Remember me as a time of day
Remember me as a time of day

Colonna sonora di questo post, che ho anche scelto come titolo della consueta foto a corredo: Remember me as a time of day – Explosions in the Sky .

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Il Doc è uno di noi.
Anzi: a dirla tutta, se non fosse per lui non esisterebbe un “noi”.
Chi siamo noi?
Un paio d’anni fa, a seguito di qualche scambio di battute su un forum di discussione su Internet, il Doc ebbe l’idea di creare un gruppo su Whatsapp, invitando prima uno, poi due, poi tre, poi quattro, cinque e infine sei persone: Fla da Torino, io che al tempo stavo in Germania, Ale che scriveva dal profondo sud, il pratese Toby e il padovano Deka, e ultimo ma non ultimo Grim da Ivrea. Oltre, ovviamente, al Doc, che chiamai così quando si ritrovò invischiato in una futile discussione sul forum in cui dovette dimostrare di possedere una laurea. Il possesso del titolo di studio, unito alla sua “erre” aristocraticamente moscia e alla sua pacatezza d’espressione, che risaltava ancor più in presenza delle nostre colorite imprecazioni, mi diedero lo spunto per affibbiargli il nomignolo “Doc”. E da lì cominciammo a chiamarlo così, alternando questo nickname al nome di battesimo.
Sembrava di stare virtualmente in un pub di cazzari e infatti “Il pub dei cazzari” divenne il nome del gruppo, e dalle scemenze che ci scrivevamo via cellulare si passò presto a sentirsi a voce, su Skype, mentre si giocava online a qualche videogioco.
Presto il videogioco divenne soltanto un pretesto per passare qualche ora insieme, a diverse ore, a chiacchierare del più e del meno oppure, a volte, anche di qualcosa di più. Io ero in Germania, fondamentalmente solo in molte sere e molti weekend, e poter chiacchierare nella mia lingua con persone dotate di spessore non era cosa facile. Si stabilì così, fra un whisky e una sigaretta a notte fonda, un legame che trascendeva le vie del gaming, e che si snodava quindi su percorsi più umani e più ancorati a una realtà che fino a quel momento era stata virtuale. In fondo eravamo e siamo delle persone, sette personalità così diverse fra loro eppure così vicine, nonostante fossimo lontane centinaia o migliaia di chilometri. Smettemmo gradualmente di chiamarci a vicenda tramite i nickname che usavamo nei videogiochi, e cominciammo ad usare i nostri nomi di battesimo.
Piccoli spaccati di vita quotidiana emergevano qua e là attraverso le linee Internet: Fla che mentre giocava con noi parlava al telefono con la sua ragazza, il Doc che metteva in pausa il gioco per mettere a letto la figlioletta di quasi due anni. Ci scambiavamo le foto delle nostre vite, ci tenevamo aggiornati senza esserci mai visti di persona.

Poi, un anno e mezzo fa, la notizia che nessuno di noi avrebbe voluto mai udire: la figlia del Doc non stava bene, era malata.
La diagnosi definitiva ci lasciò sgomenti: era leucemia.
Non aveva ancora due anni, la piccolina.
Da lì cominciò un lungo viaggio all’inferno per la bimba, il Doc e sua moglie. Oltre un anno di lotte continue, di alti e bassi, di speranze e di sofferenze.
Noi ne eravamo testimoni remoti, e se si poteva si era lì, la sera, nei rari momenti in cui il Doc poteva collegarsi con noi, fra il suo lavoro e le permanenze negli ospedali e cliniche dalle quali sua figlia entrava e usciva. Trascorrevamo insieme alcuni dei suoi pochi momenti di svago, quelli in cui poteva cercare di staccare la testa dai terribili problemi che gli avevano sconvolto la vita, pur restando fra le quattro mura di casa per ogni evenienza.
Seguimmo da vicino e da lontano le mille vicissitudini degli ultimi tredici mesi, grazie anche ai bollettini che puntualmente il Doc ci spediva via email. A noi e a una ristretta cerchia di amici. Qualcuno avrebbe pensato che fossimo solo una banda di pixel per lui, ma il fatto che fossimo fra i destinatari di quelle email dimostrava che forse non era esattamente così.
Dopo un breve periodo di relativa calma, durante il quale sembrò che la piccola – la quale grazie alla sua coraggiosa combattività nei confronti del proprio male divenne la nostra piccola guerriera – fosse avviata a un miglioramento, la situazione precipitò e si dovette tentare il tutto per tutto, cosa che implicava necessariamente un trapianto di midollo.
Il trapianto ebbe luogo, ma l’illusione e la speranza ebbero vita breve: nel giro di tre giorni le complicazioni ebbero il sopravvento e la piccola guerriera ci lasciò, respirando per l’ultima volta fra le braccia della moglie del Doc.
La notizia fu sconvolgente. Versammo lacrime per una bimba che non avevamo mai avuto la fortuna di conoscere se non in foto. Piangemmo insieme a un padre del quale, da un punto di vista canonico e pratico, conoscevamo soltanto la voce.
Da un giro di email fra noi, dal quale era ovviamente escluso il Doc, prendemmo l’unica decisione che vedevamo possibile: andare al funerale della bimba. Per raggiungere la città ove abita il Doc qualcuno doveva percorrere trecento chilometri, qualcuno cinquecento, altri (io) più di settecento. Ma non importava. Sentivamo, nel profondo di noi stessi, che non c’era altra scelta. Non l’avevamo mai visto in faccia se non in foto di sfuggita, ma era uno di noi e volevamo stargli vicino in un momento che non può essere descritto da aggettivi adeguati.
“Ehi Doc, noi ci siamo e ci saremo, anche da lontano.” Questo volevamo dirgli, tanto più dopo che il Doc ci inviò un’email, il giorno successivo all’ultimo respiro della piccina, in cui ci ringraziava per essere stati con lui durante quei lunghi mesi.
Avremmo dovuto tuttavia essere noi a ringraziare lui, per quello che aveva creato e per essere stato il collante dei cazzari.

