Il treno del destino

Il treno del destino

Linea 7

Il paesaggio scorre veloce.

Non ero mai stato prima su un treno panoramico, così diverso dai treni convenzionali.

Sembra di essere in un incrocio fra un pullman panoramico e uno di quei cinema che millantavano tridimensionalità nei Luna Park di vent’anni fa: sono seduto in prima fila, subito alle spalle dei macchinisti che stanno comodamente seduti in poltroncine lussuose e non devono fare molto se non controllare qualche parametro sui computer di bordo. Il vagone è semideserto e i sedili, posti su un piano rialzato rispetto alla postazione del personale, sono larghissimi, tanto che posso sedere incrociando le gambe, i piedi scalzi mentre le ampie vetrate ai miei fianchi e soprattutto l’enorme parabrezza, che occupa tutta la parte frontale del vagone di testa, aprono su pendii innevati e montagne maestose.

Fuori dal treno deve fare freddo, a giudicare dal vento che spazza neve farinosa alzando sbuffi di bianco dai rami ammantati di bianco.

Ciò che amo di questa visuale è l’assenza totale di qualsiasi elemento umano. Non vi sono infatti strade, tralicci, abitazioni, c’è soltanto un lungo binario che si snoda pigro in un candido riverbero.

Dentro me imperversa una strana sensazione, una commozione che è la risultante della compresenza di sensazioni differenti per essenza, ma pari per intensità. La Natura ammaliante, maestosa e mozzafiato là fuori, imperiosa e insistente a ricordarmi che è lei che prende e che dà, si dimostra anche malinconicamente ed impietosamente solitaria, desolante, spiazzante e stordente nella sua vastità.Trattengo anche adesso le lacrime, ma avrei dovuto iniziare a piangerle molti anni or sono. Le ricaccio in gola con risoluta idiozia.

Non ricordo neppure dove io sia diretto, né da dove sia partito. Non so se qualcuno mi sta aspettando, o se qualcun altro sta piangendo la mia partenza.

D’un tratto il silenzioso e rapidissimo convoglio arriva al primo segno di intervento umano in questa valle algida: un breve ponte che sostiene il tuffo dei binari all’interno di una galleria che sembra claustrofobicamente lunga.

Finisce il bianco e inizia il nero, quando il treno si ferma con un lieve sibilo usando i potenti freni e i macchinisti iniziano a conversare concitatamente. Le poche persone alle mie spalle, distanti qualche fila di sedili, sono incuriosite dall’evento mentre io capto le parole dei due uomini davanti a me.

C’è stato un errore, dicono.

Sono sul binario sbagliato.

Non si capacitano di come possa essere successo, se sia un errore umano o del sistema.

Il problema è che altri treni ultrarapidi sono in viaggio e potrebbero travolgerci causando un disastro senza precedenti.

Non sanno se procedere o tornare indietro, forse non c’è neppure il tempo di comunicare con la centrale e chiedere istruzioni.

Il rischio cresce ogni secondo.

Nel buio, lontano nel tunnel, scorgo due luci e il respiro mi si blocca.

Le luci si stanno avvicinando a velocità vertiginosa, vorrei avere il tempo di reagire ma non so cosa fare, non saprei, non so, non posso, le luci, vicine, un tonfo sordo assordante mi spazza l’aria dai polmoni.

Buio.

Non vedo.

Non sento.

Non c’è dolore.

Non c’è odore.

C’è il nero, e basta.

Forse stavo sognando.

Forse sto morendo.

Forse sono morto.

No, mi resta la mente, sto pensando quindi non sono morto ma potrebbe accadere presto, molto prima di quanto creda.

Uso questo tempo di sospensione per pensare a cosa avrei potuto fare per evitare questa situazione.

Le luci si stanno avvicinando: cerco di rompere il finestrino, che non cede al primo colpo.

L’ho incrinato, cerco il martelletto rosso di emergenza e riprovo, sta per rompersi, inizia a rompersi ma non è abbastanza per farmi passare, un altro tonfo ed è tutto nero di nuovo.

Ci riprovo.

Il tunnel è ancora buio, nessuna luce si sta avvicinando, i macchinisti hanno appena fermato il treno e stanno discutendo sul da farsi. La galleria è molto ampia anche se ospita un solo binario.

Urlo ai macchinisti, ed è quasi un ordine disperato, di aprire le porte.

Per qualche motivo devo essere sembrato convincente perché lo stanno facendo mentre urlo ai passeggeri di seguirmi.

Riesco a scendere dal vagone insieme a qualcuno dei più veloci, ci allontaniamo di una decina di metri correndo in avanti e lateralmente verso una scala di servizio quando veniamo quasi spazzati da un fragore intollerabile. C’è chi inciampa, chi cade per terra e chi viene scaraventato contro un muro e chi, più lento, non riesce a scendere dal treno mentre viene travolto e polverizzato nell’impatto tremendo.

Continuiamo a correre verso la scala d’emergenza, siamo in salvo.

Un ragazzo più o meno mio coetaneo commenta, cupo, la nostra fortuna e ringrazia la prontezza di spirito che ci ha permesso di salvarci.

Annuisco, in parte sollevato e in parte sconvolto, quando i nostri occhi si soffermano su una figura che sta salendo le scale insieme a noi, poco dietro.

Non riusciamo a vederla sotto la cinta a causa del corrimano in cemento che la separa da noi, che ci troviamo sulla rampa successiva alla sua, ma è alta, esile, intabarrata di nero e porta un cappuccio sulla testa e si muove con misurata ed esasperante lentezza, quasi fosse immune alle nostre paure mortali.

Non sono superstizioso, eppure in questo momento si stanno raccogliendo in me timori ancestrali incontrollabili.

Stavolta sono riuscito a sfuggire alla morte, che stia venendo inesorabile a riprendersi ciò che le sarebbe spettato?

Aumento il passo e anche il ragazzo che mi aveva ringraziato fa lo stesso, ma la figura incappucciata continua, allo stesso ritmo, a poggiare i piedi gradino dopo gradino, senza accennare a cambiare la velocità.

Continuo a guardarmi indietro e alla seconda rampa di scale, ovviamente, mi sento uno stupido. E’ solo un ragazzo smunto e pallido che indossa una felpa nera con un cappuccio. Sta fissando il pavimento con occhi inespressivi e muove i piedi come se fossero sottoposti a una innaturale inerzia.

Finalmente mi sveglio, ma non saprò mai se ho avuto davvero tre possibilità oppure se i finali alternativi erano un parto della mia mente ormai morente.

P.S. Lo scatto che accompagna il racconto di questo strano sogno viene da New York, dalla linea 7 della metro. Niente di particolare, ma mi piaceva la luce del mattino contro i graffi del finestrino, così ho alzato la reflex e ho scattato fra una testa e l’altra. Per fortuna non sono uno dei sette amici di Biancaneve, altrimenti avrei ripreso solo cuoio capelluto!

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