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The walk

Ormai da mesi stavo leggendo le ultime consunte pagine di un libro. Mi ero ripromesso di terminarlo, un giorno o l’altro, ma a volte si ha un po’ di paura di chiudere un libro perché non si sa se quello successivo sarà ugualmente soddisfacente.
In questo caso, poi, il lieto fine era tutt’altro che scontato.
Visto che l’ossessione di non averlo completato porta con se un’altra notte di incubi, il mattino dopo decido di affrontare quelle poche ultime pagine. L’epilogo.
Proseguo la lettura armato di buon coraggio e finalmente incontro la parola fine, che campeggia laconica su una pagina bianca.
Poi volto pagina e resto a fissare la quarta di copertina per un po’, come sempre dopo una lettura che ha lasciato un segno nella mia vita.
Sorrido sardonico. Mi dico “è fatta, in fondo non era così difficile”. Mento a me stesso, ovviamente.
Appoggio il mallopposo volume su uno scaffale: quello che raccoglie i libri che più hanno segnato la mia vita, ma che so che non rileggerò mai.
Mi accorgo che fuori ha smesso di piovere e che fra le nuvole sta spuntando un timido sole.
Di tanto in tanto volgo un’occhiata al tomo e sorrido, non senza un po’ di malinconia, ripensando alle emozioni che ho vissuto durante la lettura.
Ma oggi c’è il sole e, dopo mesi, non ho altra voglia che stendermi su un prato a respirare il profumo della primavera.

 

P.S. Ho scattato la foto del giorno in una chiesa locale, appoggiando la macchina fotografica per terra. Non sono religioso ma mi piace l’idea del cammino verso la luce, circondato da seggi ora vuoti ora occupati da persone curiose o indifferenti.

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