Category: Bianco e nero

Pagine

Pagine

The walk

Ormai da mesi stavo leggendo le ultime consunte pagine di un libro. Mi ero ripromesso di terminarlo, un giorno o l’altro, ma a volte si ha un po’ di paura di chiudere un libro perché non si sa se quello successivo sarà ugualmente soddisfacente.
In questo caso, poi, il lieto fine era tutt’altro che scontato.
Visto che l’ossessione di non averlo completato porta con se un’altra notte di incubi, il mattino dopo decido di affrontare quelle poche ultime pagine. L’epilogo.
Proseguo la lettura armato di buon coraggio e finalmente incontro la parola fine, che campeggia laconica su una pagina bianca.
Poi volto pagina e resto a fissare la quarta di copertina per un po’, come sempre dopo una lettura che ha lasciato un segno nella mia vita.
Sorrido sardonico. Mi dico “è fatta, in fondo non era così difficile”. Mento a me stesso, ovviamente.
Appoggio il mallopposo volume su uno scaffale: quello che raccoglie i libri che più hanno segnato la mia vita, ma che so che non rileggerò mai.
Mi accorgo che fuori ha smesso di piovere e che fra le nuvole sta spuntando un timido sole.
Di tanto in tanto volgo un’occhiata al tomo e sorrido, non senza un po’ di malinconia, ripensando alle emozioni che ho vissuto durante la lettura.
Ma oggi c’è il sole e, dopo mesi, non ho altra voglia che stendermi su un prato a respirare il profumo della primavera.

 

P.S. Ho scattato la foto del giorno in una chiesa locale, appoggiando la macchina fotografica per terra. Non sono religioso ma mi piace l’idea del cammino verso la luce, circondato da seggi ora vuoti ora occupati da persone curiose o indifferenti.

Ticchettii

Ticchettii

Attraverso il velo

Fuggire dai fantasmi del proprio passato è un po’ come guardare il mondo attraverso la finestra in un giorno di pioggia: i colori delle forme indistinte perdono di vivacità e si appiattiscono in un pallido grigiore, il ticchettio della pioggia sul vetro inquieta anziché rassicurare.

Dopo questa frase molto susannatamariana, della quale mi vergogno un po’, ecco la citazione del giorno, partorita da una persona amica: “Le persone in crisi sono come l’Autan. Il loro caos puzza, così risultano involontariamente e inevitabilmente repellenti, finché non trovano il proprio equilibrio.”. E in quel momento ho pensato che a volte nella vita si puzza più di un letamaio. Tutto sta nel riconoscere il proprio olezzo e non tapparsi il naso di fronte a esso, bensì inspirarlo profondamente e lasciare che ci inondi i polmoni. Solo così capiremo con quale sapone lavarci, e come.

Chiudo con la canzone di oggi, strettamente correlata a questi concetti:

Falling down
Start again
Life can bring you down
The monumental truth
Of elegance in you

Falling for
The part of who you are
Makes you shine inside.

The Gathering – Waking Hour

Scontri e incontri

Scontri e incontri

Skies colliding

Ronzii rumori bianchi nel cervello perfettamente difettoso, come fotografie sbiadite e crepe nei vetri di variopinti rosoni.
Affascinanti imperfezioni.
Ondulazioni apparentemente caotiche, ma perfettamente ritmiche nella loro natura più intima e ineffabile.
Dove la materia e l’antimateria si scontrano, orizzonti degli eventi emettono fasci di energia.
Oltre, non ci è dato vedere.
Oltre, l’oscurità. Ma la coincidentia oppositorum suggerisce che il buio totale equivale a luce infinita.
E nell’oscurità impenetrabile, così come nella luce abbagliante, le leggi che conosciamo perdono di ogni loro senso.
Dove entità diverse come materia e antimateria si incontrano e si scontrano, là si forma una singolarità universale.
Un posto in cui il tempo e lo spazio seguono leggi differenti da quelle di tutti gli altri posti esistenti.
Servono soltanto densità estreme di rumori bianchi, apparentemente caotici.

Prospettive

Prospettive

Changing perspectives

Gli occhi si spalancano, mi rendo conto di essere sdraiato su un terreno sconnesso, metto a fuoco ed è deserto tutt’intorno. Tracce di vita, nessuna.
Tento di alzarmi in piedi ma le gambe non sono ancora pronte, tremano e cedono sotto il peso che mi porto appresso.
Striscio, quindi, raschiandomi le unghie sui sassi aguzzi, ferendo le ginocchia di profonde piaghe.
Non so dove io sia diretto, perché ogni direzione sembra portare nello stesso posto, cioè in nessun dove. Le aride distese che mi circondano si fanno sempre più buie.
Vago e nel mentre ricordo. Affanno pesanti respiri. Col vago ricordo di aver sentito dire che la strada più oscura è quella che si percorre a occhi chiusi.
A occhi chiusi si sogna, si immagina, si respira, ma non si vede veramente.
La mano escoriata incontra, fra pietre e polvere, un corpo morbido e delicato, che si muove carezzando le mie ferite.
Percepisco una lama di luce ferirmi la pupilla, e solo allora capisco che le mie palpebre non si erano mai separate, come patetiche amanti parossisticamente e morbosamente avvinghiate.
Allora lentamente le faccio allontanare l’una dall’altra e mi lascio inondare dal candore abbacinante.
Inizialmente non percepisco alcun colore, poi una figura familiare si delinea: è una mano, tesa, a indicare un punto che pare lontano, nella distesa deserta che però ora è chiazzata da una strana luce.
Strizzo gli occhi e vedo un germoglio, lontano, in pieno deserto. La vita dove non ce n’è mai stata.
Proprio là dove speranza e paura collidono.
Potrebbe trovarsi a una settimana di cammino. O a sette mesi. O a sette anni.
O potrebbe essere un miraggio.
Ma da questa nuova prospettiva non sembra esserlo.
Cè solo un modo per verificare: bisogna credere di poterci arrivare, e avere il coraggio di andare.
Durante il viaggio, pazientemente ardere nell’attesa di giungere a destinazione e scoprire la verità.