Partii così senza alcun dubbio alla volta della Svizzera, alle cinque e mezza di un venerdì mattina. La prima tappa del viaggio fu a Padova, per raccogliere Deka.
Da Padova a Ivrea ebbi tempo di discorrere per qualche ore con l’amico patavino, appassionato di filosofia, teologia e psicologia. Fu una bellissima sorpresa poter approfondire di persona dei discorsi che, per motivi di tempo, erano stati solo accennati durante le nostre sessioni online.
A Ivrea incontrammo Grim e Fla, che era l’unico che avessi già incontrato di persona. Da Ivrea a Losanna il clima in auto era spensierato. Forzatamente spensierato, pensammo. Stavamo cercando di esorcizzare il motivo che ci aveva portati ad affrontare  quel lungo viaggio, perché sapevamo che nel giro di qualche ora le circostanze e gli umori sarebbero completamente mutati.
Arrivammo a Losanna, sul lago, nel primo pomeriggio di una splendida giornata di sole, soffocata in lontananza da un lieve strato di foschia. Trovare la chiesa grazie al GPS non fu difficile. Era una piccola chiesetta sulla cima di una collina verde, un luogo che in altre occasioni sarebbe sembrato idilliaco. Un luogo ideale per celebrare nuove vite e nuovi amori, ma quel giorno eravamo lì per salutare una vita troppo giovane per essere interrotta.
Scesi dall’auto, cominciammo a salire verso la chiesetta camminando lungo il vialetto in mezzo al prato.
Più ci avvicinavamo alla nostra meta, più ci sentivamo pervasi da una sensazione opprimente di tristezza. Ci passò ogni voglia di scherzare e di ridere. Le parole vennero sostituite dal silenzio.
Salutammo rapidamente il Doc, del quale intuii l’identità dal numero di persone che gli stavano facendo le condoglianze in francese, tedesco e italiano, e ci mettemmo di fronte alla porta ad attendere l’inizio della funzione.

Fu lì che notammo un particolare che, pesante come un macigno, si schiantò violentemente su di noi e su quella pochissima serenità che poteva esserci rimasta.
Una piccola croce di legno era appoggiata al muro sulla destra della porta.
Sopra la croce erano dipinti il nome della piccola e gli anni di nascita e di morte: 2010-2013.
Non ce la facemmo.
Quei due numeri così insensatamente ravvicinati fra loro stridevano con il concetto stesso di vita.
Inforcai gli occhiali da sole per coprire la mia umida disperazione.
Il resto fu poetico e straziante.
Una piccola urna di legno, sulla quale erano attaccati degli adesivi di farfalle e barbapapà, circondata da un cuore di lumini accesi.
Una radio che faceva risuonare le canzoncine preferite della bimba fra una preghiera e l’altra.
Un volo di palloncini gialli.
Gli occhi sorpresi della moglie del Doc quando ci vide e capì che non siamo solo “gli amici virtuali” di suo marito, presenze intangibili ed effimere.
Mille dettagli che ricorderemo per sempre.
E la conferma di quello che siamo e quello che resteremo.
Noi.
Grazie, Doc.
Arrivederci, piccola guerriera.

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