Kenya, Day 1: Si parte

Kenya, Day 1: Si parte

Dall'aereo
L'arrivo in Kenya

Finalmente si parte: per la prima volta nella mia vita sconfinerò nell’altro emisfero.

La partenza è fissata per la sera da Malpensa, perciò, onde evitare che qualche contrattempo ci costringa a terra, partiamo al mattino per affrontare quattro ore abbondanti di strada.

Dopo una lunga attesa in aeroporto, durante la quale vengo assalito dalla sindrome da panico da viaggio organizzato (dove si va? chi ci dà le carte di imbarco? cosa si fa? con chi saremo), si avvicina il momento del check-in. Sbrigate rapidamente le formalità per il visto d’ingresso in Kenya, ci mettiamo in coda e cominciamo ad avere esperienza della fauna che popolerà il volo e – forse – anche il viaggio. C’è un po’ di tutto, dalle signore di mezz’età in partenza per il safari, agghindate con abiti degni di Indiana Jones in versione grandi griffe, alle giovani coppie in partenza per un lungo soggiorno balneare, indossanti magliette dell’Italia, infradito, piercing multipli e occhiali da sole anche nel buio.

Mentre siamo in coda con i bagagli, un distinto signore di mezz’età mi si avvicina e mi chiede il favore di tenere d’occhio i suoi bagagli, perché lui si sarebbe allontanato di pochi passi per pochi istanti. “Devo avere la faccia onesta”, penso candidamente. L’uomo si reca ai banchi del check-in e comincia a discutere, e dopo qualche minuto una hostess nota i bagagli in un angolo e comincia a chiedere spiegazioni. Io mi avvicino e le racconto del mio nobile compito, e lei mi consiglia di non ripetere più un simile gesto. Istantaneamente capisco che la mia faccia non è onesta ma fessa, perché il signore succitato probabilmente sperava in qualche modo di eludere i controlli del check-in. Beata la mia ingenuità. L’episodio, però, assume un risvolto positivo quando la hostess si intenerisce e mi fa riservare sull’aereo un comodo posto vicino all’uscita di emergenza, utile a stiracchiare i miei lunghi arti.

Il viaggio è lungo, 7500km di volo circa, e mi ricorda quanto poco mi piacciano le lunghe permanenze in volo. Qualche turbolenza e un po’ di apprensione mi impediscono di chiudere occhio praticamente per tutta la notte, mentre fuori dal finestrino il buio è totale, fatta eccezione per il disco dorato della Luna che fa capolino dalla punta dell’ala.

Finalmente, alle prime luci dell’alba e al risveglio della colorita e variegata popolazione dell’aeromobile, intravediamo sotto di noi quello che supponiamo essere il Kenya: qualche luce punteggia sparuta e timida una sconfinata distesa verdastra. L’aeroporto di Mombasa è, come previsto, degno di essere appuntato come un figlio illegittimo di una sala d’attesa di Malpensa: due piste, due gate, sistemi di sicurezza e check-in che definire retrò sarebbe lusinghiero, il tutto circondato da una sonnolenza generale del personale, forse agevolata dalla pesante afa equatoriale.

Come sempre, alcuni italiani riescono nella non facile impresa di distinguersi per la loro molesta presenza, come il tamarro in occhiali da sole che, dovendo attendere un paio di minuti per le formalità di sbarco, spazientito comincia a vociare che lui “è tutta la notte che viaggia, c’ha da anda’ a dormi'”.

Il mio infantile entusiasmo, al contrario, mi impedisce di pensare all’agognato sonno in questo momento, perché un pezzo di Africa è là fuori in attesa di essere esplorato.

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