Day 5: Lost in translation

Day 5: Lost in translation

Apfelqualcosa flambè al Calvados!

Il bello di lavorare in una multinazionale è, in principio, leggere email di benvenuto provenienti da tutto il mondo: dalla spagnola che lavora a Copenaghen, dall’americano di San Diego, dal russo che lavora a Berlino, e così via.

Trovarsi poi inondati da tonnellate di documentazione e quiz vari e assortiti sulla documentazione stessa, video di presentazione, portali Intranet sterminati in cui l’impiegato può gestire qualsiasi cosa, condividere informazioni e collaborare con colleghi da tutto il mondo, e tanto altro.

Ancora, essere circondati da persone decisamente competenti e trovarsi a gestire sistemi di dimensioni non banali, entrambi aspetti che pongono stimolanti sfide, accettando le quali non si può che crescere notevolmente.

E poi, dopo una giornata di lavoro, che per ora ancora lavoro non è, sovraccarichi come si è dai quintali di informazioni da cui si viene inondati – ivi comprese quelle relative al diverso sistema in cui si viene inseriti dal momento che ci si trova all’estero -,  uscire a cena con 6 tedeschi, un inglese e un finlandese. Ufficialmente sì, si parla inglese e in questo nessuno si tira indietro, anzi tutti sono più che capaci di comunicare in maniera pressoché perfetta, ma appena non si vedono stranieri in giro si comincia con lo Schwaebisch, dialetto tedesco locale. Il che, per il sottoscritto, come già detto è un bene. In questo modo non si ha altra scelta che imparare velocemente.

La cena, in onore degli ospiti stranieri (mi riferisco al finlandese e all’inglese, perché io a questo punto conto come il due di coppe a briscola bastoni), è a base di delikatessen Schwaebisch pure loro, e ottima birra locale a caduta, e culminerà con il pittoresco dessert costituito da frittelle di mela e cannella servite flambè con Calvados (un tentativo di foto si trova in cima al post). Si chiacchiera un po’ di lavoro, si fa qualche virata qua e là nel nerdismo ma senza calcare troppo la mano e soprattutto ci si diverte, il tutto in un ambiente decisamente informale, fatto di commensali fra cui le gerarchie e i ruoli perdono completamente di significato. D’altra parte il gruppo è perfettamente affiatato e lavora insieme da anni, e questo è un altro motivo per essere più che contento dell’ottima accoglienza riservata al sottoscritto.

Poi, breve passeggiata solitaria fra i vicoli del Fischerviertel, il quartiere dei pescatori di cui sono ormai perdutamente innamorato, fra la fioca luce gialla dei lampioni e qualche residuo di nebbia, fino alla fermata dell’autobus che mi porta fino alla mia abitazione temporanea.

Nota a margine: stasera l’autista dell’autobus per Jungingen  era una distinta signora fra i cinquanta e i sessanta, con foulard intorno al collo e guanti di lana senza dita. I guanti, non le mani.

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