New York, New York

New York, New York

Spesso penso a quelle panchine su Madison Square Park, agli scoiattoli transgenici. Alla struggente bellezza della boardwalk di Coney Island al tramonto.

Al traffico caotico di midtown e downtown, alla quiete e alle contaminazioni etniche di Harlem, al calderone quasi brodaglia del Queens.

Sto sul mio balconcino ad aspirare cancro spray dal filtro arancione e  sento che il mondo è piccolo, e volo.

Mi libro leggero come un passerotto di un quintale verso quella méta così convulsamente viva e pulsante, spietatamente ricca di opportunità e di cocenti delusioni, dove la gente si guarda ma non troppo, si parla ma non si conosce, sorseggiando da grandi bicchierithermos di plastica o carta una bevanda che noi stenteremmo a definire caffé.

Mi vedo seduto in una domenica di sole su una panchina a Central Park, muovendo una carrozzella dolcemente avanti e indietro col piede, mentre tengo fra le mani un libro di quelli veri, di quelli che profumano di carta e non di plastica, perché gli ebook sono comodi ma non potranno mai rimpiazzare la lussuria che provo nello strofinìo dei polpastrelli sulla carta ruvida.

Mi seguo nella giornata di lavoro caotica e così impegnativa, fra appuntamenti e agende da rispettare, in ore che freneticamente si susseguono portandomi dritto a sera senza passare dal via e soprattutto senza essere riuscito ad ottenere il Parco della Vittoria.

Dopo una mezz’ora di metro arrivo a casa dove mi preparo una succulenta cenetta italiana, cinese, indiana, africana o americana o cos’altro in base a quello che il mio frigo rigurgita.

Tutte cose che potrei fare – e faccio – tranquillamente nella piccola cittadina italiana, ma New York è un altro mondo e mentre lo scrivo e lo penso mi sembra di essere un emigrante del diciannovesimo secolo in procinto di imbarcarsi per il nuovo mondo in cerca di fortuna.

Mentre scrivo queste righe, alla radio del centro commerciale parte “Empire State of mind”, la canzone di Alicia Keys e Jay Z che mi ha accompatormentato per due settimane mentre gironzolavo fra le vie della Grande Mela, e che ogni tanto risuona ancora nelle casse di qualche auto barra centrocommerciale barra qualsiasi apparato in grado di riprodurre musica.

Strane coincidenze.

Insomma, da aspirante emigrante del ventunesimo secolo o terzo millennio che dir si voglia, mi chiedo cosa dovrei portare come bagaglio a mano: sogni, speranze, o illusioni?

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