Category: Racconti

Il filo

Il filo

Tramonto o alba?

Nel panico del labirinto buio il battito cardiaco di Teseo è fuori controllo, mentre il suo cervello elabora milioni di informazioni al secondo nella smasmodica ricerca di una via d’uscita.
Le onde cerebrali si accavallano, gli impulsi si avvicendano con eccessiva velocità, tale da dissipare ogni residuo di lucidità dalla mente del malcapitato giovane.
Teseo teme il minotauro e non agogna ad altro che alla luce, ma sa di non poter evitare lo scontro con la fiera.
All’ennesima svolta, obbligata dai tortuosi muri di pietra, la bestia si manifesta e si sguainano le armi.
Comincia un lungo turbinìo di colpi, affondi, fughe, rimbalzi e rotolii.
Ferito e ancora sanguinante, sopravvissuto ma non vivo, riverso sulla dura roccia umida accanto al cadavere del mostro, Teseo a fatica tiene aperti gli occhi.
Cedere al freddo, ne è tentato, o sforzarsi di proseguire verso l’uscita della quale non v’è indizio?
Annaspando e scrutando disperatamente nel buio, però, intravede a fatica un bandolo di matassa.
Il capo di un lungo filo.
Appena visibile, inaspettato.
Un aiuto insperato.
Prima strisciando, poi carponi, Teseo segue il filo, fino a scorgere nuovamente il sole.
Ancora intorpidito dall confusione della recente battaglia, però, non comprende se si tratta del sole che muore, o del sole che nasce.
Però è il Sole, senza dubbi.
Allora il battito s’acquieta, le onde cerebrali diminuiscono di frequenza, e nella loro ritrovata maggiore ampiezza c’è spazio per più idee, che allargate sul telo della coscienza come tessere di un mosaico sono più facili da individuare e afferrare singolarmente.
E improvvisamente il tramonto sembra alba.

Prospettive

Prospettive

Changing perspectives

Gli occhi si spalancano, mi rendo conto di essere sdraiato su un terreno sconnesso, metto a fuoco ed è deserto tutt’intorno. Tracce di vita, nessuna.
Tento di alzarmi in piedi ma le gambe non sono ancora pronte, tremano e cedono sotto il peso che mi porto appresso.
Striscio, quindi, raschiandomi le unghie sui sassi aguzzi, ferendo le ginocchia di profonde piaghe.
Non so dove io sia diretto, perché ogni direzione sembra portare nello stesso posto, cioè in nessun dove. Le aride distese che mi circondano si fanno sempre più buie.
Vago e nel mentre ricordo. Affanno pesanti respiri. Col vago ricordo di aver sentito dire che la strada più oscura è quella che si percorre a occhi chiusi.
A occhi chiusi si sogna, si immagina, si respira, ma non si vede veramente.
La mano escoriata incontra, fra pietre e polvere, un corpo morbido e delicato, che si muove carezzando le mie ferite.
Percepisco una lama di luce ferirmi la pupilla, e solo allora capisco che le mie palpebre non si erano mai separate, come patetiche amanti parossisticamente e morbosamente avvinghiate.
Allora lentamente le faccio allontanare l’una dall’altra e mi lascio inondare dal candore abbacinante.
Inizialmente non percepisco alcun colore, poi una figura familiare si delinea: è una mano, tesa, a indicare un punto che pare lontano, nella distesa deserta che però ora è chiazzata da una strana luce.
Strizzo gli occhi e vedo un germoglio, lontano, in pieno deserto. La vita dove non ce n’è mai stata.
Proprio là dove speranza e paura collidono.
Potrebbe trovarsi a una settimana di cammino. O a sette mesi. O a sette anni.
O potrebbe essere un miraggio.
Ma da questa nuova prospettiva non sembra esserlo.
Cè solo un modo per verificare: bisogna credere di poterci arrivare, e avere il coraggio di andare.
Durante il viaggio, pazientemente ardere nell’attesa di giungere a destinazione e scoprire la verità.

Anime smarrite

Anime smarrite

Non è più tempo

Il fascino del regno del Sogno è sempre troppo forte per essere ignorato. Quando un luogo poggia le proprie fondamenta sulla nostra intima essenza, è arduo mostrarsi indifferenti. Quando poi ci ripropone, a puntate in notti diverse, un’esperienza, diventa una potente fonte di riflessione, come è accaduto per le due puntate del sogno che vado ora a raccontare.

Parte I – Pratiche esoteriche

Un amico mi è apparso e, per qualche motivo, con trasporto mi ha parlato di una pratica piuttosto singolare: dormire insieme ai morti per rivivere quasi osmoticamente le loro esperienze dolorose pre-mortem, in modo da condividerle e alleggerire quindi le loro anime, consentendo loro di lasciare finalmente il limbo dei rimpianti e degli irrisolti per avviarsi verso l’eternità.
Il discorso mi parve strampalato e sulle prime non avrei saputo cosa pensarne. Lo archiviai perciò senza darvi troppo peso, ma la curiosità rimase.

