Kenya, Day 5: Tsavo East -> Watamu

Kenya, Day 5: Tsavo East -> Watamu

IMG_9202Il mattino del quinto giorno di viaggio, il quarto in Kenya, segna la fine dei nostri safari, perciò le speranze residue di avvistare gli ultimi animali che ancora non abbiamo incontrato (rinoceronte, leone maschio e leopardo) sono ridotte. Siamo sopravvissuti alla notte anche stavolta, però, e quindi fiduciosi carichiamo i bagagli e partiamo per l’ultima ricognizione della savana.

Dopo qualche chilometro la fortuna ci assiste: una famiglia di leoni composta da due maschi, tre femmine e tre cuccioli si sta crogiolando al sole del mattino. Ammiriamo i poderosi felini a lungo prima di dirigere il pulmino verso la strada che ci condurrà sulla costa, a Watamu, per gli ultimi tre giorni del nostro soggiorno africano.

Improvvisamente, poco prima di uscire dal parco Tsavo East, Francis ferma il veicolo accanto a un altro e ci indica un albero. “Leopard”, dice. “Non lo vedo, rispondo”. IMG_9250_leoOvviamente aveva ragione lui, perché quelle macchie indistinte fra il fogliame erano proprio le chiazze di questo schivo felino notturno, che mi concede il tempo per due veloci fotografie prima di scendere dall’albero e nascondersi tra l’erba alta.

La strada per Watamu è lunga, accidentata e non priva di emozioni, con bimbi, donne, motorette e animali che di tanto in tanto si avventurano in mezzo alla pista, prontamente scacciati dal clacson di Francis.

La nostra guida approfitta per chiederci informazioni sull’Italia, che ha avuto la fortuna di visitare grazie alla generosità di una coppia piemontese, e parlarci ancora un po’ del Kenya. Veniamo a conoscenza degli stipendi medi, che si aggirano intorno all’equivalente di 200 euro, mentre un cameriere ne guadagna 150 e le guide come Francis solo 120, perché i datori di lavoro danno per scontato che riceveranno laute mance, ma purtroppo spesso i turisti non considerano il safari come un servizio aggiuntivo: l’hanno già pagato, perciò non vedono il motivo per cui dovrebbero lasciare una mancia, il che in Europa non fa una piega. Scopriamo anche che l’accesso ai parchi nazionali si paga 50 (cinquanta!) dollari a persona, perciò il giro d’affari è enorme, ma il governo del Kenya non investe neppure una minima parte di questi introiti in infrastrutture e servizi nel tentativo di far crescere il paese.

Lungo i duecento chilometri che percorriamo con Francis e la guardia armata (!) che ci è stata assegnata si avvicendano baracche e catapecchie, capanne e bambini scalzi che si recano alle vicine scuole. Anche qui, come in precedenza, donne e bambini ai lati della strada tendono la mano per chiedere del cibo. Non ne abbiamo con noi, purtroppo, e Francis ha solo una mela che lascia a delle scolarette in divisa.

L’arrivo a Watamu è ancora più disarmante: ci era stato descritto come un villaggio dalla chiara impronta turistica, perciò non ci aspettavamo di trovarvi una schiera di capanne e baracche interrotta soltanto saltuariamente da qualche basso edificio in muratura. E’ evidente che il turismo non ha portato grossi benefici agli abitanti del luogo, che scorgono gli europei come noi passare rapidamente davanti a loro prima di vederli scomparire nelle torri d’avorio dei resort balneari. Per giungere al resort percorriamo ancora qualche chilometro di sterrato, lungo il quale incontriamo ancora baracche e miseria, e vediamo la rabbia di Francis montare, ancor più alimentata dal contrasto fra gli alti muri sorvegliati delle strutture balneari, oltre i quali si intravedono curati giardini e lussuosi edifici, e le sgangherate capanne antistanti, i cui abitanti mancano di cibo, acqua corrente ed elettricità.

IMG_9323Emblematica la chiosa di francis alla lunga chiacchierata: “noi sorridiamo sempre e diciamo Hakuna Matata (no worries, nessun problema), ma i Matata sono tanti, davvero tanti”. Capiamo che quel modo di dire swahili, così diffuso e così utilizzato a sproposito dai visitatori occidentali, è in realtà un esorcismo contro i molti mali e preoccupazioni che affligono questi popoli.

L’arrivo al resort, con questi presupposti, non può che essere traumatico. Veniamo infatti accolti con asciugamani intrisi d’acqua ed essenza profumata, calici di succo di frutta e sorrisi splendenti. Forziamo un sorriso per ricambiare la gentilezza degli inservienti locali, ma ancora ci tremano le mani per lo shock appena vissuto e per la sensazione di essere arroganti sfruttatori, moderni schiavisti di un sistema che ha soltanto cambiato i connotati, ma che ancora non è morto.

Neppure la vista dello splendido mare riesce a risollevarci, anche perché i cosiddetti Beach Boys, ragazzi che si aggirano sulle spiagge cercando di vendere qualsiasi cosa, dal giro in barca allla collanina e dal batik al safari, ci assaltano rendendo impossibile la permanenza sulla battigia. Il resto della giornata trascorre nell’indolenza più totale, macchiato da un’angoscia e da un senso di colpa che non trovano pace ma anzi vengono alimentati. Dal sontuoso buffet dei pasti , all’arroganza e superficialità dei nostri connazionali ospiti del resort (intollerabili le signore che trattano gli inservienti come schiavi, dimenticando elementari regole di educazione, e le ragazze che affermano con leggerezza che verrebbero volentieri a vivere in questo luogo meraviglioso), tutto ci appare fuori luogo in questo paradiso naturale e inferno artificiale.IMG_9368

Fortunatamente, almeno, abbiamo soltanto tre giorni da trascorrere in questo delirio di canzonette, balli di gruppo e aqua-fitness. Non ci resta che cercare il nostro angolino di quiete ai bordi di una delle piscine o dietro uno dei paraventi della spiaggia, mentre le parole di Francis, rabbiose ma cariche di speranza per la strada intrapresa dal nuovo governo, risuonano ancora forti in noi.

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