Verso

Verso

Alone, abandoned, but still standing tall

Una fornace abbandonata. Un tempo il suo cuore ardeva rovente, ma oggi è solitaria, abbandonata al suo fiero silenzio.
Sta ancora là, ancora in piedi, nonostante le crepe che l’hanno segnata irriperabilmente, e si protende con disperazione verso il cielo.

Mentre converto questa foto in bianco e nero, questa è la canzone che mi suona in cuffia.

I’m waiting for your hands
to fold around my wrist
I’m mellowing in warm grass
and the scent of you I’ve missed

And blue is representing
the draft in my heart
I’m wandering through thin skies
and the transparent air I’ve missed

Pale is my face
you might want to colour
while I breathe

I’m following large drops of rain
with my eyes on the sight of you I’ve missed.

(The May Song – The Gathering)

Il battito deve rallentare?

Il battito deve rallentare?

Il mondo dallo spioncino

Sedevo da solo al tavolo di un pub londinese, e mentre sorseggiavo una buona ale in abbinamento a un ottimo piatto di pub food (salsiccia e potato mash, una sorta di purè), scribacchiavo sul mio Moleskine e scattavo qualche foto (fra cui ovviamente quella che pubblico qui sopra).

Pensavo che qualche volta mi piace far fermare il tempo, rallentare la mia vita e sedermi ai bordi di quella degli altri. Non per voyeuristica perversione, bensì perché è sempre più difficile trovare momenti in cui poter riflettere ed assaporare il presente, senza dover volgere necessariamente la mente al futuro prossimo.

Perché la vita tachicardica pulsa frenetica, corre, si arrotola e si dipana, si schianta ad alta velocità, si frantuma e poi, forse, i brandelli e le schegge provano a riassestarsi.

A questo proposito mi salta in mente al volo una vecchia canzone di Tom Petty and The Heartbreakers, che recitava “Well I don’t know but I’ve been told, you never slow down, you never grow old” (“Non lo so, ma mi è stato detto che, se non rallenti mai, non invecchi mai”). Io la modificherei leggermente: “you never slow down, you never grow”: se non rallenti mai, non cresci.

Insomma, le esperienze servono e vanno vissute, ma è proprio quando ci sediamo ai bordi della vita e la guardiamo attraverso lo spioncino che esse sedimentano e vengono elaborate. E’ in quel momento che dobbiamo affrontare noi stessi e non gli altri, guardare i nostri difetti e mancanze invece di quelle altrui, in un esercizio non banale né facile, né tantomeno scontato. Vedo molte persone, invece, che si ergono sempre sulla ribalta con disinvoltura, e non si rifugiano mai dietro le quinte, dove volano le domande e annaspano le risposte. Tante volte queste stesse persone elargiscono giudizi sulle altre, a distogliere l’attenzione deviandola su altro che non siano loro stesse.

Probabilmente molte crisi interiori che non riusciamo a risolvere sono dovute proprio a questo.

Ho sei cose nella mente

Ho sei cose nella mente

Something in my mind

Scherzavo. La mia mente ha una capacità molto inferiore al capogirevole numero di 6 (sei!) cose, ma l’omaggio a una certa canzone di un certo cantautore italiano era così scontata che non sono stato in grado di resisterle.

Ali di carta

Ali di carta

Clipped Wings

Un po’ stimolato dalla lettura del post di cui si parlava ieri, mi sono messo a fare. Niente di particolare, niente di originale, perché – come diceva proprio Austin Kleon nel post – non c’è modo di essere originali, ormai. Non è possibile creare qualcosa che non sia già stato creato, ma ci si può ispirare. Con il classico setup minimale, quindi, e un paio di post-it, ho cercato di esprimere un concetto, piuttosto semplice ed immediato peraltro. La cosa più divertente è stato il post-processing: ho aperto due volte lo stesso Raw in Camera Raw, con gli stessi settaggi tranne che per la clarity, -100 in un caso e +100 nell’altro, poi li ho sovrapposti tenendo la massima clarity sui post-it e la minima sulla pelle (grazie alle consuete maschere di livello, con pennelli e gomma), giocando coi metodi di fusione dei livelli. E poi conversione in bianco e nero, regolazioni di ombre e alteluci e ampiezza tonale delle stesse, curve di contrasto piuttosto spinte, sharpening come sempre. Un po’ di timbro clone per levigare alcuni particolari.

La colonna sonora dell’ispirazione serale è stata la canzone di sottofondo a questo video della bambola gigante, che ho sempre adorato. Sia il video che la canzone.

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