Strafe Gottes

Strafe Gottes

Il treno è in ritardo di una ventina di lunghi e freschi – nell’ordine dei 4/5 gradi – minuti.
Nessuna novità assoluta, finora.
Oggi però è l’11 ottobre 2012, come si può facilmente verificare su qualsivoglia calendario, ma per me si tratta di una ricorrenza piuttosto importante o, più nello specifico, della ricorrenza di un avvenimento che mi ha cambiato la vita: un anno esatto fa, infatti, ricevevo l’offerta di lavoro da Nokia Ulm, a conclusione di una trafila di colloqui come mai ne avevo sostenute.
Un anno fa cominciava un’avventura che non solo ha cambiato la mia vita, ma anche me stesso.
Ricominciare da zero è stato un po’ come vedersi attraverso uno specchio e, come fosse divina punizione (la Strafe Gottes del titolo), vivere in prima persona ciò che probabilmente altri avevano vissuto con me.
Ero un immigrante “di lusso” o perlomeno fortunato perché avevo alle spalle il supporto di una grande azienda, questo è vero, ma credo che tutti i compromessi a cui ho dovuto sottostare nel perseguimento del mio fine non siano stati trascurabili. Non che voglia apparire un eroe, ci mancherebbe, ma ogni rinuncia che ho dovuto fronteggiare è stata una bacchettata su mani forse viziate, e ogni riconquista non solo un sospiro di sollievo ma anche un sorriso che tornava e portava con se la comprensione delle fortune che possedevo e che davo per scontate come, d’altra parte, molti uomini occidentali fanno.
Avevo scritto su questo blog di come avessi vissuto in una stanza dall’11 novembre 2011 al primo aprile 2012. Quasi sei mesi semirinchiuso in un’abitazione temporanea che era niente più di una mansarda di un collega finlandese, coi miei mobili ammassati in un magazzino a Milano e senza prospettive di sblocco perché dopo due settimane dall’arrivo a Ulm l’azienda mi aveva comunicato la possibilità di un mio trasferimento a Berlino o, nella peggiore o forse migliore delle ipotesi, a San Diego, Vancouver o in qualche altro angolo del pianeta. Non sembrava avessero fatto bene i loro calcoli, e la risultante era un’ulteriore incetezza nella mia già claudicante partenza.
Mi muovevo sempre in autobus perché non possedevo un’auto – in Italia avevo usato negli ultimi anni un’auto aziendale – e non volevo ancora comprarne una prima di capire dove sarei finito e cosa avrei fatto. Non potevo perciò esplorare il territorio come facevo in Italia, inforcando la reflex alla ricerca di paesaggi; non potevo ritagliarmi spazi miei; vivevo pressochè alla giornata, temendo di non poter cominciare a stringere legami affettivi o d’amicizia per vederli scomparire da un giorno all’altro.
In ufficio ero il primo e unico inserimento in un team totalmente tedesco che lavorava insieme da oltre quindici anni, i cui componenti non avevano alcuna intenzione di riferirsi a me in una lingua comprensibile, neppure e soprattutto durante le pause o il pranzo. La lingua ufficiale della compagnia è sempre stata l’inglese, e mentre io vedevo ragazzi di tutto il mondo e di tutti i colori che conversavano e scherzavano fra loro in inglese, io cercavo di carpire qualche parola del rapidissimo tedesco colloquiale che i miei colleghi si scambiavano, incuranti del fatto che io non fossi in grado di comprenderne che una benché minima percentuale.
Arrivò come manna dal cielo la squadra di basket, nella quale dovetti fare i conti con i malanni fisici che mi ero portato come bagaglio a mano dall’Italia. Ciononostante riuscii a togliermi qualche soddisfazione prima che arrivasse la primavera, quando stremato dalla carenza decisionale dell’azienda presi la mia decisione di restare a Ulm, a qualunque costo.
Erano arrivate nel frattempo anche altre offerte di lavoro, ma le avevo rifiutate perché mi ero legato a Nokia, non solo contrattualmente e logisticamente, e volevo restare legato a Ulm.
Il giorno in cui mi sedetti nella mia nuova auto fu come tornare d’improvviso diciottenne, riassaporando la libertà di movimento e con essa il primo passo verso il ritorno alla mia precedente vita.
Avevo anche bisogno di un accenno di stabilità e dei miei spazi, perciò affittai un appartamento sufficientemente spazioso da sembrare qualcosa di più di un alloggio temporaneo, completai il trasloco facendomi portare i mobili, acquistai una cucina.
Con l’appartamento ancora da completare, in una calda mattina di giugno arrivò la notizia della chiusura di Nokia Ulm. Non avevo molte opzioni: lasciare Ulm cercando fortuna altrove oppure restarvi aggrappato nella speranza di trovare un impiego nella piccola cittadina sveva.
Scelsi la seconda opzione, complici altri incontri e avvenimenti che mi diedero altri motivi per restare sulle rive del Danubio, nella città che avevo scelto con il cuore, non solo con la testa. La ricerca di lavoro proseguì piuttosto bene, fortunatamente, ma nei dintorni di Ulm le opportunità erano ben poche soprattutto per chi, come me, non solo non possedeva una conoscenza della lingua tedesca sufficiente a un utilizzo giornaliero in ambito lavorativo, ma mancava anche di una Ausbildung, cioè di una formazione professionale, e di un titolo di studio. Su questi tre punti le aziende tedesche transigono poco, in genere. Per quanto possa capire le reticenze linguistiche, mi sfuggono invece gli altri due punti, soprattutto per un professionista di trentacinque anni che porta in dote delle esperienze e delle conoscenze acquisite in oltre una dozzina d’anni di attività nel settore IT.
Firmai alla fine, dopo un ballottaggio non facile, per un’azienda di Monaco di Baviera, rassegnandomi al pendolarismo giornaliero, che tuttavia finora sto reggendo piuttosto bene grazie alle forti motivazioni da cui sono sostenuto.
Con unghie e denti cerco nel frattempo di migliorare disperatamente il mio tedesco, e questa è forse la vera Gottesstrafe. La punizione divina. In Italia, non senza arroganza, quasi mi inalberavo a ogni errore grammaticale od ortografico (sebbene ne fossi io stesso, naturalmente, portatore non sano), e ora sono io quello a commetterne a triliardi in ogni basica conversazione in tedesco che mi trovo a sostenere. La povertà di linguaggio alla quale avevo sempre guardato con diffidenza è ora una prerogativa non degli altri, ma mia. Per contro, però, non riuscendo a capire alla perfezione le sfumature, i modi di dire e l’ironia, non ho altra scelta che concentrarmi sul linguaggio del corpo, sulla sostanza dei concetti, in definitiva su tutto ciò che prima era, per me, nascosto dalla proprietà di linguaggio. In altre parole, per quanto odi ammetterlo, ridurre e semplificare il linguaggio al minimo significa tornare al valore dei concetti, del significato sopra il significante.

4 Replies to “Strafe Gottes”

  1. Hai di che essere orgoglioso di quanto hai descritto: tanti vorrebbero, pochi riescono!
    …e visto che te lo dico io si anche un po’ “orgoglione” che ci sta sempre bene 😉

    1. Ti ringrazio carissimo, non so se io debba essere orgoglione di quel poco che ho raggiunto finora; devo però ammettere che è stata necessaria una forza di volontà piuttosto spiccata, non superiore a quella che molti altri esercitano ogni giorno comunque. 😉
      Volendo, si può. 🙂

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