Parte II – Le gemelle

Dopo avere rivisto brevemente l’amico della prima puntata, mi avvio verso una grande casa probabilmente abbandonata, una vecchia villa di campagna la quale nonostante l’età e la decadenza risulta trovarsi in uno stato migliore di quanto ci si potrebbe aspettare. Per qualche strana ragione ero consapevole che, proprio lì, avrei potuto tentare di vivere l’esperienza descrittami dal mio amico qualche notte prima.
L’androne è spoglio, ma non tradisce il proprio passato di ambiente imponente e accogliente, spartano ma curato. Giunto a delle scale che salgono inerpicandosi intorno ai muri di un’ampia tromba a base quadrata, comincio a percorrerne gli scalini in legno, fino a giungere al primo pianerottolo. Di fronte a me una finestra attraverso la quale filtra debole la luce della luna di primavera, mentre a sinistra scorgo una piccola porta – non più alta di un metro e mezzo, a occhio – che conduce a una stanza di grandi dimensioni. E’ un dormitorio contenente una dozzina di letti, la cui struttura metallica tubolare con arzigogoli in stile liberty è coperta da bianche lenzuola e cuscini.
Osservando meglio mi accorgo che quasi tutti i letti non sono vuoti: delle persone sono coricate sotto le coperte. Sembrano vive, persone in carne e ossa, ma dentro me so che si tratta dei morti del limbo. Una di essi si alza sui gomiti e con espressione serena mi osserva, valutando le mie mosse, quasi intuendo il motivo per cui mi fossi spinto fin là.
Nel primo letto vicino alla porta si cono due giovanissime sorelle gemelle, che stimo abbiano circa dieci anni, coperte fino alla vita, nei loro due pigiamini identici. Hanno i capelli castani chiari e la frangia, e quando mi vedono dipingono un largo sorriso sui loro volti innocenti ma sofferenti. L’angoscia di trovarmi di fronte a due ragazzine così giovani mi pervade, ancor più sapendo che dentro di loro c’è qualcosa che le trattiene nella dimensione ove non c’è luce né ombra.
Mi avvicino al loro letto e mi stendo sopra le coperte, sotto le quali le due bambine si abbracciano con un gesto che sembra quasi simbiotico rituale. Con il braccio sinistro le cingo entrambe e lentamente mi addormento. Appena chiudo gli occhi, Morfeo mi reclama con sé, e comincio a rivivere i momenti tristi e quelli felici dei loro ultimi anni di vita.
Mi sveglio infine con il ricordo delle loro risate e delle loro lacrime ancora vivido.

Credo che non ci sarà una terza puntata, perché il mio subconscio deve aver deciso che il mio compito è concluso.

Il treno del destino

Il treno del destino

Linea 7

Il paesaggio scorre veloce.

Non ero mai stato prima su un treno panoramico, così diverso dai treni convenzionali.

Sembra di essere in un incrocio fra un pullman panoramico e uno di quei cinema che millantavano tridimensionalità nei Luna Park di vent’anni fa: sono seduto in prima fila, subito alle spalle dei macchinisti che stanno comodamente seduti in poltroncine lussuose e non devono fare molto se non controllare qualche parametro sui computer di bordo. Il vagone è semideserto e i sedili, posti su un piano rialzato rispetto alla postazione del personale, sono larghissimi, tanto che posso sedere incrociando le gambe, i piedi scalzi mentre le ampie vetrate ai miei fianchi e soprattutto l’enorme parabrezza, che occupa tutta la parte frontale del vagone di testa, aprono su pendii innevati e montagne maestose.

Fuori dal treno deve fare freddo, a giudicare dal vento che spazza neve farinosa alzando sbuffi di bianco dai rami ammantati di bianco.

Ciò che amo di questa visuale è l’assenza totale di qualsiasi elemento umano. Non vi sono infatti strade, tralicci, abitazioni, c’è soltanto un lungo binario che si snoda pigro in un candido riverbero.

Dentro me imperversa una strana sensazione, una commozione che è la risultante della compresenza di sensazioni differenti per essenza, ma pari per intensità. La Natura ammaliante, maestosa e mozzafiato là fuori, imperiosa e insistente a ricordarmi che è lei che prende e che dà, si dimostra anche malinconicamente ed impietosamente solitaria, desolante, spiazzante e stordente nella sua vastità.Trattengo anche adesso le lacrime, ma avrei dovuto iniziare a piangerle molti anni or sono. Le ricaccio in gola con risoluta idiozia.

Non ricordo neppure dove io sia diretto, né da dove sia partito. Non so se qualcuno mi sta aspettando, o se qualcun altro sta piangendo la mia partenza.

