“Scarrafoni” fotografici

“Scarrafoni” fotografici

Out Of Nowhere

Da quando frequento Flickr uno dei dilemmi che mi trovo ad affrontare costantemente è la scelta dello scatto da pubblicare. Per come utilizzo il famoso sito di photostream, infatti, ogni foto pubblicata deve essere il meglio – o il meno peggio – di ciò che il mio discretamente vasto archivio digitale su hard disk presenta. E qui sta il problema. Per chi sta dietro l’obiettivo ogni scatto ha il suo significato, cioè è ben chiaro il motivo per cui si è premuto il pulsante di scatto, quale fosse la bellezza che si voleva catturare. Concentrati su quella stessa bellezza, quindi, è difficile valutare l’immagine nella sua effettiva interessanza . So che questo termine non esiste, ma secondo me sostantivizza perfettamente l’aggettivo “interessante”. Chiusa parentesi.

Ricordo di ognuna delle mie migliaia di scatti il luogo, il tempo atmosferico, il profumo dell’erba e gli odori della strada, l’emozione provata in quell’istante. Ogni scatto, insomma, è uno scarrafone per me, e come ogni scarrafone è bello a mamma sua, per il significato intimo che esso racchiude molto più che per il suo intrinseco valore.

Forse sono ancora nella fase istintiva della fotografia, quella in cui gli scatti si ragionano e si pianificano ma solo fino a un certo punto e solo in termini di diaframma, composizione, esposizione e poco altro, mentre il più delle volte esprimono, per l’appunto, una sensazione o un sentimento, o meglio vorrebbero esprimerlo. Ho anche un po’ paura di scollinare oltre questa fase e arrivare al punto in cui le sensazioni vengono subordinate alla mera pianificazione, perdendo la spontaneità dell’attimo in cui il dito voleva essere spinto sul pulsante.

I file RAW sedimentano sull’hard disk come detriti portati da una piena fluviale, per giorni, settimane, mesi. FInché arriva il giorno in cui mi armo di elmetto da minatore e inizio a scavare, scavare, scavare finché qualcosa non mi torna all’occhio, ne intravedo una possibilità di salvezza, una speranza fioca di redenzione, e parte il processing in Photoshop fra squilli di trombe e rulli di tamburi – iperbolicamente esagerato, lo so.

Poi, dopo aver giocato per un po’ con livelli, curve, maschere, contrasti e filtri, parte l’upload su Flickr, nella speranza che qualcun altro possa ritrovare in quell’immagine qualcosa di ciò che ho visto, oppure trovarci qualcosa di nuovo che non avevo visto neppure io. L’importante, come sempre, sarebbe riuscire a trasmettere almeno una minima emozione. Sarebbe già un grande e soddisfacente risultato.

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