D’un tratto il silenzioso e rapidissimo convoglio arriva al primo segno di intervento umano in questa valle algida: un breve ponte che sostiene il tuffo dei binari all’interno di una galleria che sembra claustrofobicamente lunga.

Finisce il bianco e inizia il nero, quando il treno si ferma con un lieve sibilo usando i potenti freni e i macchinisti iniziano a conversare concitatamente. Le poche persone alle mie spalle, distanti qualche fila di sedili, sono incuriosite dall’evento mentre io capto le parole dei due uomini davanti a me.

C’è stato un errore, dicono.

Sono sul binario sbagliato.

Non si capacitano di come possa essere successo, se sia un errore umano o del sistema.

Il problema è che altri treni ultrarapidi sono in viaggio e potrebbero travolgerci causando un disastro senza precedenti.

Non sanno se procedere o tornare indietro, forse non c’è neppure il tempo di comunicare con la centrale e chiedere istruzioni.

Il rischio cresce ogni secondo.

Nel buio, lontano nel tunnel, scorgo due luci e il respiro mi si blocca.

Le luci si stanno avvicinando a velocità vertiginosa, vorrei avere il tempo di reagire ma non so cosa fare, non saprei, non so, non posso, le luci, vicine, un tonfo sordo assordante mi spazza l’aria dai polmoni.

Buio.

Non vedo.

Non sento.

Non c’è dolore.

Non c’è odore.

C’è il nero, e basta.

Forse stavo sognando.

Forse sto morendo.

Forse sono morto.

No, mi resta la mente, sto pensando quindi non sono morto ma potrebbe accadere presto, molto prima di quanto creda.

Uso questo tempo di sospensione per pensare a cosa avrei potuto fare per evitare questa situazione.

Le luci si stanno avvicinando: cerco di rompere il finestrino, che non cede al primo colpo.

L’ho incrinato, cerco il martelletto rosso di emergenza e riprovo, sta per rompersi, inizia a rompersi ma non è abbastanza per farmi passare, un altro tonfo ed è tutto nero di nuovo.

Ci riprovo.

Il tunnel è ancora buio, nessuna luce si sta avvicinando, i macchinisti hanno appena fermato il treno e stanno discutendo sul da farsi. La galleria è molto ampia anche se ospita un solo binario.

Urlo ai macchinisti, ed è quasi un ordine disperato, di aprire le porte.

Per qualche motivo devo essere sembrato convincente perché lo stanno facendo mentre urlo ai passeggeri di seguirmi.

Riesco a scendere dal vagone insieme a qualcuno dei più veloci, ci allontaniamo di una decina di metri correndo in avanti e lateralmente verso una scala di servizio quando veniamo quasi spazzati da un fragore intollerabile. C’è chi inciampa, chi cade per terra e chi viene scaraventato contro un muro e chi, più lento, non riesce a scendere dal treno mentre viene travolto e polverizzato nell’impatto tremendo.

Continuiamo a correre verso la scala d’emergenza, siamo in salvo.

Un ragazzo più o meno mio coetaneo commenta, cupo, la nostra fortuna e ringrazia la prontezza di spirito che ci ha permesso di salvarci.

Annuisco, in parte sollevato e in parte sconvolto, quando i nostri occhi si soffermano su una figura che sta salendo le scale insieme a noi, poco dietro.

Non riusciamo a vederla sotto la cinta a causa del corrimano in cemento che la separa da noi, che ci troviamo sulla rampa successiva alla sua, ma è alta, esile, intabarrata di nero e porta un cappuccio sulla testa e si muove con misurata ed esasperante lentezza, quasi fosse immune alle nostre paure mortali.

Non sono superstizioso, eppure in questo momento si stanno raccogliendo in me timori ancestrali incontrollabili.

Stavolta sono riuscito a sfuggire alla morte, che stia venendo inesorabile a riprendersi ciò che le sarebbe spettato?

Aumento il passo e anche il ragazzo che mi aveva ringraziato fa lo stesso, ma la figura incappucciata continua, allo stesso ritmo, a poggiare i piedi gradino dopo gradino, senza accennare a cambiare la velocità.

Continuo a guardarmi indietro e alla seconda rampa di scale, ovviamente, mi sento uno stupido. E’ solo un ragazzo smunto e pallido che indossa una felpa nera con un cappuccio. Sta fissando il pavimento con occhi inespressivi e muove i piedi come se fossero sottoposti a una innaturale inerzia.

Finalmente mi sveglio, ma non saprò mai se ho avuto davvero tre possibilità oppure se i finali alternativi erano un parto della mia mente ormai morente.

P.S. Lo scatto che accompagna il racconto di questo strano sogno viene da New York, dalla linea 7 della metro. Niente di particolare, ma mi piaceva la luce del mattino contro i graffi del finestrino, così ho alzato la reflex e ho scattato fra una testa e l’altra. Per fortuna non sono uno dei sette amici di Biancaneve, altrimenti avrei ripreso solo cuoio capelluto!

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